Bolzano ricorda l’orso Pippo: una vita a Parco Petrarca

Gildo Spagnolli: «Erano gli anni Sessanta... ce lo portarono dal Trentino». Migliaia di bimbi di "processione", per anni. Poi la malattia, il dibattito sull'eutanasia. Le bastonate di un balordo. Infine, la sua morte. Ecco la storia (irripetibile, ai giorni nostri) dell'animale più amato di Bolzano

di Fabio Zamboni

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BOLZANO. Questa è la storia dell’orso. Non in senso metaforico e nemmeno in senso zoologico, pur avendo inizio nelle sale del Museo di scienze naturali di Bolzano. È la storia dell’orso bolzanino per antonomasia: l’orso Pippo. Che andrebbe scritto con due maiuscole, Orso Pippo, come fosse nome e cognome, come un cartone animato, come simbolo di migliaia di bambini che diventando grandi ricordano lui ma non le sue vicissitudini.

La raccontiamo, ricostruendola con i protagonisti dell’epoca, perché sono passati vent’anni dalla sua scomparsa ma soprattutto per una curiosa novità: il Museo di scienze naturali di via Bottai, aprendo uno spazio intitolato “Il ritorno dell’orso” ha ritagliato una finestra proprio sull’orso Pippo, quello che per oltre trent’anni è stato l’attrazione dei bolzanini nel parco lungo il Talvera. Una finestra con alcune fotografie che rimandano a loro volta al sito del giornale “Alto Adige” e alla galleria fotografica dedicata appunto al celebre plantigrado.

Non c’è bolzanino over 25 che non ricordi l’orso Pippo, vissuto fino al 1993 nella gabbia sulla quale sorge oggi lo spazio giovani Pippo Stage. Ma non c’è nessuno che quella storia la conosca fin nei minimi dettagli come Gildo Spagnolli (nella foto), 79 anni, responsabile della Giardineria comunale dal 1957 fino al ‘98. Fu lui ad avere l’idea di portare Pippo a Bolzano.

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«Dove oggi c’è il Pippo Stage c’era la gabbia di Pippo, ma dove c’era la gabbia di Pippo c’era prima la gabbia dei leoni. Allora, durante il fascismo, quello che oggi è il Parco Petrarca era il parco di Gries, e dove c’è il corpo d’armata c’era l’Hotel Baden. Gries fu inglobata nel comune di Bolzano nel ’28, qualche anno dopo iniziò la costruzione del Corpo d’armata e rinnovando il giardino lo fecero in puro stile fascista: pini “italici” e leoni in gabbia, retaggio del colonialismo. Restarono lì credo fino alla fine della guerra. Morti i leoni, fu creato un piccolo zoo. E a fine anni Cinquanta, quando in tivù spopolava Angelo Lombardi, il famoso Amico degli animali, lo stesso Lombardi venne a Bolzano e suggerì di aggiungere degli orsetti lavatori che lui doveva piazzare».

Dagli orsetti agli orsi.

«Eh sì. Nei primi anni Sessanta venni a sapere che a Sardagna, sopra Trento, dovevano liberarsi di una coppia di orsi in cattività. Proposi subito all’amministrazione comunale di portarli al Parco Petrarca. La gabbia dei leoni fu trasformata nella buca che poi divenne la casa di Pippo».

Che era “trentino”, quindi.

«Sì. Il maschio si chiamava Pippo, la femmina Denis. Il trasporto fu un’avventura incredibile, perché nessuno aveva pratica, non c’erano esperti come oggi. E non c’era nemmeno la possibilità di anestetizzarli. Ci affidammo alle fiaccole di pompieri, per tenere a bada gli animali».

Si ambientarono subito?

«Sì, a parte due episodi tragici: il primo quando Denis partorì, perché Pippo uccise femmina e cucciolo. Nessuno sapeva che la femmina va isolata al momento del parto e nei mesi successivi. Ma Pippo uccise con una zampata anche un povero drogato che una notte si calò nella gabbia. Dopo questi episodi, visse fino alla bella età di 36 anni, coccolato da noi che lo accudivamo ma soprattutto da generazioni di bambini che gli lanciavano patatine e caramelle».

Una vera attrazione.

«Sì, tutto bene fino a fine anni Ottanta, quando incominciarono i guai con l’artrosi alle zampe posteriori. Lì iniziò una polemica infinita fra chi chiedeva l’eutanasia e chi lo voleva salvare ad oltranza. Io stavo coi primi, Pippo non si alzava più, mi sembrava una tortura. Finché, nell’aprile del 1993, dopo infinite discussioni, la giunta comunale di Marcello Ferrari prese la sofferta decisione. Non fu facile, perché l’opinione pubblica lo avrebbe voluto tenere in vita per sempre».

