«1-2-1945, Lina bacia forte i miei bambini»: i "Sette di Gusen" che Bolzano ha dimenticato 

Enzo e Ivan Degasperi, figli di Tullio, uno dei 7 partigiani bolzanini caricati all’alba del primo febbraio sui treni piombati e poi uccisi a Gusen: «Questa città li ha dimenticati»  

di Luca Fregona

BOLZANO. Pennarello nero. Stampatello maiuscolo: «RICORDI DI PAPÀ TULLIO». È tutto qui dentro. Una scatola di cartone alta una spanna. Foto, documenti, lettere, vecchi articoli di giornale. «È tutto qui dentro», ripete Ivan Degasperi, figlio di Tullio, uno dei sette operai della Zona industriale caricati sui carri bestiame in via Pacinotti il primo febbraio 1945. L’ultimo convoglio partito per Mauthausen. Sette partigiani. Sette bolzanini. La cellula della Resistenza che faceva capo a Manlio Longon. Nessuno è tornato. Tullio Degasperi. Walter Masetti. Adolfo Beretta. Decio Fratini. Erminio Ferrari. Romeo Trevisan. Gerolamo Meneghini. I loro nomi sono il nostro sangue, la nostra storia, sono le radici di Bolzano. Era oggi, 73 anni fa. «Il lager ha inghiottito mio padre e mi ha fatto orfano - dice Ivan -. Avevo 9 anni. Ricordo quando mi prendeva in braccio. Se chiudo gli occhi sento ancora il profumo della sua acqua di colonia. Ho il grande rimpianto di non averlo potuto conoscere davvero...». Suo fratello Enzo, di anni ne aveva 14: «Ricordo quando mi caricava sul serbatoio della moto e mi portava in campagna o a caccia. O quando insieme, di notte, guardavamo gli aerei americani bombardare la ferrovia e la Flack sparare verso il cielo. “Enzo - mi diceva - non aver paura”...». Il 14 dicembre 1944 la Gestapo arresta Manlio Longon. Tullio viene preso il 19 dicembre 1944, insieme ad altri sei capocellula della Zona industriale. «Sappiamo chi li ha traditi», Enzo e Ivan non fanno nomi. Lo chiamano semplicemente l’«ottavo». «Era uno di loro, un compagno che non ha retto alle torture. Dopo la guerra lo abbiamo visto molte volte. Nessuno ha mai detto niente, non c’era bisogno. Non proviamo rancore. Erano tempi difficili. E non tutti nascono eroi». Torturati, pestati a sangue, nessuno dei “sette” apre bocca. Il primo febbraio 1945 le SS li portano ai binari di via Pacinotti insieme ad altri 541 internati del lager di via Resia. C’è la neve alta un metro, è una giornata livida, gelida, disperata. Tullio Degasperi non si fa illusioni. «Nostro padre era certo che non sarebbe più tornato». Ivan tira fuori dallo scatola una piccola busta trasparente. Apre con cura un foglio di carta velina ripiegato più volte. È scritto fitto a matita. «1-2-45. Lina se riceverai questa mia vorrà dire che sono già partito per la Germania come deportato... Baciami forte i miei piccoli, digli di pregare tanto per il loro papà».


È un testamento destinato alla moglie e ai figli, che Tullio fa cadere dal carro merci, avvolto in un sasso. Dalle feritoie vede un vecchio sulla strada. Urla Tullio, implora: «Ti prego, ti prego prendilo e portalo a LINA PALLAVER; VIA TORINO 18. Ti prego portaglielo». Il vecchio si china nella neve, prende il biglietto. Il vecchio pedala su una bici bianca fino in via Torino. Ma Lina non c’è. Lui l’aspetta fino a sera tarda. Vuole essere sicuro che il messaggio finisca nelle mani giuste. Esaudisce l’ultimo desiderio di un condannato a morte. «Era un angelo sceso dal cielo - dice oggi Ivan -. Era lo Spirito santo. Era Gesù. Senza di lui, non avremmo gli ultimi pensieri di papà...». Nella lettera, Tullio dà disposizioni molto precise. La sua preoccupazione sono i figli. «In quel periodo io e Enzo vivevamo a Trento - spiega Ivan - dai nonni paterni, in via Perini. I nostri genitori lavoravano qui a Bolzano. Il fine settimana venivano a trovarci. Nostro padre ci portava le trote che pescava nell’Adige. Era un uomo affettuoso ma anche duro, senza paura. Molto razionale...».

