l'eccidio dimenticato

Bolzano: "Io, l'ultimo sopravvissuto della strage degli operai del 3 maggio 1945"

Bruno Bovo, 94 anni, è stato messo al muro della Lancia insieme agli altri operai rastrellati dai nazisti in Zona industriale. E' stato colpito da cinque proiettili. "Urlavano "Italiano kaputt" poi ci hanno sparato". Un silenzio durato 70 anni

di Luca Fregona

Bolzano. «Ci hanno messo al muro della Lancia uno accanto all’altro sul ciglio del marciapiede, proprio là dove oggi c’è la targa. Eravamo in 18. Erano le dieci di mattina. Il primo colpo di mitragliatore lo ricordo bene. Il compagno alla mia sinistra è stato il primo a cadere. I proiettili gli hanno portato via la testa. Una frazione di secondo. Ci siamo stretti uno all’altro, per proteggerci. Ma i tedeschi continuavano a sparare. E lì mi sono beccato la pallottola che è entrata sotto l’ascella sinistra, è passata a tre millimetri dal cuore, mi ha attraversato il torace e si è fermata sotto l’ascella destra...». Bruno Bovo tiene gli occhi chiusi. Ha 94 anni. Il 3 maggio del 1945 ne aveva 22. È uno dei cinque sopravvissuti alla strage degli operai della Zona industriale, l’unico ancora in vita. È la prima volta che accetta di raccontare quello che ha vissuto. «Dopo la guerra a nessuno piaceva ascoltare questa storia, e così, dopo un po’, mi sono stufato e sono stato zitto».

L’appuntamento è alle sette di sera nella sua casa di via Duca D’Aosta. Ci accomodiamo nel tinello. È un uomo ancora molto bello, con un viso antico alla Franco Interlenghi, come in quei film in bianco e nero di De Sica o Rossellini. Asciutto come un’acciuga. Dritto come un palo. È sopravvissuto a un’esecuzione, a un incidente sul lavoro che gli ha schiacciato bacino e vescica, e - qualche anno fa - pure a un ictus. «Tre volte mi han dato per morto. Ma ancora non uso il bastone e guido la macchina», dice con una punta di ironia. Poi si fa serio. «Il 3 maggio 1945 - riprende - sapevamo che la guerra era finita. Le truppe tedesche si ritiravano, la città era piena di sbandati. Avevo 22 anni. Facevo il falegname alla Sida, una fabbrica della Zona che produceva arredamenti e cassette. Abitavo con i miei in piazza Matteotti, numero 14, interno 40. Il militare l’avevo fatto in aviazione. Una manciata di mesi. Dopo l’8 settembre sono tornato e ho ripreso a lavorare in fabbrica». La famiglia Bovo è arrivata a Bolzano negli anni Trenta da Merlara, Padova. «Io avevo 14 anni, mio padre era un operaio edile. Da ragazzo ho studiato da falegname. Ero così bravo che nell’aprile del 1943 sono arrivato nono su 94 ai Littoriali maschili dei mestieri a Bologna...».

Gli ultimi giorni di guerra Bolzano è una città distrutta e in miseria, i tedeschi in rotta fanno meno paura. E c’è aria di vendetta. «Avevamo patito la fame. Eravamo poveri e sempre alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. La mattina del 3 maggio in piazza Matteotti si era sparsa la voce che al Calzaturificio Rossi regalavano le scarpe, così con un amico abbiamo deciso di andarci». Il Calzaturificio Rossi si trovava in Zona industriale dove oggi c’è la «Lama Bolzano», alla rotonda tra via Similaun e l’A22. «Ponte Resia e Ponte Palermo non esistevano. Per arrivare in Zona c’era solo ponte Roma. Ci incamminammo lungo via Torino. Davanti al Cinema Boccaccio ci ferma il figlio del gestore, uno dei fratelli Sfondrini. Il più giovane. Faceva parte della Resistenza. Stavano distribuendo le armi (pistole, bombe a mano, fucili) per usarle contro i tedeschi. Io e il mio amico ci siamo rifiutati di prenderle. Allora ci hanno riempito le tasche di proiettili da portare agli operai della Zona che stavano difendendo gli stabilimenti. Dopo il 1943 Felice Tireni (esponente del Pci clandestino, ndr) mi aveva iscritto a una cellula partigiana ma non avevo mai partecipato a nessuna azione». Bruno e l’amico proseguono per la Zona industriale. Passano Ponte Roma. Costeggiano l’argine dell’Isarco, arrivano all’altezza dell’attuale via Righi. «Lì, proprio sul fiume, c’era Ceccarini, il ferrovecchi. Abbiamo sentito sparare. Raffiche dappertutto. Non era prudente proseguire verso il calzaturificio. Così ho deciso di rifugiarmi in fabbrica, alla Sida. Era poco distante. Più o meno all’attuale incrocio tra via Righi e via Pacinotti...».

