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Piccola guida a New York... di un provinciale. Le fattorie urbane sui tetti e la ferita pulsante di Ground Zero

Una città in continuo rinnovamento dove tutto è possibile: il «fronte del porto»a Red Hook, la funivia urbana,il giardino pensile e... i marmi di Lasa

New York è qui. Otto ore d'aereo da Malpensa. Una città sospesa tra Europa e America, in bilico sull'oceano. Una settimana all’anno a Nyc dovrebbe passarla di default la mutua. Fa bene alla salute. Soprattutto al cervello. Posto che le cosiddette «attrazioni» (l’Empire, la Statua delle libertà, Central park, Times Square, il gospel ad Harlem...) vanno viste e vissute tutte dalla A alla Zeta, c’è molto altro da esplorare. Questa è una piccola guida: la Grande mela vista da un provinciale. Con gli occhi di un bambino davanti al baracchino dei gelati. Una città liberal, tollerante, anti-trump, governata da un sindaco democratico, Bill de Blasio, italo-americano, di sinistra, spostato con la poetessa afroamericana Chirlane McCray, bisessuale dichiarata. La sintesi di New York: un frullato di culture e stili di vita, una fucina di idee, dove hai proprio l’impressione, anzi: la certezza, che «tutto è possibile».

Ground zero. L’area delle torri gemelle è un colpo al cuore. Le due fontane disegnate sul perimetro dei grattacieli abbattuti, immerse nelle vecchie fondamenta, con i nomi di tutte le vittime, sono una meta dovuta di pellegrinaggio. Le rose bianche infilate nelle fessure, le foto sbiadite, il biglietto al papà che non c’è più, al «fratello amatissimo», rendono quella tragedia vicina e di tutti. Siamo nel cuore di Wall Street, a due passi dal ponte di Brooklyn e dagli imbarchi per Staten Island. A un soffio dall’eliporto sull’East River dove atterrava Obama. Il proprietario delle “Twin Towers”, il miliardario americano Larry Silverstein, voleva ricostruirle dov’erano, ma la città si oppose con estrema e giusta durezza. I newyorkesi vennero coinvolti per decidere cosa fare. Una consultazione di massa, con tavoli di lavoro aperti e pubblici. Ci sono andati in migliaia. Niente poteva essere più costruito in un luogo di tanto dolore. E così è stato. Vicino al Memoriale dell’11 settembre, c’è il museo dedicato alle vittime di quella giornata maledetta. Il percorso scende nel sottosuolo, tra i resti dei piloni di acciaio mangiati dall’incendio. Ci sono centinaia di foto. Sono i morti. Tantissime donne. E poi il tributo dei vigili del fuoco di New York: in 343 persero la vita. Un sacrificio immenso. È ammirevole la capacità di New York e dei newyorkesi di reagire ai drammi più profondi. L’11 settembre ha lasciato una ferita ma si deve guardare avanti. Sempre qui, a Ground zero, è stato ricostruito l’hub del “World Trade Center”, è il centro internodale che collega 11 linee della metro e i treni Path. Un’opera incredibile dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava. Dicono sia la più bella stazione del mondo. Ha la forma di una colomba con 110 costole d’acciaio. Bianca e che spicca il volo. C’è anche ci vede un simbolo di maternità. Il messaggio è solo uno: speranza, bellezza, vita. In questo mix di rigore morale e orgoglio, c’è però anche il business. Tutto a New York ha un prezzo, e per (quasi) tutto si paga. L’interno dell’Oculus è capitalismo puro. Un enorme magnifico centro commerciale. Tappezzato con i marmi candidi di Lasa (130 mila pezzi, una commessa da 15 milioni di euro). Lo store della Apple è presidiato dai soldati. I new-jersey anti-terroristi qui non sollevano problemi estetici come in Italia. Hanno semplicemente la scritta blu “Nypd”. Polizia di New York. Accanto alle fontane del Memoriale, Larry Silverstein ha eretto un nuovo grattacielo con un generoso contributo pubblico. La Freedom Tower è il più alto grattacielo di New York: 1776 piedi (531 metri e rotti), come l’anno dell’indipendenza americana dagli inglesi. È stato aperto al pubblico nel 2016. Un ascensore supersonico ti porta in cima, all’Osservatorio al 102esimo piano, in 60 secondi. Mentre ti godi il viaggio, sei immerso in una schermo. Un timelapse dello skyline di New York dal 1500 ad oggi. Parti dalle paludi deserte e -mentre sali- vedi nascere i villaggi dei coloni olandesi, le case crescere sulle le rocce. I primi scavi per i palazzi dell’800. E poi i palazzi alzarsi verso il cielo. E quando l’ascensore arriva su, e si apre: ti appare New York dall’alto com’è oggi. A 360 gradi. Un trip che vale i 30 dollari del biglietto.

