BOLZANO

Bolzano, morire a 17 anni di corsa verso il futuro

Identificato il giovane eritreo ucciso dal treno. Il racconto degli amici: «Eravamo con lui. Odiamo questa vita»

di Francesca Gonzato

BOLZANO. Abeil Temesgen, 17 anni. Dovrebbe essere questa l’identità del giovane eritreo morto lunedì sera in stazione, colpito da un treno regionale, mentre cercava di salire su un treno merci per superare il confine. Arrivare in Germania, questo il miraggio. Una tragedia annunciata nel caos dei profughi che provano di tutto per evitare i controlli degli austriaci. La sua storia e l’incidente sono stati raccontati alla Polfer dai tre amici che si trovavano con il giovane. I dati sono in via di verifica da parte della polizia (indagine seguita dal pm Luisa Mosna). Il ragazzo era stato registrato due volte nel territorio italiano, dichiarando 16 anni e successivamente 21. Gli amici dicono «ne aveva 17». Ieri mattina erano ancora lì, sui binari della stazione. Spersi, disperati, un diciottenne e due diciassettenni, così raccontano, tutti eritrei. Cercavano il loro amico. «Dov’è il corpo di Abeil? Vogliamo vederlo», chiede Biriam, il diciottenne, l’unico che parla inglese.

Tra oggi e domani arriverà il fratello del ragazzo morto. «Si trova in Germania. Abbiamo parlato con un nostro amico, che abita vicino a lui», dice Biriam. Il corpo si trova lì, al cimitero di Oltrisarco, dove è stata effettuata l’ispezione sul corpo. Da lunedì sera i tre ragazzi sono stati lasciati soli, fino alla tarda mattinata di ieri, quando spontaneamente sono entrati nell’ufficio della Polfer per fornire il nome del loro amico, accompagnati da Chiara Rabini, la delegata comunale per i profughi, e due volontarie di Binario 1.

Avvisata la Procura dei minori, i giovani profughi fino al tardo pomeriggio sono rimasti nell’ufficio della Polfer. Era stato trovato loro un posto per dormire al servizio Sis nella Casa Forni, ma sono stati assegnati all’emergenza freddo dell’ex Alimarket.

Subito dopo l’incidente lunedì sono scappati, «abbiamo paura di tutto», raccontano, «Ma poco dopo siamo tornati in stazione per sapere dove si trovava il corpo del nostro amico. Nessuno ci ha detto nulla. Siamo andati in ospedale e non lo abbiamo trovato».

Lunedì erano arrivati a Bolzano con un treno da Verona. «Non ce la farete a proseguire», sono stati avvisati. Troppo rigidi i controlli. «Allora volevamo tornare a Milano, ma abbiamo finito i soldi», racconta Biriam. In stazione i quattro eritrei sono stati avvicinati dagli operatori in servizio. Avrebbero potuto passare la notte all’ex Alimarket, ma si sono allontanati. «Abbiano deciso di provare a salire su un treno merci, per andare in Germania». E’ la nuova emergenza. I profughi per evitare i controlli sfruttano le ore notturne per provare a salire sui treni merci. «Questo sarà solo il primo morto, se la politica non decide di prendere sul serio questa situazione», ripeteva ieri, per l’ennesima volta Mario Deriu (Siulp), in stazione.

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Prosegue il racconto dei ragazzi: «Stavamo correndo tra i binari, verso il treno merci, non ci siamo accorti che stesse arrivando l’altro treno». Abeil Temesgen è stato colpito dal regionale in arrivo dal Brennero. È morto sul colpo. Il macchinista ha raccontato di avere notato delle persone sui binari. Ha provato a frenare, ma a un treno di quelle caratteristiche servono almeno duecento metri per riuscire a bloccarsi. «Abeil è stato colpito alla testa ed è morto subito. Io mi sono ferito a un piede», racconta l’amico.Sono arrivati in Italia dalla Libia pochi mesi fa. «In Libia siamo rimasti otto mesi in un campo-prigione». Poi il viaggio per mare. «Ci hanno messo in un centro a Messina, poi Roma e Milano È il secondo amico che vedo morire», racconta Biriam, «Odio la nostra vita. Mia madre? È in Eritrea. Io voglio raggiungere mio fratello in Olanda, per questo devo arrivare in Germania». Secondo Deriu ci sono una serie di provvedimenti urgenti da prendere per evitare altre morti, a partire da maggiori controlli nelle stazioni, «ma una sola è la soluzione: aprire corridoi umanitari, evitare questa lotteria disperata per superare i confini». Pochi giorni fa la polizia ha trovato cinque africani nascosti tra i container di un merci. Deriu:«Rischiano di cadere, morire assiderati. Chi si prende questa responsabilità? Non è solo una emergenza. Per queste persone la disperazione è più forte della paura della morte». Anche per Chiara Rabini oltre alle misure tampone per evitare le morti, «ci sono solo i corridoi umanitari. Solo vie d’accesso regolari e legali, come i ricongiungimenti familiari o i visti per motivi umanitari eviterebbero questi pericoli». Duri i volontari di Binario 1: «Da quanti pericoli si era salvato, per venire a morire a Bolzano?».