MEMORIA

I “Sette di Gusen” ancora dimenticati 

Nonostante le promesse, nessuna iniziativa ufficiale a Bolzano per ricordare gli operai della Zona deportati a Mauthausen l’1 febbraio 1945 e mai più ritornati

di Luca Fregona

BOLZANO. «Il Comune si muova per ricordare finalmente i “Sette di Gusen”. È troppo tempo che aspettiamo». Si riferisce, il presidente emerito dell’Anpi Lionello Bertoldi, ai sette lavoratori della Zona industriale partiti il primo febbraio del 1945 da via Pacinotti sui carri merci diretti a Mauthausen. «Erano sette fedeli compagni di lotta di Manlio Longon, sette umili operai costretti ad essere eroi per rimanere uomini. Arrivarono a Mauthausen e Gusen il 4 febbraio 1945. Non tornarono più».

Questi i nomi che Bolzano non deve dimenticare: Tullio Degasperi, 39 anni, operaio alla Magnesio. Erminio Ferrari, 40 anni, pompiere. Decio Fratini, 40 anni, dirigente della Ceda. Walter Masetti, 35 anni, operaio della Lancia. Adolfo Berretta, 55 anni, gestore della trattoria «Val d'Ega» a Cardano. Gerolamo Meneghini, 33 anni, operaio alla Feltrinelli. Romeo Trevisan, operaio Lancia.

Arrestati dalle SS a metà dicembre del ’44, internati nel campo di via Resia, e poi caricati sui vagoni piombati, quel primo febbraio, con altre 540 persone: prigionieri politici, ebrei, zingari, donne, uomini, bambini. La loro storia è stata raccolta negli anni dall’Anpi e raccontata più volte dal nostro giornale, ma la città sembra essersene dimenticata.

Non una targa, una piazza, una strada coi loro nomi. Solo un cenno sulla lapide accanto alla tomba di Longon. Troppo poco. Perché nessuno li scordi è necessario che venga fatto qualcosa: una stele in via Pacinotti, accanto ai binari per il lager, una via, uno spazio pubblico, in modo che la loro memoria non si perda una volta che non ci saranno più i figli e i nipoti.

Bolzano, città del lager di via Resia, ha il dovere morale di onorare i suoi figli  inghiottiti dai campi dell’orrore.

«Le famiglie, assieme a noi - continua Bertoldi - aspettano un perenne segno del loro sacrificio. Spero di essere ancora qui quando questo accadrà».

E aspettano “un segno” anche le famiglie della strage degli operai del 3 maggio 1945, presi a caso nelle fabbriche della Zona e fucilati dai nazisti davanti al muro della Lancia. Ancora per loro serve una targa coi nomi. Tutti i nomi: dei morti e dei sopravvissuti. O diventeranno solo polvere. Un pensiero lontano in una città senza memoria, sempre più incapace di distinguere il Bene dal Male.