Martire, nazista, antieroe Le mille vite di Hofer nel corso della storia

di Marco Rizza

Un martire cattolico o un mito da decostruire? Un patriottico o un contadino «con il rosario in una mano e la bottiglia nell'altra»? Un protonazista o il simbolo dei Dableiber? Insomma: quanti vestiti sono stati fatti indossare ad Andreas Hofer dal 1810? Pepi Feichtinger e Luis Benedikter hanno raccolto nel libro «Hofers fünf Hüte» i testi originali di due secoli di storiografia hoferiana divisi in cinque sezioni: i cinque «travestimenti» di cui Hofer è stato involontario protagonista. Ogni epoca ne ha fatto il «suo» eroe, a volte contraddicendo l'interpretazione precedente.  Racconta Pepi Feichtinger che i primi a fare di Hofer il proprio eroe sono stati i cattolici: «In quest'epoca - dice - i testi più significativi sono forse quelli di Beda Weber, monaco benedettino a Monte Maria e insegnante al liceo meranese che oggi porta il suo nome. Weber negli anni Venti ne fa un martire della fede e della religione: quindi non come politico, cosa che in effetti Hofer non era, quanto come eroe cristiano conservatore. Va anche ricordato che il Tirolo era stato da poco riannesso all'Austria e il clima non era dei migliori: gli Asburgo non si fidavano dei tirolesi e Metternich guardava con sospetto Hofer in quanto eroe popolare». In pochi anni però l'atteggiamento cambia: «Vienna capisce che grazie al mito di Hofer si sarebbe potuto legare il Tirolo: nascono gli Schützen come "associazione" e da allora i tirolesi resteranno tra i sudditi più fedeli agli Asburgo». Sono le fondamenta per la mitologia di Hofer padre dell'Heimat: l'iconografia che vive ancora oggi.  Alla fine dell'Ottocento Hofer indossa però un altro cappello: il cilindro della borghesia. «È l'epoca dei liberali - prosegue Feichtinger -, che guardano quella retorica con scetticismo. Come Josef Streiter, giurista, anticlericale, sindaco di Bolzano. Il suo ritratto di Hofer è fortemente sarcastico: "abituato fin da giovane a prendere come oracoli le parole dei sacerdoti...", dice, e aggiunge: "Aveva il rosario in una mano e nell'altra la bottiglia". Ma la rappresentatività dei liberali era limitata. Quello che si fa strada, invece, è un nuovo nazionalismo».  Eccoci così al terzo cappello di Hofer: quello dei Kaiserjäger. «Dal 1890 fino al 1914 - dice Feichtinger - i nazionalisti ne fanno un eroe tedesco: cosa per altro assurda perché Hofer era un patriota della val Passiria, al massimo tirolese, ma certamente non tedesco...».  La guerra finisce, il Tirolo viene diviso, e Hofer indossa il quarto cappello: un elmetto. Prima diventa un eroe dei nazionalisti antifascisti. Poi viene fatto proprio dall'ideologia nazista: è il caso del conte Bossi-Fedrigotti, per citare un caso. Ma, proprio a testimonianza della tesi di fondo del libro, anche gli antifascisti militanti si ispirano ad Andreas Hofer, tanto da assumere il suo stesso nome per l'organizzazione clandestina che mettono in piedi (è il gruppo di Volgger, Egarter, Mayr-Nusser ecc). Nel volume viene riportato un testo di Egarter che, citando la vita di Hofer, si schiera coi Dableiber: e infatti anche questi ultimi si richiamavano a Hofer, come testimonia per esempio Maria Veronika Rubatscher.  Nel Dopoguerra arriva il quinto «cappello», che sintetizza un atteggiamento ancora una volta doppio: «Da un lato col ritorno del nazionalismo degli anni '50 Hofer si trasforma di nuovo nell'eroe della Heimat tirolese, il modello conservatore che arriva fino a Eva Klotz oggi: una rivistazione che, per esempio, trasforma i soldati che hanno ucciso Hofer da napoleonici in italiani tout court...». Ma dall'altro cresce in Alto Adige anche una generazione di giovani per i quali Hofer è il simbolo del passato da contestare: è la generazione dei Kaser, degli Zoderer, e dei nuovi storici che rivisitano in chiave scientifica quella figura così controversa. E così l'eroe viene profanato - restando pur sempre un eroe.  Tornando alla domanda iniziale: chi era il vero Hofer? «Un brav'uomo - dice Feichtinger -, un patriota, un cattolico. Non un politico e sicuramente non un genio militare. Forse è stato sopravvalutato, ma era un uomo che aveva qualcosa da dire».  

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