La Provincia premia l’Europa e le donne 

Cerimonia a Castel Tirolo: l’onorificenza va a Melandri, Tichy e Hansen. Kompatscher: «La diversità è la nostra forza»

di Sara Martinello

TIROLO. Un messaggio europeo, ma anche alla storia, alle donne, alla popolazione di lingua italiana. La cerimonia di consegna del Grande ordine di merito della Provincia di Bolzano, tenutasi ieri pomeriggio a Castel Tirolo nell’ambito della Giornata dell’autonomia, ha premiato il danese Hans Heinrich Hansen, già presidente dell’Unione federalista delle nazionalità europee (Fuen), la scrittrice romana Francesca Melandri e il diplomatico di alto rango della repubblica austriaca Helmut Tichy. Ad accompagnare la cerimonia, un quartetto del conservatorio di Bolzano, mentre il docente di diritto comunitario e costituzionale Walter Obwexer ha illustrato le prospettive di sviluppo dell’autonomia altoatesina.

La giornata vuole ricordare il 5 settembre 1946, quando Alcide Degasperi e Karl Gruber firmarono l’Accordo di Parigi, alla base del pacchetto dell’autonomia. Una provincia “speciale tra le speciali”, la nostra, citando Giorgio Napolitano come ha fatto anche Arno Kompatscher spiegando le ragioni di questa particolarità. «È basata su un accordo bilaterale nell’ambito del diritto internazionale, e il suo fine è la preservazione e la tutela delle minoranze linguistiche. E si è dotata di tre strumenti di protezione, cioè la proporzionale, la dichiarazione di appartenenza linguistica e il bilinguismo, o trilinguismo nelle valli ladine», queste le parole del presidente della Provincia davanti alla platea. «L’autonomia è di tutti e permette all’intero territorio di svilupparsi non solo in un regime di convivenza pacifica, ma anche incoraggiando l’apprezzamento della diversità come valore aggiunto. Se l’avanzata dei nazionalismi, la crisi europea, sembra vanificare gli sforzi degli ultimi settant’anni, noi altoatesini dovremmo essere tra i primi ad alzare la voce. E se i movimenti migratori costituiscono una sfida, allora bisogna aprire i confini. Già Luis Durnwalder si mise in animo di farlo col Brennero. “Unita nella diversità”, il motto dell’Unione Europea, oggi lo vogliamo fare nostro per continuare a sviluppare e aggiornare la nostra autonomia. Perché l’autonomia è un processo dinamico, deve adeguarsi alle sfide contemporanee. Per tutti questi motivi è fondamentale avere persone che comprendano l’autonomia pure se provenienti dall’esterno».

Il Grande ordine di merito non è assegnato tutti gli anni. Dal 2008 questa è la quinta cerimonia – la quarta è stata quella del 2013. Un premio significativo, quindi, quello assegnato a personalità residenti al di fuori dei confini della provincia ma che si sono adoperate per l’autonomia dell’Alto Adige. Helmut Tichy, per esempio, è stato un partner attento nello sviluppo dell’autonomia altoatesina, curando la corrispondenza tra Renzi e Faymann intorno al Patto di stabilità, o quella tra Gentiloni e Kern, o ancora il riconoscimento della specializzazione medica. A questa cura per l’Alto Adige si accompagna una certa familiarità col territorio, visto che i suoceri di Tichy erano optanti nati a Silandro e a Vipiteno. Hans Heinrich Hansen, invece, è un rappresentante di una minoranza di lingua tedesca residente in Danimarca. È stato sotto la sua presidenza che la Fuen ha avviato il Minority Safepack, un’iniziativa finalizzata a ottenere che l’Unione Europea elabori un pacchetto di misure per la tutela delle minoranze.

Ma l’onorificenza forse più significativa per il gruppo linguistico italiano è quella di cui è stata insignita Francesca Melandri per il romanzo “Eva dorme”, uscito nel 2010 per i tipi di Mondadori e nel 2011 nella traduzione in tedesco. Melandri «racconta la storia di una donna, Gerda, a cui la vita ha riservato un fardello che risulterebbe eccessivo anche se diviso tra più generazioni», questa la cornice che il giornalista Rudi Gamper, moderatore della cerimonia, ha dato al riconoscimento. In “Eva dorme” Melandri sottrae la Storia alla narrazione maschile, all’ottica patriarcale che relega le donne alla subalternità. E la restituisce potente anche alla popolazione di lingua italiana, cui, «esclusa per lungo tempo dalle narrazioni portanti, propone una chiave di lettura della propria storia e della storia degli altri. Una lettura che non riapre le vecchie divisioni, ma che piuttosto riesce a unire. Tanti si sono confrontati per la prima volta con eventi e passaggi storici che non conoscevano. Chi prima della lettura si atteneva alla storia delle vittorie e delle sconfitte potrà capire che queste sono categorie di breve durata, mentre la vita quotidiana prosegue, reclamando la pace quotidiana, l’uguaglianza dei diritti, l’equità sociale ed economica. Chiedendo lavoro, casa e dignità».