La storia

L’incidente in moto e il coma. «La mia vita ripresa dopo 2 mesi di buio»

La lotta del bolzanino Fabio Gioachin: è dura ma combatto ogni giorno. «Sono dimagrito 20 chili ma adoro ancora la mia Harley»

di Massimiliano Bona

BOLZANO. «Il 23 gennaio, quando sono uscito dall’ospedale dopo cinque mesi e mezzo tra rianimazione e riabilitazione, ho voluto fare subito due cose: vedere com’era ridotta la mia Harley e andare al Palaonda per una partita di hockey su ghiaccio del Bolzano»: Fabio Gioachin, 55 anni, è tornato a vivere e a sorridere anche se il prezzo da pagare è stato alto in termini di sacrifici, dolori e lacrime. Ha avuto sempre accanto a sé una famiglia d’oro (padre, madre, la figlia Giulia e la compagna Cornelia), tanti amici eccezionali (Moreno, Luca e tanti altri) e un team di medici, terapisti e infermieri con una determinazione fuori dal comune.

Facciamo un passo indietro: cosa ricorda dell’incidente dell’undici agosto?

«In realtà solo un flash. Stavo tornando a Bolzano dopo una giornata trascorsa al lago di Fié con la mia ragazza. Andavo piano (a quaranta all’ora ndr) ed ero in discesa. Ho visto un’auto che mi veniva contro (stava superando un camper) e ho frenato».

E poi?

«Il resto me lo hanno raccontato. Sono rimasto schiacciato sotto la Golf. Hanno usato un cric per consentirmi di respirare e sono andato tre volte in arresto cardiaco: una sul luogo dell’incidente, una in ambulanza e la terza volta al pronto soccorso».

E la sua ragazza?

«Lei per fortuna è rimasta sulla moto e ha riportato solo qualche graffio».

Quando si è risvegliato per la prima volta dal coma?

«Ad ottobre, dopo quasi due mesi e mezzo. Mi hanno anche detto che per tre settimane sono stato piuttosto maleducato. Ma quello non ero io. Credevo di parlare ma nessuno sentiva nulla».

Quante operazioni le hanno fatto?

«Quattro: alla gamba, al piede, all’anca e al bacino. Ne farò almeno un’altra, a Bolzano, per avere il naso di prima (e ride ndr). Ecco perché ho voluto fare solo foto di profilo».

C’è stato un momento in cui ha deciso di mettersi alle spalle l’incidente e ripartire?

«Sì, una mattina, a tre settimane dal primo risveglio, mi sentivo lucidissimo. Il mio fisioterapista Giovanni - che poi mi ha accompagnato in tutti questi mesi sentendo anche urla di rabbia e di dolore - mi ha detto testualmente: “Sei rinato: da oggi devi imparare di nuovo a mangiare, a parlare e a camminare...”».

C’è qualcosa, durante la riabilitazione, che non sopportava?

«Sì, non volevo assolutamente che mi bloccassero la gamba, anche se era solo per favorire la rieducazione. Nella mia testa era ancora vivo il ricordo di un’infermiera che provava a legarmi anche il secondo braccio. Mi hanno detto che, inconsapevolmente, ho cercato anche di colpirla con un pugno. Senza centrarla, per fortuna».

Qual è il ricordo più ricorrente della rieducazione?

«I 33 scalini che facevo in sù e in giù con il fisioterapista. È stato sempre Giovanni a farmi passare da sdraiato a seduto, da seduto alla sedia a rotelle, dalla sedia a rotelle al “girello” ortopedico con quattro gambe per la riabilitazione».

Adesso lei cammina con le stampelle. Quanto le servirà per riuscire ad essere ancora più autonomo?

«Mi hanno detto da sei mesi a un anno e so che ci metterò tutta l’energia che serve».

Si sente un miracolato?

«Un miracolato sì, ma mi arrabbio quando mi dicono “sei stato fortunato”. Se fossi stato davvero fortunato non dovrei lottare, giorno dopo giorno, per riprendermi la mia vecchia vita. Voglio tornare in ufficio, pensare ad altro e girare con la mia compagna come facevo prima».

I medici hanno temuto che lei non ce la facesse?

«Sì, subito dopo l’incidente. Non sapevano nemmeno se avrei superato la nottata. Poi c’è stato il rischio che mi amputassero una gamba ma mia mamma si è opposta».

Quale sarà la prima gita che farà con gli amici?

«Andremo da Padre Pio. Da piccolo lo vedevo in Tv e lo ammiravo. Durante la convalescenza un collega mi ha portato una sua statutetta. Ma adesso penso solo a guarire. Prima possibile».

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