Ex deportati in corteo contro CasaPound

A Bolzano il congresso nazionale dell’Aned. Venegoni: «Non coltiviamo solo il ricordo, studiamo il presente»

di Francesca Gonzato

BOLZANO. Bolzano per tre giorni diventa la città simbolo degli ex deportati nei Lager nazisti. L’Aned ha aperto ieri nella sala di rappresentanza del Comune il sedicesimo congresso nazionale. È una associazione del presente, rivendicano, non solo archivio della memoria. Il presidente Dario Venegoni ha chiuso i lavori della mattinata guidando i delegati in corteo fino al passaggio Julius Perathoner, accanto al Municipio: «Vogliamo risarcire l’offesa portata a Bolzano dalla marcia di CasaPound lo scorso giugno, che ha voluto replicare nella coreografia l’azione squadrista dei fascisti, che il 3 ottobre 1922 rimossero il sindaco Perathoner». Il congresso dell’Aned si tiene ogni quattro anni e l’Associazione ex deportati sta percorrendo le tappe della storia della persecuzione. I congressi vengono organizzati in luoghi come Mauthausen e, ora, Bolzano, dove venne costruito il campo di transito di via Resia. L’Aned (2300 iscritti, 800 appuntamenti all’anno) sta organizzando la propria transizione. La generazione dei sopravvissuti si spegne. A ogni congresso diventa più lunga la lista degli amici scomparsi. Ieri è stato ricordato, tra gli altri, Gianfranco Maris, presidente storico dell’Aned. «I sopravvissuti italiani dei campi nazisti iscritti alla nostra associazione sono duecento», racconta Venegoni. A Bolzano per i tre giorni di convegno sono arrivati sette testimoni dei campi nazisti Vera Michelin Salomon, Mirella Stanzione, Arianna Szörényi, Riccardo Goruppi, Mario Candotto, Gilberto Salmoni, Armando Gasiani ed Ennio Trivellin. La platea dei delegati è composta poi da figli e nipoti dei deportati, che portano avanti il lavoro. Come l’Anpi, anche l’Aned parla degli anni del fascismo e del nazismo per parlare anche di oggi. Il congresso di quest’anno ha come titolo «Dalla memoria dei Lager un impegno: fermiamo la guerra». Rivendica Venegoni: «Cerchiamo di capire in anticipo cosa succede: l’appuntamento del 2000 era dedicato alle migrazioni, una emergenza che avevamo intuito. E ora sentiamo il soffio dei venti di guerra». Ieri mattina presto, tappa al muro del Lager in via Resia (accompagnati dall’Anpi di Orfeo Donatini e Lionello Bertoldi). Erano passati da qui nel 1944 Mirella Stanzione ed Ennio Trivellin. «Torno per la prima volta. Non c’è più nulla. Solo il muro...», raccontano entrambi. Mirella Stanzione venne arrestata a La Spezia nel luglio 1944: «Avevo sedici anni. Le Ss arrivarono a casa per cercare mio fratello partigiano. Presero me e la mamma. A Bolzano siamo rimaste circa due mesi, poi ci portarono Ravensbrück. Rispetto a quello che abbiamo passato nel Lager in Germania, Bolzano è stato più facile Quanti ricordi oggi... Quando noi deportati siamo tornati, non potevamo parlare con nessuno. La gente non ti ascoltava. “Abbiamo sofferto tutti”, ti dicevano». Trivellin era un partigiano, venne arrestato a Verona, trasferito a Bolzano e poi Mauthausen e Gusen: «Rimasi al Lager di Bolzano trenta giorni. Lì c’era ancora un’ombra di rispetto umano, perché eravamo sorvegliati da altri prigionieri, non da militari». Si ricorda di Mischa Seifert: «Si occupava solo della prigione, lui sì che era crudele». In sala, applaudito, l’avvocato Arnaldo Loner, tra i protagonisti del processo a Seifert. Alla fine della guerra, ricorda Trivellin, «quando ci liberarono, eravamo come passeri sperduti». La città è un ricordo doloroso anche per Venegoni, figlio di Ada Buffulini e Carlo Venegoni, partigiani catturati e rinchiusi a Bolzano, sopravvissuti. Il sindaco Renzo Caramaschi ha aperto i lavori: «Sono preoccupato. La nostra società ha allungato le distanze, ci sono gli agiati e gli esclusi. Possiamo essere infinitamente buoni o cattivi, generosi o indifferenti alle migliaia di morti in mare». Venegoni dedica di fatto il convegno «ai morti del Mediterraneo e a chi ce l’ha fatta a salvarsi dalle guerre da cui è fuggito». L’Aned parla di guerra e profughi, dice Venegoni, «perché la nostra storia ci impone di guardare alle origini dei problemi. I partiti neofascisti e xenofobi soffiano sul fuoco per creare intolleranza verso i disperati». Venegoni parla a lungo del linguaggio della politica, «la violenza verbale va molto oltre lo scardinamento del politicamente corretto. Facciamo il confronto tra i discorsi di Hitler e certi politici, sostituiamo la parola ebrei a profughi...». Venegoni mette in fila le rimozioni della storia e i riflessi su oggi: «Non esiste ancora un museo sul Fascismo. E parliamo di noi, dei deportati e dei loro familiari: c’è un silenzio ostinato in Italia sulla persecuzione politica, anche se quei deportati sono stati numericamente superiori. È una nuova forma di negazionismo e risponde a un disegno».

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