LA STORIA

Il dolore di via Resia per Maurizio, il clochard morto in strada

Maurizio era un clochard molto noto nel rione di Don Bosco. Il 2 maggio è caduto e ha sbattuto la testa. È deceduto poche ore dopo nell'ospedale di Bolzano. Solo al mondo, il suo corpo è ancora in cella frigorifera. Gli amici di sempre si mobilitano: «Non si può morire così, come se non si fosse mai esistiti»

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di Luca Fregona

BOLZANO. Maurizio aveva 51 anni, da tempo aveva preso un binario senza ritorno. Un matrimonio affondato, la perdita del lavoro e della casa. Poi l’alcol. Tanto alcol. Dormiva sulle panchine, sotto i ponti, alle fermate dei bus, nei giroscale. A volte tra i banchi della chiesa di Don Bosco, con il parroco che chiudeva un occhio. Parlava agli alberi. Urlava alla luna. Ma non faceva male a nessuno. Anzi, quando “tornava sulla terra” gli piaceva ridere e scherzare.

È morto il 2 maggio. È inciampato in via Resia sulle scale che scendono al bingo. Ha battuto la testa sui gradini. Si è rialzato. È arrivato fino alla fermata del bus. Poi è caduto ancora. Ha perso conoscenza. Poche ore di agonia in ospedale. E stop, giù il sipario. La Procura ha disposto l’autopsia per capire se abbia fatto tutto da solo o sia stato spinto da qualcuno. Non c’è giallo, ma il suo corpo, 10 giorni dopo, è ancora in una cella frigorifera, in attesa che un lontano parente decida cosa farne.

Non aveva più nessuno Maurizio. Morti i genitori, morto il fratello. Un amore naufragato tra debiti e incomprensioni. L’unico legame erano gli amici del rione, quelli della compagnia di via Sassari, di quando era ragazzo. Gli unici che si sono presentati in ospedale per capire cosa fosse successo. Paolo Azzolini, i fratelli Carmine e Maria Palmisano, Franca Mengoni. «Non abbiamo mai smesso di volergli bene - raccontano -, lo aiutavamo come potevamo». Qualche euro per un panino, il caffè, un pranzo, una cena, un bicchiere di vino “anche se gli faceva male”. «Quello che si poteva, ma adesso ci piange il cuore che nessuno lo ricordi. A Don Bosco si è saputo per il passa parola, ma non è dignitoso né giusto “sparire” così. Come se non si fosse mai esistiti». Maurizio era il loro amico fragile. Buono e generoso. Un po’ matto. Se aveva in tasca due euro, ti offriva lui il caffè anche se viveva come un barbone. Lo faceva in nome dei vecchi tempi. Quando le cose giravano bene. Quando aveva una casa, una vita normale, un lavoro di prestigio alal Telecom e il diploma di perito in tasca. «È solo che non aveva più la forza di rialzarsi e lottare - sussurrano Franca e Carmine -. Troppe fregature. Troppe amarezze. Aveva chiuso con il mondo ma non chiedeva niente a nessuno. Era una persona pulita. Corretta. Tutti lo coccolavano. Gli eravamo affezionati». Viveva, Maurizio, del cuore buono di via Resia. «Devi capire - dice Carmine - che quando cresci insieme in un quartiere come il nostro, si crea un legame che non si spezza più. Quando era lucido, in lui rivedevo il ragazzo intelligente e brillante con cui passavamo serate intere a parlare...».

E Franca: «Ogni mattina, quando lo incontravi ti diceva sempre la stessa cosa : “E anche oggi siamo vivi!”. Tutti ridevano come a esorcizzarla, la morte. Ma sapevamo che era un presagio. Viveva appeso a un filo. Ne era cosciente». Carmine, Franca e gli altri amici si chiedono che sarà di lui. «La speranza è che qualche familiare si presenti e gli assicuri una degna sepoltura. Noi diremo una messa e porteremo dei fiori». Nel caso nessuno si facesse avanti, sarà la Procura a dare l’autorizzazione per la tumulazione nel campo comune al cimitero di Oltrisarco. A Bolzano il numero di chi finisce nel “campo comune” è in continua crescita. Persone sempre più sole che muoiono da sole, senza lasciare disposizioni sui funerali.

E allora, gli diamo noi l’ultimo saluto con il “necrologio” scritto dagli amici di sempre. Eccolo. «Ciao Maurizio, il tuo sorriso era uno di quelli rari, di quelli che illuminano la vita. Ci manchi. È dura convivere con tutto questo dolore nel cuore. Ma un giorno ci ritroveremo, caro fratello. Riposa finalmente in pace».