ITALIANO KAPUTT. «Entro alla Sida, saluto il portinaio Andrea Cavattoni che sorvegliava l’ingresso. Non c’era molto da fare. Tutti aspettavamo che arrivassero gli americani. Il direttore dello stabilimento, il dottor Liverani, gran brava persona, mi aveva permesso di utilizzare uno stanzone per costruire la camera da letto a mio fratello. Mi sono infilato là dentro». Fuori intanto è il caos. Gli operai e i partigiani sparano dai tetti sui tedeschi. Alcuni soldati vengono uccisi, altri catturati e tenuti prigionieri alla Lancia. Per le strade è battaglia. Un plotone di SS inizia a rastrellare le fabbriche per rappresaglia. «Sono entrati anche alla Sida - prosegue Bruno Bovo -. Hanno ispezionato tutti i reparti. Ci spingevano fuori uno a uno. Mi hanno preso e puntato la punta del mitra alla schiena. Ricordo che con me c’erano Andrea Cavattoni e Antonio Peretto, un amico con un cuore grande così. Avrà avuto sei, sette anni più di me. Si faceva sempre in quattro per gli altri. Quella mattina aveva diviso con noi un pezzo di pane...».

Mani incrociate dietro la testa, Bovo e i compagni vengono messi con le spalle al muro della Ceda, lo stabilimento di fronte alla Sida (oggi c’è la Selectra). «Ci hanno tenuti lì, fermi in piedi mentre andavano a “prelevare” altri operai nelle altre fabbriche. Un tedesco, una SS faceva la guardia. Ci minacciava con la canna del mitra. Ce la infilava nella pancia e urlava. “KAPUTT ITALIANO! KAPUTT ITALIANO! KAPUTT ITALIANO!”...».
A 70 anni di distanza, Bruno Bovo si irrigidisce sulla poltrona. La voce si spezza. Si mette le mani davanti agli occhi. La voce soffoca. «Mani dietro la testa, appoggiati di schiena, la SS che urla... Ero terrorizzato. Italiano kaputt voleva dire “adesso vi ammazziamo”. Non mi facevo illusioni, conoscevo le abitudini dei tedeschi. Sapevo cosa facevano... Ero convinto che fosse le fine. Ho iniziato a pregare, non mi vergogno a dirlo. Ho affidato la mia anima a Dio. Pensavo ai miei genitori, a mia madre...».

L’ULTIMO MIGLIO. I tedeschi finiscono la caccia. «Abbiamo formato una colonna. Ci hanno fatto muovere in fila indiana. Sempre con le mani dietro la testa». Poche centinaia di metri lungo via Pacinotti verso la Lancia. «L’ultimo miglio dei condannati a morte. Cosa pensavo? Niente. Mi muovevo da automa. Non capivo più niente. Sentivo piangere e pregare. Sentivo le urla dei tedeschi, ma ero come drogato, anestetizzato. Quando sai che stai per morire, entri in una specie di stato di incoscienza. Almeno così è stato per me. Non ti tocca più niente. Sei assente, lontano». La colonna avanza. Passa davanti alla Saffa (dove oggi c’è il parcheggio della Metro). «Ci fanno svoltare a sinistra, verso Oltrisarco. Ci ordinano di metterci davanti al muro della Lancia, esattamente dove oggi c’è la targa che ricorda i morti...». Bruno Bovo prende fiato. «Ci mettono in riga sul ciglio del marciapiede. Un’unica fila, schiena al muro. Eravamo in 18, lo so perché ci siamo contati. C’eravamo noi della Sida, qualcuno della Ceda. E poi degli operai della Lancia portati direttamente lì. Dopo un paio di minuti è arrivato un autoblindo dalla strada dove oggi c’è la Metro. Si ferma davanti a noi. Dalla torretta sbuca un tedesco. Parla con la SS a terra, che ci teneva sotto tiro. Ha atteso un attimo. Poi ha imbracciato la mitragliatrice della torretta e ha iniziato a sparare come un dannato...».

IL MASSACRO. Bruno Bovo riporta le mani congiunte sopra gli occhi. Una preghiera che nasconde le lacrime. Un singhiozzo tenuto fermo in gola. «La prima raffica stacca il collo a un ragazzo sulla mia sinistra. Aveva una camicia a quadretti neri e verdi... Non ricordo il nome. Vedendo quel ragazzo morire così, ci siamo istintivamente nascosti uno dietro l’altro. Non so come spiegarlo: ci siamo chiusi come un pugno, a “mucchio”, in una specie di abbraccio. Roba di una frazione di secondo. Le raffiche sono proseguite, siamo caduti a terra, uno sopra l’altro, falciati. Morti e feriti». Bruno Bovo viene colpito da cinque pallottole: la prima gli porta via la falange del pollice destro, la seconda lo colpisce all’indice. La terza e la quarta gli trapassano il braccio sinistro: una sotto il gomito e una sopra, nel muscolo. La quinta entra sotto l’ascella sinistra, passa a tre millimetri dal cuore e si conficca a fior di pelle sotto l’ascella destra. «Il corpo senza vita di un compagno mi è caduto addosso. Era un uomo robusto. Mi soffocava. Non riuscivo a respirare con questa pallottola che mi aveva attraversato tutto il corpo...».

