Io, sotto le bombe ai Piani seppellito dalle macerie 

Antonio Brigo aveva solo 17 anni. «Una donna mi diede il suo bambino da portare in salvo. I quattro davanti a me sono morti sul colpo. Una paura che non ti lascia più»

BOLZANO. «Corri! Corri! Corri! Pensavo solo a correre». La guerra per Antonio Brigo, 92 anni portati da dio, sono le bombe su Bolzano. E una montagna di terra, polvere e mattoni che ti piomba addosso, ti tira giù, ti toglie l’aria. «E vedi solo nero. E pensi di essere morto. Che la tua vita è finita lì, mangiando sabbia...». E hai solo 17 anni. Antonio Brigo racconta la sua storia come se tutto fosse accaduto ieri. «Nel maggio del 1943 - dice - ho vinto un concorso in ferrovia: operaio qualificato ai Piani, in officina». Un buon posto, che garantisce l’esenzione dal servizio militare come manodopera “necessaria al Paese e allo sforzo bellico”.



FERROVIERE. Il 2 settembre 1943, il primo bombardamento aereo su Bolzano. Brigo c’era. «È successo a mezzogiorno». Le sirene urlano. «All’inizio non ci credevo, pensavo al solito falso allarme. “Oggi si balla”, ho pensato, ma più per scaramanzia. Pochi istanti dopo ho sentito i colpi della contraerea. Allora ho capito». Sono le 12.15: il cielo è lampi e tuoni. Cento bombardieri americani scaricano sulla città una tempesta di fuoco. La ferrovia è l’obiettivo strategico numero uno. Corri Antonio! Corri più veloce che puoi. «Ho puntato deciso verso la campagna. Io correvo e dietro sentivo cadere le bombe. L’inferno». Poi un colpo ancora più forte. Salta una palizzata. Brigo viene travolto da un’onda di legno, terra, calce e polvere. «Mi sono trovato sotto. Seppellito faccia a terra. Tutto si era fatto nero. Ho pensato: è finita, quanta roba avrò sopra di me? Come farò a liberarmi?». Antonio è un ragazzo, ma con i nervi saldi. «Ho respirato profondamente. Mi son detto: calmati! Poi ho puntato le ginocchia e le mani e mi sono sollevato sulle braccia, dieci centimetri alla volta». Brigo riesce a creare un’apertura tra i detriti e ad uscire. Ammaccato ma vivo. «Ho ripreso a correre verso l’Isarco. Intorno è fumo e polvere. Raggiungo una donna anziana. Esausta, mi passa un bambino, un bebè. “Portalo via”, mi dice. Corro ancora più forte con quel fagotto in braccio. Inciampo nei corpi senza vita di quattro persone. Le riconosco. Mi stavano davanti quando siamo scappati. La palizzata che mi ha travolto, mi ha salvato la vita. Vado avanti fino al fiume. Arriva anche la nonna a cui riconsegno il piccolo. Quella paura la sento addosso ancora oggi, è una seconda pelle, non ti lascia più».


 

BRONZOLO. Dopo il bombardamento ai Piani che ha raso al suolo i depositi, le Ferrovie attrezzano tre carri merci ad officina allo scalo di Bronzolo. È il 4 gennaio 1944, mezzogiorno. «I miei colleghi erano appena andati in mensa a pranzare. Io ero rimasto sul carro, volevo forgiare al tornio un anello in acciaio, che all’epoca andava di moda. Di colpo, sento le bombe cadere vicino. Gli americani stavano martellando la stazione di Ora. Sono saltato giù dal carro e ho iniziato a correre verso l’Adige. Credo, quel giorno, di aver battuto tutti i record mondiali...». Corre Antonio, salta fossi, attraversa la campagna. «Sentivo le esplosioni “venirmi” dietro. Non si può capire se non si è vissuto». Raggiunge il fiume. I bombardieri passano. «Sono tornato indietro dalla stessa strada, e ancora oggi non so spiegarmi, se non con l’adrenalina della paura, come sia riuscito a saltare buche alte e larghe metri. Quando sono arrivato alla stazione, i miei compagni non ci credevano. Erano convinti fossi morto. I tre carri officina non esistevano più».

SOLDATO. Dopo l’8 settembre, l’Alto Adige viene occupato e annesso al Reich. L’esenzione dal servizio militare che valeva per l’esercito italiano, non ha alcun valore per quello tedesco. «A maggio del ’44 mi arriva la cartolina. Abitavamo vicino all’Istituto Marcelline, dove c’era il comando tedesco. Potevano prendermi in ogni momento. Così mi sono presentato. Al comando mi hanno detto chiaro e tondo di non fare cretinate e che se fossi sparito avrebbero mandato la mia famiglia nel lager».Il 4 giugno 1944, quattro giorni prima del suo diciottesimo compleanno, insieme ad altri 180 ragazzi, viene caricato su un treno direzione Torino. «A Torino Ci hanno divisi in due squadre: metà li hanno spediti in Jugoslavia, l’altra metà, ed io tra questi, aggregati alla Flak, le postazioni di contraerea». Brigo viene mandato alla Scuola di guerra in Baviera. Diventa telemetrista, quello che deve dare i dati degli aerei nemici alla centrale di tiro che poi li elabora per gli artiglieri. Nel gennaio del 1945 è di stanza alla stazione di Verona Porta Vescovo. «Gli aerei americani ci passavano sopra la testa tutti i giorni a mezzogiorno. E noi sotto a sparare, ma era come colpire un elefante con uno spillo». Una sera sentono i bombardieri a bassa quota. «Il cielo si è riempito di bengala che illuminavano a giorno. Ci è preso il panico: era evidente che volevano individuare qualcosa». Alcune bombe scoppiano vicino a Brigo. Altre verso sud. «Venti minuti eterni. Cercavano un convogli di rifornimenti per l’esercito tedesco».

A CASA. La guerra per Antonio Brigo non finisce il 25 aprile 1945. «Con l’esercito tedesco in rotta ci avevano spostati in Alto Adige, ad Aica. I tedeschi volevano solo tornarsene in Germania. Gli americani erano già a Trento». La sera del primo maggio vengono distribuiti un rancio speciale e mezzo litro di grappa a testa. Una specie di “ultima cena” prima del “si salvi chi può”. «Eravamo una quarantina. Ho detto: fate quello che volete, ma io stasera me ne vado a casa. E così ho fatto». Prima a piedi, poi con un passaggio su un camion militare. «Eravamo disertori, ma nessuno ci ha chiesto niente». Antonio arriva a Bolzano alle due del mattino del 2 maggio con altri due compagni. «Per strada non c’era nessuno. Ci ferma una pattuglia della Sod (la polizia ausiliaria sudtirolese). Il capo, uno che parlava benissimo italiano, ha provato a fare il duro. “Dove andate? Perché non siete in caserma?». Brigo prende tempo. «Ci siamo persi, adesso raggiungiamo l’unità...». La Sod abbozza, i tre fanno finta di andare verso le caserme di Gries, poi tornano indietro. La casa di Brigo è davanti al comando tedesco (oggi via Marcelline). «C’era solo un piantone. Avevo il cuore in gola. La salvezza era lì, a pochi metri. Non volevamo rischiare di finire con un colpo in testa proprio adesso. Abbiamo aspettato che si allontanasse. Abbiamo attraversato la strada di corsa. Sapevo che la porta del palazzo era sempre aperta. Siamo entrati, siamo saliti al primo piano. Ho bussato. Mi ha aperto mio padre. Mi ha abbracciato. Era finita. Era il mio 25 aprile». (lf)