Una terrazza su Central Park. In diversi musei newyorkesi vige la formula «pay what you wish», paga quel che vuoi. Anche solo un dollaro. Bisogna però dirlo subito alla cassa, altrimenti applicano il prezzo ”consigliato”, che raramente scende sotto i 20 dollari. Musei a pagamento come il Guggenheim o il Moma hanno giorni ad entrata libera in orari precisi, basta dare un’occhiata sul web. Da provinciale vi consiglio una capatina al «Met Breuer», sulla Quinta, per dare un’occhiata al contenitore. Le sale hanno finestre gigantesche che danno sull’Upper East Side, uno dei quartieri più ricchi della grande mela, il bar giardino nell’interrato è un angolo di pace. Poco distante c’è il «Met», il Metropolitan art museum. Bypassate le sale zeppe di ogni bendidio scippato all’Europa (non vi basterebbe un mese), e fiondatevi subito sul «rooftoop» , la terrazza, che dà su Central park, magari poco prima del tramonto. C’è un bar e si gode una vista pazzesca. Un altro posto ad vedere è il New Museum (a Manhattan, Bowery 235). Hanno sempre installazioni sorprendenti e d’avanguardia (in questo periodo una collettiva dedicata al “gender”), che mescolano pittura, scultura, arti visive. La terrazza vetrata all’ultimo piano è un capolavoro d’architettura, incastrata tra cielo, nuvole e grattacieli. A due passi, all’incrocio con Hudson street c’è la «Bowery Wall», un “muro” - scoperto da Keith Haring - che una volta l’anno viene dipinto da uno street-artist. Da poche settimane si può ammirare l’opera dell’artista londinese Lakwena Maciver. A proposito di Haring, tre sono le opere dell’inventore della street-art ancora visibili sui muri di New York. Quella più accessibile è al Greenwich Village, lungo il muro della piscina all’aperto del centro sportivo «Tony Dapolito» in Carmine street. Qui Martin Scorsese ha girato la famosa scena di “Toro scatenato”, in cui Jack La Motta/De Niro conosce e si innamora della bionda Vicky. È un polo sportivo molto frequentato, con una chiara missione sociale. I custodi sono gentili e felici di accompagnarvi in una visita. E rifiutano la mancia.

Una fattoria tra i grattacieli. La parola “partecipata” generalmente mi fa mettere la mano alla pistola. Ma New York è davvero così, una città “partecipata”. I newyorkesi la amano e la tengono bene. I “giardini comunitari”, spazi verdi gestiti direttamente dai cittadini sono centinaia. Antidoto al traffico, alle sirene, al caos della metropoli. Da vedere il delizioso «Elizabeth Street Garden» a Nolita, tenuto come un gioiello da studenti e abitanti, che stanno combattendo una dura battaglia per difenderlo dagli speculatori che vorrebbero seppellirlo di cemento. Spazi di libertà e cultura alternativa. Come il sorprendente Brooklyn Grange, una fattoria sull’enorme terrazza al decimo piano di un palazzo museo nell’areale dei cantieri navali di Brooklyn. Un orto sul tetto con vista sulla Grande Mela. Producono frutta e verdura “organic” per i ristoranti bio di Manhattan. Due volte in settimana, previa prenotazione, si può visitare. D’estate organizzano anche cene e seminari vegani. Sempre per stare in tema: tre volte in settimana a Union Square c’è il mercato biologico, dove i contadini alternativi portano i loro prodotti a prezzi più bassi di piazza Erbe a Bolzano.

