Palpeggia la cameriera, due anni di pena 

Il direttore di un rifugio in alta Pusteria dovrà anche risarcire la donna costretta a subire gli abusi per non perdere il lavoro

di Mario Bertoldi

BOLZANO. Due anni di reclusione con la sospensione condizionale della pena, interdizione perpetua da qualsiasi ufficio attinente alla tutela dell’amministrazione di sostegno e sospensione per due anni dall’esercizio della professione. E’ una sentenza severa quella pronunciata ieri dal tribunale di Bolzano nei confronti di Hubert Weissteiner, il direttore di un rifugio in alta val Pusteria, finito sotto processo con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una cameriera domenicana trentenne particolarmente avvenente.

La donna si era costituita parte civile e ha ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva di 5 mila euro quale anticipo del risarcimento morale che sarà definito in sede civile. L’imputato dovrà anche risarcire alla cameriera le spese di procedimento fissate in 3870 euro.

Come si ricorderà, i fatti risalgono al 2013 e sarebbero proseguiti per circa due anni. In sostanza la cameriera sarebbe stata costretta a subire ripetuti palpeggiamenti cercando di nascondere la situazione al marito nel timore di perdere il posto di lavoro.

In un’occasione però il marito della cameriera si accorse dei toccamenti e la donna a quel punto si vide costretta a raccontare tutto al coniuge facendo emergere il caso.

La cameriera ha anche accusato Hubert Weissteiner (che ha 62 anni ed è di Bressanone) di molestie per una serie di messaggi (sempre molto spinti) postati su facebook all’indirizzo della cameriera. Nell’atto di denuncia la donna segnalò alla magistratura di aver sopportato per circa due anni questa situazione nel timore di perdere il posto di lavoro. Timore che apparve sempre più fondato anche dopo che il caso emerse a seguito del racconto fornito dalla giovane cameriera al marito. In effetti il coniuge decise di avvicinare il direttore del rifugio e di chiedere spiegazioni su quanto accaduto.

Weissteiner avrebbe cercato di minimizzare il caso, affermando di essere stato frainteso ma lasciando intendere che non avrebbe ammesso ulteriori prese di posizione sul caso che avrebbe potuto anche essere risolto con la risoluzione dei due rapporti di lavoro in essere. Fu a questo punto che la donna decise di rivolgersi ai carabinieri di San Candido. Dopo l’inchiesta, ieri si è arrivati alla sentenza di primo grado. Il direttore dell’esercizio ha goduto della riduzione di pena prevista per i casi considerati dal codice (ultimo comma 609 bis) di minore gravità, circostanza riconosciuta dal Tribunale (Scheidle presidente, Paparella e Secchi) prevalente rispetto all’aggravante contestata. Il tribunale si è preso due mesi per il deposito delle motivazioni della sentenza. Solo successivamente la difesa deciderà l’eventuale impugnazione.

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