Mamma Lina scende subito a Trento a prendere i ragazzi. «Siamo arrivati a Bolzano con una colonna di tedeschi che ci ha lasciato a ponte Roma. Ricordo i fumi che salivano dalla Zona, le case popolari di via Torino... Da quel momento siamo diventati bolzanini. Nostra madre lavorava in un negozio in piazza delle Erbe».



Manlio Longon. Tullio Degasperi faceva parte dell’aristocrazia operaia. Elettromeccanico, era originario di Trento, dove lavorava alla Michelin. Nel 1943 entra nella Resistenza. Manlio Longon lo chiama a Bolzano, alla Magnesio, dove viene messo a capo di un Gap, un gruppo di azione partigiana. Ivan ha un ricordo vivo di Longon. «Una volta venne a casa nostra, a Trento. Mi prese in braccio. Ero un bambino, non avevo la percezione di quello che stava accadendo. Longon era un uomo elegante e gentile. Il loro era un legame molto forte, cementato dall’antifascismo. Avevano scelto da che parte stare. E non avevano dubbi». Assistono gli internati del lager di via Resia con una rete clandestina molto organizzata, forniscono informazioni preziose agli alleati. Tullio - che come nome di battaglia sceglie “Ivan”, lo stesso del figlio più piccolo - è anche addetto alla propaganda, nasconde il ciclostile, tiene i contatti con gli americani. E poi: sabotaggi, azioni armate. «Come quando a Campodazzo hanno fatto saltare la ferrovia...». È un uomo maturo, esperto, coi nervi d’acciaio. Ha 39 anni, 5 più di Longon. È l’uomo di fiducia di Ferdinando Visco Gilardi, un capo partigiano straordinario che riuscì a far evadere decine di persone dal campo di via Resia. Tullio ai figli non dice nulla, nemmeno a Enzo, che è più grande e qualcosa intuisce. «Nel maggio del 1944 - racconta Ivan -, un giorno ci ha portato a mangiare il gelato. Cosa molto strana. Era un lusso. Quella volta si fece scuro in volto. “Se mi succede qualcosa - disse - mi raccomando, state vicini alla mamma”. Solo dopo ho capito cosa intendeva».

Ivan pesca dalla scatola un’altra foto. Suo padre in tuta da lavoro alla Magnesio. «Questa foto ha una storia- racconta -: è stata trovata nel 1995 dai figli di un collega di papà dopo che era morto. La teneva nel portafoglio. Si chiamava Sante Brendolin». Dietro, in bella calligrafia, c’è scritto: «Compagno Degasperi Tullio, assassinato nel campo di concentramento di Mauthausen». «Capisci? - dice Ivan - l’ha custodita per tutta la vita...». Un ricordo, un tributo, una reliquia.



Un’altra foto: novembre 1944. Tullio abbraccia Enzo e Ivan sorridenti in giacca e calzoni corti. Dietro si legge: «Foto fatta senza un motivo, l’ultimo ricordo di papà». L’ultimo ricordo. La Gestapo prende Degasperi il 19 dicembre 1944, cinque giorni dopo Longon, proprio alla Magnesio, in officina. «Il racconto di quella giornata - dice ancora Ivan - ci è stato fatto più volte dai compagni di mio padre. Un’operaia del reparto, staffetta partigiana, appena ha sentito arrivare i tedeschi ha fatto sparire la pistola che lui teneva sul tavolo da lavoro. Se l’avessero trovata, sarebbe stato fucilato sul posto. Quel giorno, quella donna gli ha salvato la vita».



I tedeschi portano Tullio e gli altri sei al Corpo d’Armata. Il primo gennaio 1945 Longon muore nella cantine del palazzo, impiccato. 73 anni dopo la ferita del tradimento riemerge come un fiume carsico. «Tutti sappiamo il nome della spia», sussurra oggi Ivan, quasi a scacciare il pensiero. Il Pci dopo la guerra ordinò anche un’inchiesta interna. «Ma poi non se ne fece nulla, è morto nel suo letto, meglio così».

Un’Ave Maria. Nel gennaio 1945 Degasperi viene rinchiuso nel lager di via Resia, blocco celle, accanto a don Daniele Longhi. «Don Daniele - dice al sacerdote - dì un’Ave Maria per i me popi». Pensa solo ai figli. Tullio è comunista, ma un comunista credente. Si affida all’Altissimo. Il primo febbraio la partenza. L’ultimo convoglio dalla Zona industriale per i campi nazisti, il numero 119. Di Tullio e degli altri non si saprà più niente.



