Il partigiano «Dighe» premiato da Pertini

Andrea Cavattoni aiutò gli internati del lager di via Resia, cercando anche di farli scappare

BOLZANO. Marco Cavattoni è un sopravvissuto come suo padre Andrea. Se Andrea il 3 maggio del 1945 fosse morto, lui non sarebbe mai nato. Una eredità dura da portarsi sulle spalle, ma Marco lo fa con grande orgoglio. Anzi, si può dire che ha preso in mano il testimone dal padre, scomparso nel 1991, preservandone la memoria. Che è quella di una generazione che si è battuta con la Resistenza per la democrazia nel nostro Paese. Marco oggi gira le scuole per raccontare l’orrore del nazi-fascismo, e la storia di suo papà. Originario di Avio, Andrea Cavattoni già da ragazzo si era rifiutato di togliersi il basco quando la banda suonava Giovinezza in piazza finendo nel mirino del fascisti. Quando nel 1944 chiede per due volte di entrare nella Brigata di Giustizia e Libertà, uno dei dirigenti della Resistenza a Bolzano, Libero Montesi, gli dice di no perché ha moglie e due figli piccoli. Allora Andrea spedisce la famiglia lontano, in Trentino, e si ripresenta. Questa volta la domanda viene accolta. Partigiano, membro della cellula di fabbrica della Sida, Cavattoni (nome di battaglia “Dighe”) deve assistere gli internati nel lager di via Resia, procurando viveri e recapitando messaggi. Gli ordini del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia al Cln di Bolzano erano chiari: evitare le azioni dirette per l’ostilità della popolazione locale, e concentrarsi nell’assistenza ai prigionieri antifascisti che passavano per il campo. Andrea lavora a stretto contatto con don Daniele Longhi, il sacerdote della Zona industriale internato in via Resia nel dicembre del 1944. «Longhi aveva fatto sapere a mio padre che i prigionieri morivano di fame e che serviva cibo», racconta il figlio Marco. Il sacerdote comunica a “Dighe” gli orari delle sentinelle e dove buttare i sacchi con i viveri all’interno del campo, eludendo la sorveglianza. “ Dighe” poi sapeva gli orari dei treni in partenza per i campi in Austria, Germania e Polonia. Il suo compito era di informare i prigionieri in partenza delle possibilità di fuga lungo la tratta del Brennero, dove i convogli - dopo un’ora e dieci di viaggio - rallentavano quasi a passo d’uomo, e di far trovare nei vagoni lime, seghette e attrezzi di vario tipo per tentare di far saltare i chiavistelli dall’interno.

Dopo la guerra per l’attività svolta riceverà molti encomi. Ma quello a cui era più affezionato era a firma del presidente partigiano: Sandro Pertini.