The High Line. Anche la High line è un esempio di impegno per la comunità. Oggi è considerata una delle principali “attrazioni” di New York, con milioni di visitatori, ma fino a 10 anni fa era una linea ferroviaria abbandonata nel cuore di Manhattan a ridosso della Hudson River. Era la ferrovia, abbandonata dal 1980, che portava le vacche al Meatpecking, il macello di Manhattan. Terra di nessuno, regno di malavita, prostitute e tossici. Sono stati gli abitanti di Chelsea e del Greenwich Village a recupera la zona, raccogliendo fondi, convincendo la politica (l’allora sindaco Bloomberg, che era contrario sganciò poi 50 milioni di dollari), trasformando la linea ferrata in un magnifico giardino pensile a dieci metri da terra. È come se il viadotto A22 di Bolzano diventasse un’enorme polmone verde in mezzo alle case di Oltrisarco. Oggi questo parco urbano viene ancora gestito da un’organizzane no-profit e dai volontari con cospicue donazione delle famiglie illuminate della città. Tutto è curato con grande attenzione: si tengono mostre, esposizioni, e concerti, ed è vietato chiedere (e fare) l’elemosina. È assolutamente sicuro dall’alba al tramonto. Nessuno vi darà fastidio. Grazie alla High Line, la zona si è rivalutata, i costruttori hanno “alzato” i grattacieli, e oggi ha i prezzi più alti di Manhattan. Qui c’è l’ultima opera realizzata prima di morire dall’archi-star iraniana Zaha Hadid (la stessa che ha progettato il Museo di Messner a Plan De Corones). Un palazzo in vetro e acciaio, terminato da poche settimane. Le facciate sono state realizzate dalla Stahlbau Pichler di Bolzano. Sulla High Line c’è anche la nuova sede del Withney Museum, progettato da Renzo Piano. Sotto e intorno, pullula di vita il Meatpacking District con negozi, ristoranti e club esclusivi. Ma occhio ai prezzi. Al Chelsea Market è d’obbligo una sosta al Lobster Place, il regno di sushi, aragosta e oysters, le ostriche. Se avete voglia di togliervi uno sfizio, poco lontano da qui, in Perry street, c’è la “casa” di Carrie Bradshaw, l’io narrante di Sex and the City. L’ingresso a scalini è protetto da una catena, ma c’è la fila per arrampicarsi e farsi la foto.

Governors island. Il terzo giorno a Manhattan può venire lo “stress da casino”. Per isolarsi, basta prendere il traghetto che da Lower Manhattan porta a Governors Island, una ex base militare «donata alla popolazione di New York», diventata un bellissimo parco. Occhio però, è aperto solo d’estate.

Sposarsi a New York. Sposarsi a New York è facile e divertente. Le carte - il certificato di matrimonio, per intendersi - si fanno quasi tutte sul web in poche mosse. Poi, arrivati a New York, basta presentarsi al Municipio di Manhattan, fare due timbri, pagare le tasse, prendere il numero e aspettare il proprio turno. Il testimone - ne basta uno - si può arruolare al volo sul posto (un’altra coppia vi ricambierà volentieri il favore). Il salone, immenso, d’attesa è come un giro del mondo e merita una visita: spose wasp in bianco elegantissime, e spose in jeans con cappello da baseball velato. Coppie afro vestite come in un film dei Blues Brothers. Coppie orientali con dieci fotografi al seguito. Coppie di soli uomini. Coppie etero. Coppie di sole donne. Sì, perché qui possono sposarsi davvero tutti. Quando tocca a voi, dopo una coppia di lesbiche settantenni e prima di due sposini ultraortodossi russi, uno zelante funzionario della città di New York vi rivolgerà la fatidica domanda. Dopo il sì, è sufficiente portare le carte al Consolato italiano e si è a tutti gli effetti «marito e moglie».

