Migranti, i genitori puntano sulla scuola 

Una classe del Carducci elabora un’indagine sugli italiani di seconda generazione. L’istruzione come chiave dell’inclusione

di Sara Martinello

BOLZANO. Alcuni sono nati in Italia da genitori stranieri, altri sono arrivati qui in tenera età: sono i cosiddetti italiani di seconda generazione, che spesso di italiano hanno lingua e cultura ma non la cittadinanza. Così, un gruppo di esperti di minoranze dell’Eurac a intervistato nei mesi scorsi una sessantina di ragazzi con background migratorio e rappresentanti di associazioni e della pubblica amministrazione, cercando di capire come si trovino in Alto Adige: un’indagine qualitativa che fornisce spunti per comprendere meglio la situazione, quindi, ma anche un’occasione per coinvolgere gli alunni della IV E del liceo linguistico Carducci. La classe, infatti, ha passato una settimana insieme ai ricercatori dell’Eurac discutendo con esperti, cimentandosi in giochi di ruolo per provare sulla propria pelle il fenomeno della discriminazione e imparando a elaborare un modello di intervista da applicare poi a giugno, quando sarà affrontata la seconda parte del progetto. L’obiettivo della ricerca condotta dagli studenti si attesta sul coinvolgimento dei genitori nell’orientamento scolastico e nel passaggio dalla scuola al lavoro o all’università.

Bianca Crisbasan, 17 anni, illustra il progetto in breve: «Dopo la preparazione teorica con Martha Jiménez-Rosano di Eurac Research ci siamo divisi in gruppi, ognuno dei quali ha affrontato metodologie diverse e differenti aspetti da indagare. A giugno, dopo la ricerca sul campo intervistando circa 20 persone, raccoglieremo i dati in una relazione che presenteremo in settembre insieme ai tutor dell’Eurac». La sua compagna di classe Valentina Muhaxheri aggiunge un dato interessante: «È piuttosto frequente che le famiglie indirizzino i figli maschi a un’educazione professionalizzante, in modo che trovino presto un impiego, e le figlie a studi più teorici». D’altra parte anche per chi è italiano da generazioni è normale proiettare le aspettative di genere nella formazione dei giovani, indirizzando le ragazze verso studi in cui la comunicazione gioca un ruolo fondamentale. Prima di tutto per dare alle donne un mezzo per farsi ascoltare e capire. «L’esperienza è positiva se si registra apertura da entrambe le parti – aggiunge Valentina – spesso si abbandona un paese dalla mentalità “vecchia”, angusta, e arrivando qui si deve fare un salto notevole». Così anche Fatima Toumi, che sottolinea come la cultura di base sia un valore a parte: da conoscere e rispettare, sì, ma anche da affiancare a quella d’adozione in un’ottica di apprendimento bidirezionale. Un alunno della IV E, Luciano Cannarozzo, ha già affrontato il lavoro in un centro profughi, quello di via Macello: «Ci vogliono cautela e sensibilità: approfondire il tema della formazione scolastica ci permette di comprendere meglio il futuro. Se il mondo intero va verso un progresso multiculturale, non possiamo permetterci di chiuderci nel nostro piccolo mondo e regredire, facendo finta di niente. Anzi, la convivenza di più culture ci può solo spronare alla curiosità e all’impegno nei confronti dell’altro».

A seguire i ragazzi in quest’idea nata in seno al consiglio di classe è la professoressa di spagnolo, Elena Lapesa, che già l’anno scorso ha accompagnato la classe in un progetto sull’etica dei prodotti agroalimentari in collaborazione con l’Asl. «Quest’anno ci siamo spostati sull’etica della risorsa umana, sul rispetto dell’individuo. Il progetto si inserisce nell’alternanza scuola-lavoro, incentivando nei ragazzi una cittadinanza attiva, anche in contrasto con alcune esperienze di alternanza non proprio positive. La nostra stessa scuola è multiculturale, e questo ci impone di guardare oltre lo specchio estetico e di attivarci tutti nell’inclusione di chi ha origini diverse».

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