Non è finita. Non c’è pietà. Partisanen kaputt, Italiano kaputt. «Mentre ero lì sotto, vedo che si avvicina un tedesco con il mitra per dare il colpo di grazia ai vivi... Perché i tedeschi quel giorno il colpo di grazia lo hanno dato, eccome». Bruno Bovo fa ancora più fatica a raccontare. È in apnea. Poche parole. Niente ricami. «Il primo li supplicava: “Non uccidetemi, vi prego, ho moglie e figli”. Ma quella bestia, niente..». Il tedesco spara. «Il secondo urlava: “Uccidetemi, uccidetemi. Non voglio più soffrire”. E quello...». SPARA. «Stavano arrivando a me. Poi è successo che dalla Montecatini i partigiani hanno cominciato a sparare sui tedeschi. Dalla Montecatini avevano visto tutto, ma non erano intervenuti per non colpirci. Quando hanno visto che eravamo tutti per terra, hanno fatto fuoco. È per questo che i tedeschi se la sono data. Non c’è stato nessun tedesco “buono” che ha detto “non date il colpo di grazia, risparmiateli”. Hanno smesso solo perché qualcuno li ha obbligati a farlo...».

I tedeschi scappano. A terra ci sono i morti e i sopravvissuti. Tutti feriti. «Eravamo in cinque ancora vivi: io, Andrea Cavattoni, Antonio Peretto, Walter Saudo e Duilio Gobbato». (Peretto e Saudo moriranno poche ore dopo, Cavattoni nel 1991, Gobbato nel 2010 in Canada dove viveva, ndr). Dalla Magnesio arriva un camion «3Ro» adibito ad ambulanza. Qui il racconto coincide con quello di Ottorino Bovo che abbiamo pubblicato la scorsa settimana. «Con Ottorino Bovo non siamo né parenti né paesani nonostante abbiamo lo stesso cognome. Io lo conoscevo, ma lui non conosceva me. Appena lo vedo gli urlo: “Bovo tu non mi conosci, ma io ti conosco, aiutami, tirami sul camion”. Lui mi ha preso e mi ha messo sul “3Ro”. Sono stati Ottorino Bovo e l’autista a caricare tutti, morti e feriti. Oggi siamo grandi amici». Il camion ambulanza parte per l’ospedale (che in quel periodo era in via Fago, dove oggi c’è Villa Serena). «Ero moribondo, ma sorprendentemente lucido. Ero sotto adrenalina. Se prima della fucilazione mi sentivo un automa, incapace di reagire, adesso mi sentivo vigile. Attento a tutto. Da quando ero caduto a terra dopo la mitragliata, era come se sentissi tutto amplificato. Forse la voglia di resistere, di vivere...». L’ambulanza fa ponte Roma, si ferma a Cristo Re per caricare un prete e la presidente della Croce Rossa, la contessa Fox. «Sale questo parroco, vede la situazione e ci dà la benedizione. A noi, e ai morti».

L’ambulanza arriva in via Fago. «Ero in condizioni disastrose, ma capivo tutto. Ci hanno messi per terra in un corridoio in attesa di un letto. C’erano state sparatorie dappertutto a Bolzano. Vedo passare il professor Casanova, un medico dell’ospedale. Lo conoscevo. Ho urlato. “Aiutami”. Lui ha preso una forbice, ha tagliato la giacca e il maglione. Ha visto com’ero messo. Ha cercato di tamponare la ferita. Poi è passato il parroco di Gries, l’ho tirato per la tonaca: “Mi voglio confessare, padre”. Lui si è inginocchiato e io mi sono confessato. Il parroco ha preso un ampolla dalla borsa e mi ha fatto il segno della croce sulla fronte con l’olio santo. Sapevo cosa voleva dire: era l’estrema unzione. Lui ha capito e ha avuto pietà di me. “No caro - mi dice - , lo faccio solo per prevenzione...”». Bruno Bovo viene finalmente trasferito in una stanza e sistemato a letto. «Erano le 4 del pomeriggio. Subito dopo ho perso conoscenza». Per tre giorni resta in coma. I medici dicono alla madre Maria che bisogna aspettare, che solo Dio sa come andrà a finire. «Al terzo giorno mi sveglio. La vedo inginocchiata al fianco sinistro del letto con la corona del rosario tra le mani. Sta pregando. “MAMMA, MAMMA”, dico. Lei alza la testa. “BRUNO, BRUNO”. Prende a baciarmi. In quel preciso momento ho cominciato a vivere di nuovo. Mia madre mi ha dato la vita per la seconda volta...». Alcuni giorni dopo, quando le sue condizioni migliorano, i medici lo operano e gli tolgono la pallottola che ancora aveva in corpo. «Me la sono attaccata alla cintura come un trofeo. Ma un giorno, senza dirmi niente, mia madre l’ha tolta e l’ha fatta sparire. La faceva soffrire. Non voleva più vederla...».

Bruno Bovo da 70 anni si pone sempre la stessa domanda: «Perché sono sopravvissuto? Perché io? Rivedo i miei compagni, i ragazzi che erano con me quella mattina. Non ho risposte, se non quella di affidarmi a Dio».