Arabo e Corano,  50 bambini a lezione in Bassa Atesina 

Lezioni ogni domenica a Egna: ci sono africani e macedoni Molti sono nati in Italia: «Cultura e tradizioni vanno difesi»

di Sara Martinello

EGNA. Vengono dal Marocco, dalla Tunisia, qualcuno anche dalla Macedonia: sono i cinquanta bambini che, anche se nati qui, ogni domenica mattina frequentano la scuola di cultura islamica dell’associazione culturale «Giovani del futuro», fondata a gennaio con il proposito di trasmettere ai giovanissimi italiani la vastissima tradizione dell’area in cui le loro famiglie hanno le radici.

Nella sala polifunzionale dell’edificio di fronte al Municipio - sala affittata grazie ai fondi personali dei soci - si insegnano l’alfabeto, la lingua, le norme di scrittura, si studia il Corano e si organizzano giochi, gite e attività per tutta la famiglia, come l’escursione a Gardaland, le grigliate e le partite di calcio. Con insegnanti qualificate che fanno imparare i versetti del testo sacro calandone il significato nella vita di tutti i giorni, facendo ragionare i giovani alunni sull’importanza dell’essere cittadini del mondo. Perché, come già dice il nome dell’associazione, il futuro è nelle loro mani.

«Conoscere diverse lingue, saper interagire con più persone, è la chiave per una comunicazione efficace. Questi bambini potranno diventare insegnanti, medici, entrare nelle forze dell’ordine: a questo punto è comprensibile come la competenza linguistica sia fondamentale per contribuire alla società. Il nostro proposito è l’apertura verso la comunità del paese, nella speranza che un domani non si debba nemmeno più parlare di integrazione. La società odierna è come una rete internet, ha troppi nodi: ecco, noi incidiamo sul singolo nodo, in questo caso della cultura islamica, per marcare la sua distanza dalla cattiveria, dall’esclusione del prossimo, dal terrorismo che dilania la possibilità di apertura», spiega Houssein Zarbal, segretario e portavoce di «Giovani del futuro». Zarbal ha studiato fisica e in Italia lavora come elettrotecnico. Come il resto del direttivo ha la cittadinanza italiana, e come tutti si è dovuto scontrare con l’incredulità di chi è nato qui nel constatare che spesso gli “stranieri” – se così ancora possiamo definire chi non è nato entro i confini – hanno un’alta formazione.

L’hanno sperimentato sulla loro pelle anche le maestre, entrambe di origine tunisina. Nadia Ben Houria, giunta in Italia nel 2015 con una lunga esperienza nella pedagogia, cita l’importanza di sforzarsi nell’apprendere non solo una nuova lingua, ma anche le regole che governano il Paese d’adozione: «A Magré, dove vivo, mi sono attivata perché fosse istituito un corso di educazione civica e ho seguito i corsi di italiano e tedesco per potermi rapportare alla gente con il codice dovuto». Afifa Chebbi è arrivata 16 anni fa con una laurea in pedagogia in tasca e un curriculum da fondatrice e direttrice di una scuola materna, ha insegnato l’arabo ad adulti italiani e tedeschi e da 4 anni collabora con la cooperativa Xenia per il servizio di doposcuola e aiuto compiti a Salorno, dove svolge anche l’attività di mediatrice culturale per le famiglie in arrivo: «Il corso della domenica mattina è aperto a chiunque voglia far conoscere la cultura islamica ai propri figli, non importa se di madrelingua araba, italiana o tedesca. Se poi avremo un numero sufficiente di interessati ci piacerebbe organizzare anche corsi per adulti. E, perché no, magari corsi di francese, che per noi è una seconda lingua». Ben Houria e Chebbi sono un esempio della figura femminile coranica: sono entrambe madri e sono attive nella cura della comunità, a partire dai bambini. Emancipate e colte, sempre presenti insieme agli altri genitori nella crescita dei loro figli come cittadini consapevoli, con la marcia in più del multiculturalismo. Per Mohamed Moullablad, tesoriere dell’associazione, tutto questo deve essere suffragato da una corrispondente spinta verso il prossimo da parte di chi in Italia ci vive da sempre: «La maggior parte degli italiani nemmeno saluta. Se tanti vengono qui perché c’è lavoro, perché farci sentire indesiderati?».

A Egna l’integrazione è storia vecchia, insomma. Ora si tratta di praticare l’inclusione.

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