Il bus del dolore che viaggia nel tempo 

Lo spettacolo itinerante nei luoghi di Bolzano offesi dall’orrore nazi-fascista: da via Resia ai binari per Auschwitz

di Sara Martinello

BOLZANO. «Chi chiangiute! Chi chiangiute!», che cosa piange la donna che ha dovuto lasciare la propria terra, la Sicilia arsa dalla questione meridionale, mentre scendendo dal treno si ripara dalle lame del gelo altoatesino? In Alto Adige c’è la Montecatini, c’è una città, Bolzano, a misura di italiani, c’è la speranza di sfamare i propri figli grazie alle promesse del duce. E soprattutto c’è fortissimo quel motivo costruttore di italicità a far sentire i nuovi abitanti del posto, noi immigrati, come se fossero in una qualsiasi città del resto d’Italia.

A interpretare la donna arrivata qui dalla Sicilia è Diletta La Rosa, che insieme a Christian Mair, Chiara Visca e Lucas J. Da Tos e al fisarmonicista Tommaso Zamboni ieri ha accompagnato 40 bolzanini in un viaggio nei luoghi della Resistenza: è “History line, lo spettacolo teatrale itinerante della compagnia Sagapò. Tutti a bordo dello speciale Memobus curato dalla Piattaforma delle Resistenze, in un’anteprima del festival che tra oggi e l’anniversario della Liberazione animerà piazza Matteotti.

Il viaggio si snoda dal quartiere Don Bosco al centro storico, da corso Libertà al binario di via Pacinotti, e contemporaneamente attraversa la storia. Ai proclami di adesione all’ideologia del nuovo ordine si affiancano i segnali della violenza: si ricordano le bombe a mano e i bastoni della domenica di sangue, il 24 aprile 1921, quando un corteo di sudtirolesi fu assalito da una squadra d’azione guidata da Achille Starace, con la morte di Franz Innerhofer. Si ricordano l’autarchia, l’edilizia fascista, la repressione di ogni emanazione della tradizione locale. Col 1938, il patto d’acciaio e la cosiddetta “propaganda delle menzogne”: agli optanti sono promessi masi nel Reich, mentre la minoranza che vorrebbe rimanere qui è pesantemente martellata con la minaccia siciliana, la prospettiva di essere trasferita al Sud. Piazza IV Novembre è il luogo della memoria di Manlio Longon ed Enrico Pedrotti. Da Tos qui interpreta un giovane portalettere che alla prospettiva del rastrellamento nazista e all’idea di uccidere i carnefici si chiede: «Quanto riesci a non tradire? E come fai a pensare di uccidere?». Settembre 1943, cominciano i bombardamenti nazisti, che fino alla fine della guerra arriveranno a 13, mentre la sirena suonò 473 volte - per una bomba infilatasi nel comignolo di aerazione del rifugio sotto la scuola Cairoli (oggi Goethe) morirono in 48. Il Memobus arriva alle Semirurali: una donna veneta ricorda don Narciso Sordo, prete antifascista ammazzato di botte a Dachau dopo essere passato per il campo di via Resia. Lì qualcuno, come Ada Buffulini, riuscì a dare una mano ai prigionieri, mentre altri mai immatricolati furono prelevati per essere fucilati nella caserma di parco Mignone. «Non vedrem più nazisti, fame non avrem più», cantano i cinque della compagnia Sagapò a guerra finita, «Non vedrem più nazisti». Peccato però che non siano stati ricordati gli undici operai uccisi il 3 maggio 1945 in zona industriale e i Sette di Gusen, gli operai antifascisti deportati tra il dicembre 1944 e il febbraio 1945 e morti nel lager.