Red Hook. Avete presente “Fronte del porto”, il film di Elia Kazan con Marlon Brando? Lo sceneggiatore Budd Schulberg si è ispirato alla vita degli operai di questo quartiere di Brooklyn che all’epoca era il porto principale di Nyc. Oggi è una distesa di moli e magazzini abbandonati molto affascinante. Nelle strade deserte si alternano reperti di archeologia industriale e auto d’epoca lasciate lì da decenni. La passeggiata sull’oceano è ben tenuta e rilassante, con una vista fantastica - dicono la migliore - sulla Statua della libertà. A Red Hook non arriva nemmeno la metropolitana. Ma si può raggiungere da Manhattan col traghetto giallo dell’Ikea (che qui ha aperto un mega store), o con la NY Ferry. Pausa pranzo da “Defonte’s”, i migliori sandiwich italo-americani che vi capiterà mai di mangiare.

 

La funivia di Leon. Quando arrivi a New York la prima volta, ti sembra di conoscerla già. L’hai vista nei film, in centinaia di film. E allora, perché non perdersi seguendo le tracce di capolavori della celluloide. Come la Roosvelt Island Aerial Tram, la funivia urbana che Natalie Portman prende in Leon di Luc Besson. Parte da Manhattan e porta sulla Roosevelt Island, in mezzo all’East River, passando rasente i grattacieli a 76 metri di altezza. Si sale col biglietto della metro.

La vera Little Italy. Non è più quella nella parte bassa di Manhattan, ridotta ormai a un paio di strade cannibalizzate da Chinatown. No, la vera Little Italy è nel Bronx e si chiama Arthur Avenue. Il centro è il mercato dove si parla italoamericano e si trova di tutto: dalle mozzarelle ai sigari, dai ritratti - purtroppo - del duce, alle magliette - purtroppo - di Don Corleone. Tra il ristorante «Luna» e le pompe funebri “DiBari», sembra di stare in una puntata dei Soprano. Però ci si sente a casa.

Williamsburg. È il quartiere più “cool” di Brooklyn, regno di Hipster e di tutto quello che fa tendenza. È un posto pieno di locali. Case basse, nerd, famiglie vegane col cane, e un ritmo “umano”. Strade e stradine sono una galleria a cielo aperto con i murales di alcuni dei più importanti artisti del mondo come il brasiliano Kobra o l’italo-olandese Jorit. Per arrivarci si prende la metro L, (fermata Bedford Avenue), oppure a piedi da Manhattan attraversando il Willamsburg Bridge, con le inconfondibili volte rosa. A Williamsburg troverete tanti piccoli negozi: modernariato, abbigliamento, vintage, cappelli, barber shop per un taglio anni ’50. Qui c’è la discoteca Scimanski, dove Giorgio Moroder ha festeggiato i 40 anni di “I feel love”. Una sosta va fatta anche al birrificioBrooklyn Brewery. Questo posto segna la riscossa negli anni ’90 dei birrifici di Brooklyn spazzati via dal proibizionismo. Una curiosità: il logo della birra è stato disegnato da Milton Glaser, il pubblicitario che ha ideato la campagna “I love New York” nel 1977. Brooklyn Bewery - nello spirito anticonvenzionale di Williamsburg - è stato tra i primi marchi a “dirottare” i soldi della pubblicità in donazioni. Se siete degli accaniti ammiratori delle «mille luci» di Manhattan, tre sono i rooftop imperdibili affacciati sull’East River: l’Output, il White Hotel, e lo spettacolare William Vale. In genere non si paga l’entrata, la consumazione vai dai 6 ai 9 dollari. Poi fate una passeggiata lungo il fiume, e in dieci minuti siete a Greenpoint, un quartiere in ascesa, dove si alternano birrerie artigianali e parchi. Qui c’è uno dei miei posti preferiti in assoluto. È il Brooklyn Barge, un bar su una chiatta che ondeggia al ritmo dell’East River mentre si accendono le luci del Chrysler (il più bel grattacielo di Ny).

