Dalla spedizione in Africa alla morte in Russia: il destino dei «bersalpini»

di Alan Conti

Capitano, preparatevi a sostituire tante penne con una sola». Quello che sembra un gioco di parole non lo è se pronunciata da un maggiore del Corpo d'Armata al comandante del settimo Reggimento Bersaglieri, Ugo Morini, nel 1941. Il significato era chiaro e comportava quello che un bersagliere difficilmente può accettare a cuor leggero: il passaggio alla divisa degli Alpini, più precisamente alla divisione Tridentina in partenza per la campagna di Russia. Una comunicazione che cambiò le prospettive di un Reggimento, che era destinato invece in Africa. Nacquero così i Bersalpini, figli di una storia militare conosciuta pochissimo e riesumata grazie alla passione di Silvano Cassini, presidente dell'associazione «Amici della storia» che ha raccolto le memorie dello stesso comandante Morini. «Si trattò - spiega Cassini - di un unicuum della storia militare, originato da due necessità: per i bersaglieri di contare sulle capacità di gestione e addestramento delle mule degli alpini, e per le penne nere di avere a disposizione un'arma controcarro 47/32 in dotazione ai bersaglieri. La campagna russa lo richiedeva e così nacque la 216esima compagnia controcarro 47/32 "Bersalpini" Bolzano».  Tutto questo si inserisce pienamente nel contesto altoatesino perché il Reggimento era di arruolamento territoriale, quindi nella Compagnia confluirono moltissimi militari altoatesini: lo stesso Morini non era bersagliere professionista ma insegnante presso la scuola di via Napoli a Bolzano. A essere trasformati da «arditi in terra d'Africa» a combattenti nelle steppe sovietiche sterminate furono quindi anche molti bolzanini. Condizioni di guerra e situazioni avverse costarono la vita a numerosi ragazzi e lo stesso Morini racconta la cattura di alcuni di loro da parte di un gruppo di cosacchi a Nikolajewka e la successiva prigionia a Piniuk, al limite del circolo polare artico: «Continuammo - scrive - a morire per due mesi. Alla partenza dall'Italia si contavano 245 bersalpini: metà circa uscirono dalla sacca in battaglia e si salvarono, ma dell'altra metà ritornammo in patria nel '46 in tre, di cui due congelati».  Il momento più simbolico, al di là del dolore per i caduti, rimane la comunicazione e il cambio di prospettiva dei giovani del Reggimento in bersalpini. «Per noi fu un fulmine a ciel sereno - si legge negli scritti del comandante - ma poco dopo ci rassegnammo e partimmo per Caprino Veronese, dove c'era un distaccamento del deposito del 6ºAlpini». Il rapporto con le penne nere fu subito piuttosto facile: «Ci amalgamammo in breve tempo, dato che molti ragazzi erano originari della stessa provincia o, magari, dello stesso paese». Tutto questo, però, non rese più facile rendere i propri simboli per indossarne altri. «Un giorno ricevetti dal Comando l'ordine di ritirare i fez (il classico cappello dei Bersaglieri, ndr) e i piumetti. Comprendevo il loro dolore nel dover consegnare ciò che avevamo meritato dopo tanto sacrificio. Anch'io in quel momento soffrivo». Non tutti, quindi, furono inclini ad accettare le modifiche imposte dall'alto: «C'era chi gettava malamente il fez e il piumetto nelle casse e poi tornava al posto raccolto nel proprio dolore, chi li baciava oppure chi si arrendeva rivolgendosi a me gridandomi che lo faceva solo per rispetto alla mia persona. Restarono, infine, quattro bersaglieri che non si erano fatti avanti quando li avevo chiamati e che avevo fatto finta di ignorare, ma che tenevo d'occhio. Tra loro il caporalmaggiore Carrera con parole decise mi disse che non avrebbero mai consegnato fez e piumetto, anche a costo di pagare l'insubordinazione». La punizione non arrivò, anzi il Reggimento ottenne alcune concessioni simboliche: «Sulla divisa le nostre fiamme cremisi sotto il bavero e un piccolissimo fez da portare all'occhiello del taschino sinistro». Così vestiti «partimmo verso la Russia».  

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