«Mio padre fermato e ucciso dai nazisti al ritorno dal lavoro» 

Dopo 73 anni, parla Roberto, il figlio Francesco De Pasquale massacrato in viale Druso davanti alla caserma dei carabinieri

di Mario Rizza

BOLZANO. Ricorre, anche quest’anno, l’anniversario della morte del ferroviere bolzanino Francesco De Pasquale (45 anni), ucciso dai tedeschi durante l’insurrezione del 3 maggio 1945. Il figlio Roberto (ottantenne ed ex impiegato alla Banca d’Italia) ricorda, per la prima volta e con malcelata nostalgia, la triste giornata di settantatré anni fa: «Nell’ultimo anno di guerra avevo appena sei anni e mezzo e ricordo con grande precisione e nitidezza i fatti del 3 maggio 1945 che avrebbero improvvisamente cambiato per sempre l’intero corso della mia vita e di quello di tutta la mia famiglia».

«Abitavo a Bolzano, in viale Druso, con i miei genitori e con mio fratello Mauro. Mio padre era un tranquillo ferroviere con mansioni di operaio specializzato e lavorava nella sottostazione elettrica di Rencio. Il suo stipendio, insieme ai frutti di un orto che coltivava alacremente dopo l’orario di lavoro, erano quanto la famiglia disponeva per il sostentamento quotidiano. Erano tempi difficili per quasi tutti: oltre alla carenza di cibo, dovevamo sopportare i continui allarmi aerei e i bombardamenti che causavano le precipitose fughe nel rifugio più vicino, portando con noi i pochi preziosi di famiglia. Anche il 2 dicembre 1943, il mio quinto compleanno fu “festeggiato” in un rifugio antiaereo. Da bambino, di certo non potevo rendermi conto di tutti i problemi e le difficoltà che c’erano, perché con la presenza costante della mia famiglia, mi sentivo protetto e capace di affrontare tutto. Quello era il mio mondo, ed era fatto così, non conoscevo altro. Ricordo distintamente che alle prime ore del mattino del 3 maggio 1945 si udivano, più o meno lontani, insistenti spari. In assenza del capo famiglia, mia madre e mio fratello (allora quattordicenne) mi intimarono di non affacciarmi alle finestre per evitare il rischio di imprevedibili conseguenze. Eravamo del tutto ignari di quello che stava succedendo in Zona Industriale e nel quartiere delle Semiurali. I più informati dicevano che i partigiani avevano attaccato i tedeschi. Così quel giorno noi eravamo in casa, nell’attesa del rientro, previsto alle 8, del caro papà che aveva svolto il turno di notte».

«Mio padre, che in quel giorno aveva sostituito un collega al lavoro, in bicicletta si trovava sulla strada di ritorno a casa: dopo aver lasciato zona di Rencio e superata la stazione ferroviaria, iniziò l’attraversamento del Ponte Druso. All’altezza della caserma della Legione dei Carabinieri (struttura occupata dai tedeschi e da un nucleo di appartenenti alla Sod, Südtiroler Ordnungdienst, ndr) fu fermato, forse per un controllo o per altre ragioni. Come siano andate le cose non mi è dato sapere. Certo è che tale sosta si trasformò in tragedia: mio padre Francesco De Pasquale venne vilmente e barbaramente ucciso. L’attesa venne interrotta nel primo pomeriggio dall’arrivo di Padre Rosario Gamberoni, parroco di Cristo Re, che portò a mia madre Adelaide la tragica notizia. Ero presente in quel momento: la mamma mentre ascoltava il parroco, fu colta dal panico e da un pianto disperato, così cadde in un profondissimo sconforto pieno di tristezza». Padre Rosario Gamberoni (1908-2000), parroco di Cristo Re, si prodigò in quegli anni nel sostegno ai soldati italiani prima catturati dai tedeschi, e poi di ritorno dal lager, attrezzando un vero campo profughi davanti alla chiesa.

«Il felice matrimonio - prosegue Roberto De Pasquale - , iniziato nel 1929, era stato tragicamente spezzato, lasciando mia madre vedova con due figli ancora piccoli. Tutto il mondo mi crollò addosso in un momento e mi sentii perso, piangevo, piangevano tutti e tre senza parlare: ero rimasto solo, anzi eravamo rimasti soli. Da allora, mio fratello ed io non riuscimmo mai a parlare tra noi di quel giorno sconvolgente. I parenti più vicini erano in Puglia e nessuno poté venire a trovarci per un sostegno morale. Solo i vicini ci confortarono come potevano. Dal comportamento di mia madre, capii in seguito con quanta forza di volontà aveva deciso di andare avanti, nonostante le tantissime difficoltà. Io verso la fine dell’anno fui accompagnato presso una zia materna a Bari dove rimasi per diversi mesi. Il mio caro papà fu sepolto nel suo paese natale (a Spinazzola, in Puglia), mia mamma visse fin al 1992 mentre mio fratello Mauro è scomparso lo scorso anno. Nella triste ricorrenza del 3 maggio, che molti chiamano «La Liberazione di Bolzano», si depongono, ogni anno, corone in memoria dei partigiani uccisi ed io mi sento stringere il cuore per il rammarico. Quel giorno morirono in tanti (italiani e germanici) ed io non trovo pace per aver perso mio padre in un’ultima e inutile appendice di guerra. A Bolzano, i reparti del Terzo Reich erano ancora massicciamente ammassati, ma lentamente si stavano ritirando. Le truppe tedesche, che risalivano le valli per rientrare nella propria Heimat, dovevano essere lasciati in pace e non provocati. La reazione dei militari germanici fu immediata, feroce e tale da costare la vita di tante persone. I capi italiani di allora, credo con convenzione, peccarono di strategia e dovevano agevolare il deflusso delle unità germaniche e applicare il famoso proverbio «a nemico che fugge ponti d’oro». Forse si sarebbe evitata la rabbiosa reazione delle truppe tedesche, la morte di mio padre e l’inutile bagno di sangue. Rimane il fatto storico che “La Liberazione di Bolzano”, con gli Alleati alle porte, ma che arrivarono in forze considerevoli solo alcuni giorni più tardi, non fu per nulla determinante per le sorti di una guerra già decisa».

Nella tragica giornata del 3 maggio 1945, gli italiani subirono 36 morti (22 partigiani, 11 civili e 3 reduci) e 58 feriti (31 partigiani e 27 civili). Elevate le perdite da parte dei militari tedeschi. Un prezzo pesante per una guerra già finita.

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