NIKA BUFFA: "L'HO CONQUISTATO CON IL MIELE E I DIGESTIVI"

L'animalista bolzanina del WWF, dall'inizio degli anni Ottanta fino all'aprile del 1993 quando è stato "addormentato", si è occupata dell'orso Pippo. "Quando ho cominciato ad occuparmi di lui non sapevo neppure cosa fosse un plantigrado. All'inizio avevo paura, poi abbiamo cominciato a conoscerci e a fare amicizia. E' stata un'esperienza indimenticabile". Ecco l'intervista di Antonella Mattioli:

EUTANASIA, LA SCELTA DOLOROSA

L’iniezione letale nella notte fra il 22 e il 23 aprile 1993: alle 4 del mattino

La sentenza fu eseguita nella notte fra il 22 e il 23 aprile 1993: alle 4 del mattino, evitando sguardi curiosi e probabilissime manifestazioni animaliste, il veterinario Paolo Gallmetzer spedì Pippo nel paradiso degli orsi con un’iniezione letale.

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Si chiudeva così, insieme alla vita del longevo grizzly canadese arrivato alla bella età di 36 anni, anche una interminabile e penosa polemica nata fra la gente e approdata in consiglio comunale fino a una spaccatura fra la Svp favorevole all’eutanasia e gli altri partiti che ascoltavano la piazza e gli animalisti propensi a una morte naturale.

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Sopralluogo dei politici comunali nella gabbia dell'orso Pippo: Pichler-Rolle è il secondo da sinistra

Chi ricorda tutto benissimo per averla vissuta, quella polemica, è Elmar Pichler-Rolle, esponente Svp e allora giovanissimo consigliere comunale.

"Intorno al 1988 l’orso soffriva di artrosi e ogni due giorni il veterinario doveva fargli una iniezione. A un certo punto non riusciva più a camminare, e allora intorno a Pippo l’attenzione aumentò. C’era anche un’animalista, Nika Buffa (nella foto), che tutti i giorni gli portava una vaschetta di gelato gentilmente offerta dalla gelateria sul Lungotalvera.

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"A quel punto - racconta Pichler Rolle - chiesi al sindaco Marcello Ferrari di chiamare un grande esperto per un consulto: venne il direttore del parco di Hellabrunn di Monaco, Henning Wiesner, considerato un vero specialista di orsi bruni. Lui arrivò con la sua cerbottana, addormentò Pippo e lo visitò accuratamente. Wiesner sentenziò: problemi di artrosi e problemi ai denti, l’orso va “addormentato” per sempre. Ma il sindaco Ferrari non se la sentì di prendere una decisione impopolare e si andò avanti con le cure quotidiane. A quel punto io gli comunicai che per protesta non avrei più dato voto favorevole alle delibere in consiglio comunale.

"Non ero nessuno, avevo 27-28 anni, ma un solo voto poteva mettere in crisi la macchina politica. Il sindaco cominciò a spazientirsi, e nel frattempo la vicenda finì in prima pagina sulla Tageszeitung di Monaco di Baviera. La polemica durò a lungo, perché l’eutanasia arrivò solo nell’aprile del ’93».

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UN VETERINARIO COME "BADANTE"

Dell’orso Pippo - prima delle cure e infine dell’eutanasia - si occupò il veterinario bolzanino, Paolo Gallmetzer.

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Mai avuto paura nell’affrontarlo?

«Assolutamente no. Con gli addetti della Giardineria a volte diventava minaccioso, ma con me era dolcissimo, forse anche perché gli portavo del cibo che gradiva: frutta, uova, e soprattutto würstel. Mangiava spesso miele e negli ultimi anni il gelato che gli portava l’animalista Nika Buffa. E poi tutto quello che i suoi fans, i bambini, gli lanciavano dall’alto».

La sua però non era una bella gabbia…

«Una volta si facevano le cose un po’ così, c’era meno rispetto per gli animali e le loro esigenze. Quel buco in cemento con le pareti umide non era certo l’ideale. Per avere un po’ di privacy e per dormire doveva poi rifugiarsi in una stanzetta ancor più umida e scomoda».

La storia ha un finale doloroso.

«Io mi battei a fianco del sindaco Ferrari per tenere in vita Pippo, perché non mi pareva che soffrisse eccessivamente. Ma quando subì anche l’aggressione a bastonate da parte di qualche pazzo sceso nella gabbia di notte e rimasto senza nome, capii che l’eutanasia era una soluzione necessaria. Dov’è finito? Cremato, al “cimitero” della Vives».

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