Bushwick. Sempre a Brooklyn, c’è Bushwick. Un quartiere di capannoni e magazzini. Semi-abbondonato fino a qualche anno fa, poi colonizzato da giovani artisti che l’hanno fatto diventare di moda. Hanno aperto laboratori, gallerie e colorato gli edifici con centinaia di meravigliosi murales. L’industria del mattone ha capito al volo la capacità di questi ragazzi di rilanciare quartieri di serie zeta e farli diventare “business”. I costruttori stanno comprando i vecchi magazzini per riconvertirli in residence superlusso. Poco distante, merita un salto Dodworth street, una zona depressa di Brooklyn dove alcuni street artits hanno realizzato opere di grande impatto. Come quelle di John Brambitt, il pittore non vedente che “sente” i colori.

Dumbo. Non è l’elefante volante, ma l’acronimo di “Down Under the Manhattan Bridge Overpass”. Un quartiere molto vivo tra i ponti di Brooklyn e di Manhattan. Ricordate il manifesto di «C’era un volta l’America» di Sergio Leone? Bene, quello è Dumbo. Le vecchie fonderie e gli slums sono diventati negozi, caffetterie e gallerie d’arte. Il parco è strepitoso e la baia accanto al Manhattan Bridge regala la classica cartolina dello skyline. Da qui parte il Booklyn Bridge Park lungo l’East River. I moli in disuso sono stati trasformati in aree per lo sport. Campi di basket, da calcio, e persino da BOCCE (in italiano). Se volete fare due tiri non dovete far altro che chiedere. New York è una città pensata anche per i bambini: il parco ha tanti giochi per i piccoli e una fontana che d’estate diventa una piscina. Da Dumbo si arriva comodamente a Brooklyn Eights. Se vi capita, fate un salto nel barber shop di Rocco “Rocky” Scali sulla Henry Street. Lavora qui dal 1958, da quando è emigrato dalla Sicilia a 17 anni. Ha molte cose da raccontare. Era il barbiere di Truman Capote, che passava da lui tutti i giorni.

 

Un pastrami con Harry e Sally. La famosa scena del film «Harry, ti presento Sally», in cui Sally (Meg Ryan) fa vedere ad Harry come sia facile per una donna fingere un orgasmo è stata girata qui dentro: da “Kat’s Deli”, una tavola calda sulla Houston street a Manhattan, che da 120 anni sforna il miglior pastrami della Grande mela. Il pastrami è un piatto delizioso portato a Ny dagli ebrei romeni. Si tratta di carne di manzo marinata, poi affumicata, bollita e tagliata a fettine. Kat’s è gestito da generazioni dalla stessa famiglia arrivata in America a metà ottocento, è aperto h24, 365 giorni all’anno. C’è sempre la coda, ma l’esperienza va assolutamente fatta. Anche più volte. Una porzione basta e avanza per due. Vicino a Kat’s, trovate «Yonah Shimmel’s Knish Bakery». La sua specialita è il “knish” , il fagottino di patate sempre di origine ebraica. Un fanatico di questo posto è Woody Allen, che qui ha persino girato alcune scene di «Basta che funzioni».

La linea q e le stazioni dell'arte. Non raggiungono il livello della Stazione Metro Toledo di Napoli, ma poco ci manca. Le tre stazioni ( 72esima, 86esima e 96esima Strada) della nuova linea Q della Subway di Ny sono state decorate da 4 grandi artisti: Chuck Close, Sarah Sze, Vik Muniz e Jean Shin. Strepitosi il poliziotto con il ghiacciolo e il ritratto di Lou Reed.

Una serata all’Apollo. Assolutamente da non perdere una serata al Teatro Apollo di Harlem, il regno del soul e del jazz, dove sono passati tutti: da Aretrha Franklyn a Otis Redding, dalle Supremes a James Brown. Due volte alla settimana c’è «l’Amateur night», una specie di Corrida dove salgono sul palco musicisti e cantanti che vorrebbero essere «il prossimo Michael Jackson». Sarete tra i pochi bianchi in una platea black scatenata. Se il pubblico inizia a fischiare, l’aspirante Shakira di turno viene cacciata a pedate dal palco. New York è una città molto libera e ultra politicamente corretta, ma - come il resto d’America - soffre della stratificazione razziale della società. Difficilmente si vede qualcuno che non abbia la pelle scura fare i lavori più umili. All’Apollo Theatre però, la gentilissima signora alle toilette è una bianca. Un piccola rivincita, anche se triste.

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