I FLUSSI DEMOGRAFICI

A Bolzano gli italiani sono in crisi"Manca rappresentanza politica"

Abitanti in calo e sempre più vecchi, ma soprattutto privi di una classe dirigente. Preoccupa lo studio demografico del sociologo Luca Fazzi

BOLZANO. Lo studio realizzato da Luca Fazzi per l’Alto Adige fa discutere. I grandi temi sono l’immigrazione che aumenta, la popolazione che invecchia, la percentuale di abitanti autoctoni che diminusce. Temi che corrispondono ad altrettante sfide, quelle dell’integrazione, dei nuovi servizi, della rappresentanza politica e del carovita. Tra tanti interrogativi c’è una certezza: alcune tendenze sono ormai irreversibili.
 Enrico Valentinelli, vicepresidente della Cassa di Risparmio ed ex presidente di Assindustria. Toni Serafini, sindacalista della Uil e già assessore all’urbanistica. Giorgio Delle Donne, docente e storico bolzanino. Tutti e tre sono attenti osservatori della realtà altoatesina, tutti e tre sono abituati a leggere cifre e statistiche. Lo studio di Fazzi è complesso, «ma il vero dato di fondo - spiega Valentinelli - è il tasso di natalità, perché è questo che in definitiva determina lo sviluppo sociale ed economico».
 Il tasso di natalità in Alto Adige dice che a Bolzano i figli li fanno soprattutto gli immigrati. Duplice la conseguenza: aumentano gli stranieri (oltre agli immigrati, ci sono quelli di seconda generazione) e aumenta l’età media degli abitanti. E in effetti sono questi due dei punti focali su cui si concentra l’analisi di Fazzi.
 «Sono fenomeni irreversibili - prosegue Valentinelli - che si faranno sentire in maniera ancora più forte nel lungo periodo. Tra qualche decennio avremo una città completamente modificata. Le due etnie principali, quella italiana e quella tedesca, saranno più contenute e in compenso aumenteranno gli stranieri e i mistilingue. Io la vedo come una sfida in positivo, culturalmente interessante: ad esempio spariranno molti dei conflitti legati alla conoscenza delle lingue o alla diversa etnia».
 Ma se certe divisioni si appianeranno, altre ne nasceranno, avverte Toni Serafini, sindacalista della Uil: «Quella dell’immigrazione è una tematica complessa da affrontare a tutti i livelli: casa, lavoro, scuola e conoscenza delle lingue. Noi italiani dovremmo ricordarci che qui in Alto Adige siamo stati tutti immigrati anche noi, o almeno i nostri genitori o nonni». Italiani immigrati, ma sono molti anche quelli che l’Alto Adige l’hanno abbandonato. Per Valentinelli è colpa anche del carovita: «Parlo della mia esperienza personale: conosco diversi operai della Lancia che una volta andati in pensione, sono tornati in Veneto o in Lombardia. Non che a Bolzano si trovassero male, anzi. I più se ne sono andati a malincuore e comunque hanno mantenuto qualche legame. Solo che coi soldi che hanno ricavato vendendo la casa che qui erano riusciti ad ottenere con tanti sacrifici, nei loro paesi di origine riuscivano a comprarsi una villetta».
 La «fuga» da Bolzano, Serafini la legge così: «La città è stata a lungo bloccata dalla politica urbanistica dell’assessore provinciale Alfons Benedikter. E così negli anni Ottanta molti bolzanini sono stati costretti ad emigrare nei paesi vicini: Terlano, Bronzolo, Prato Isarco, Caldaro». Una constatazione che fa anche lo storico Giorgio Delle Donne: «L’obiettivo del fascismo di fare di Bolzano una città di centomila abitanti fu raggiunto nel 1964. Ma da allora non c’è più stata crescita. Benedikter aveva dichiarato guerra a Bolzano, l’ha bloccata: così come il fascismo aveva italianizzato l’Alto Adige, negli anni successivi c’è stata una “de-italianizzazione”. E la politica dell’integrazione è fallita: Flavia Pristinger già nel 1978 parlava di una divisione etnica del lavoro e del territorio. Trent’anni dopo questi temi sono ancora attuali».
 Un’affermazione che Serafini contesta («parlare di ghettizzazione degli italiani è sbagliatissimo, tutti i quartieri cittadini sono a prevalenza italiana»), ma che Delle Donne prende come spunto per affermare che «il vero problema degli italiani è che chi li governa rappresenta solo una minoranza del gruppo linguistico». Il disagio visto come problema di rappresentanza politica, insomma, e su questo anche Serafini concorda: «Il disagio sociale ha colpito tutti alla stessa maniera: la pensione da 600 euro al mese è un problema per un bolzanino di lingua tedesca così come lo è per uno di lingua italiana. Semmai lo è un po’ meno per un pensionato di Sarentino, che magari continua a svolgere qualche attività e non ha il problema del carovita. Il vero disagio italiano è però quello della rappresentanza: un altoatesino di lingua tedesca che non si sente rappresentato dall’Svp ha l’alternativa dei Freiheitlichen, mentre in questo momento gli italiani si trovano a disagio sia nei confronti del centrodestra sia nei confronti del centrosinistra. E vicende come quelle interne ad Ae non fanno altro che peggiorare le cose».