L’attesa. Nell’autunno del 1945 iniziano a rientrare via Brennero i prigionieri dai lager liberati. Le famiglie affollano la stazione di Bolzano. Si cercano figli, fratelli, padri. Enzo Degasperi è un testimone diretto di quelle giornate terribili, cariche di attesa e delusione. «Quando arrivava una tradotta, la voce in città si diffondeva in un baleno. Mia madre mi prendeva per un braccio e mi diceva “andiamo Enzo, andiamo a cercare papà...”». La stazione si riempiva di gente. «Un inferno. Madri che urlavano i nomi dei figli. Padri aggrappati a un filo di speranza. Mogli che piangevano... Tutti avevano una foto in mano e la mostravano». L’hai visto? Lo conosci? Ti ricorda qualcuno? È vivo? È morto? Sai dov’è? «Una scena straziante che si ripeteva ad ogni arrivo. Tornavamo a casa sfiniti. E senza notizie di nostro padre». Nell’aprile del 1946 è la Croce Rossa internazionale a mettere la parola fine. Poche righe su richiesta di Lina. «Tullio Degasperi deceduto a Gusen, 26 aprile 1945». Gusen, campo satellite di Mauthausen, a una manciata di chilometri da Linz, Austria. A Gusen i tedeschi obbligavano i prigionieri a lavorare per l’industria bellica. A guerra persa, hanno fatto saltare tutto. Hanno ammassato i prigionieri nelle grotte e minato. Così è morto Tullio Degasperi, partigiano, operaio di 39 anni, marito e padre di due bambini. Così sono morti i «sette di Gusen». I loro resti dispersi chissà dove. Lina lo dice ai figli. Enzo ormai ha 14 anni, Ivan 11. «In quel momento non provai niente - dice Ivan -. Erano anni duri. Avevo visto poco mio padre. Quasi non lo conoscevo. Poi, crescendo, sentendo i racconti dei suoi amici, capendo cosa aveva fatto, il suo sacrificio... ho realizzato cosa avevo perso. Quando vedevo gli altri ragazzi giocare, confidarsi, crescere insieme ai loro padri, ricevere una carezza, beh, allora, mi rendevo conto del vuoto nelle nostre vite. Di quanto la guerra ci aveva tolto e non avremmo mai riavuto. Ci hanno mutilato». La notizia della morte a Mauthausen dei sette partigiani piomba sulla città. Un inaccettabile colpo di coda della guerra finita. Il cuore operaio di Bolzano sanguina. Piazza Matteotti, già provata, è in lutto. I compagni della Zona portano in piazza Don Bosco una madonnina che Tullio, anni prima, aveva messo alla Magnesio. I compagni della fabbrica gli dedicano la mensa e il villaggio dello stabilimento. I compagni più vicini aiutano la famiglia. Sante Brendolin infila la foto di Tullio nel portafoglio e non la toglierà più per il resto della vita.

È Lina, una donna forte, colta, emancipata, a prendere in mano il destino della famiglia, accanto ai suoi figli. Lavora sodo, diventa responsabile di un negozio di abbigliamento sotto i Portici. Tiene duro. Morirà nel 1977. «Una mamma meravigliosa - dice Enzo, che oggi di anni ne ha 87 - le dobbiamo tutto».



Gusen. Nel 1967 Enzo e Ivan vanno a Mauthausen per la prima volta. «Sono stato male - dice Enzo - ho visto i forni crematori, come li ammazzavano. È stato uno shock. Poi ha prevalso un dolore che non si è più spento». Qualche anno dopo fanno sistemare una targa a Gusen: «In memoria di Tullio Degasperi - si legge - I figli». «Per anni - dice Ivan - abbiamo sentito il calore e l’affetto degli operai di Bolzano. Gli unici che abbiano mai veramente onorato i nostri cari. Poi il ricordo si è spento insieme a quella generazione. Le istituzioni hanno rimosso. Per quello non vado neanche più alle cerimonie». La Repubblica fondata sulla Resistenza si dimentica in fretta dei suoi martiri. La città che li ha nel suo dna non è in grado di dedicare loro nemmeno una strada. «Sono morti per tutti noi - dice Enzo -, ma in via Pacinotti, accanto ai binari davanti alla Metro, non c’è una targa che li ricordi. Ci hanno messo dei tabelloni pubblicitari, oltraggiosi in un luogo così carico di dolore. Questo sì, ci fa male».



Ivan ha ancora in mano la lettera lanciata dal carro merci oggi 73 anni fa. Legge: «Arrivederci piccoli miei, pregate per il vostro papà che vi ricorda sempre».

I tuoi figli, Tullio, non ti hanno dimenticato.

E pregano per te.