«Bene, ma basta credere che si è sofferto solo qui» 

Lampis: «Il fascismo ha fatto del male a tutti E in tutta Italia si raccontano questi monumenti»   

di Paolo Campostrini

BOLZANO. Direttore, domenica illuminano la scritta sopra il duce al cavallo. Che ne dice? «Bene, ma basta che non mi faccia parlare di politica...». Antonio Lampis guarda da Roma a questa nostra questione. E la vede in mezzo alle tante cose che accadono intorno alle opere d'arte italiane, in un Paese che ne possiede più delle metà dell'intero patrimonio mondiale e ha il più alto numero di siti Unesco dell'orbe terracqueo. Perché Lampis da un po' ha lasciato Bolzano, l'assessorato di Tommasini e i nostri monumenti inquieti per assumere la direzione generale dei musei di Stato, quel «museo diffuso», quelle migliaia di siti e istituzioni che vengono governate dal ministero della Cultura. Per cui, ora che è braccio destro del ministro ai Beni culturali Dario Franceschini, allarga lo sguardo e dice: «Ormai le opere d'arte, e il bassorilievo di Piffrader lo è, non si espongono più soltanto. Si tende a raccontarle. Che vuol dire offrire loro un contesto da cui osservarle. Ma che significa anche metterle in discussione, aprire riflessioni, commenti su di loro. E anche contestazioni». Insomma, non è che tutti siano mossi dalla necessità di conciliare tedeschi e italiani di fronte a certi monumenti, o siano indotti come è accaduto a Bolzano pure col monumento alla Vittoria ad un compromesso politico in una provincia difficile, ma la tendenza a lasciare l'arte ferma e chiusa nelle teche è un "mood" ormai in disuso.

Cosa si tende a fare oggi nei musei?

A creare un racconto.

Anche intorno alle opere?

Soprattutto per le opere. Si raccontano rispetto ai tempi e al luogo in cui sono state pensate e costruite. E raccontandole, immaginiamo e riportiamo anche il contesto che le riguarda.

E pure le idee di chi le ha volute?

Soprattutto. Perchè il senso del racconto, durante un'esposizione o nei luoghi che le contengono, serve a far capire cosa pensavano non solo gli artisti o gli architetti che le hanno immaginate ma pure cosa pensavano chi le osservava al tempo. E il racconto può essere una scritta, un pannello illustrativo, un convegno, una mostra tematica che ridisegna l'apparto critico.

Insomma, comprendere i processi mentali che le hanno prodotte...

E perchè questa o quell'altra opera si stata messa lì dove si trova e come mai in quel momento storico.

È un completamento.

Non solo. Serve in certi casi a capirle di più e, come conseguenza, ad aprire una discussione su di loro.

Perchè c'è sempre chi questo "racconto" deve scriverlo

E non è detto che la sua attualizzazione vada bene a tutti.

Ma va bene a lei...

Sicuramente. Perchè in questo modo si rendono vive le testimonianze.

Anche quelle in parte contestate come il bassorilievo di Piffrader col duce a cavallo?

Premesso che le opere in quanto memoria storica non andrebbero toccate, danneggiate o quant'altro, sì, l'installazione di Bolzano potrebbe entrare nel novero del racconto sull'opera.

Qui l'operazione è nata per salvarla, l'opera. E perché il mondo di lingua tedesca ha ricordi molto brutti e vivi del regime...

Ma non spingerei troppo su questo. In Alto Adige ci crediamo tutti speciali. E ci pensiamo speciali anche nelle sofferenze patite sotto la dittatura. Vorrei far notare che in tutta Italia la gente ha sofferto, è stata imprigionata e uccisa. Dunque non dobbiamo credere che le nostre discussioni siano così “speciali” da rendere uniche anche quelle sul bassorilievo.

Pure a Roma è stata riaperta una discussione sul mantenimento o meno di certi aspetti della monumentalità di regime. Come l'obelisco con la scritta "dux"

Se ne discuterà sempre. È la politica... Ma la conservazione dei siti è ormai un dato incontestabile. Tuttavia, ripensando ai sudtirolesi, anche la comunità ebraica romana non guarda con piacere a certe immagini mussoliniane o littorie di cui la capitale è piena. Ma anche se evoca in tutti noi ma in loro particolarmente, orribili ricordi, il tema è visto nel suo contesto. Ecco, non vorrei che a Bolzano, proprio pensando agli ebrei romani, ci si senta speciali anche davanti a quel duce.