BRESSANONE

La «Schenoni» cade a pezzi: sarà risanata dai migranti 

La coordinatrice Huber: «Non sono nostri ospiti, sanno di dover lavorare duro». Ventotto profughi reclutati dal Comune, gli altri impegnati full time in caserma

di Luca Masiello

BRESSANONE. Sono trascorsi parecchi anni da quando le note del Silenzio hanno attraversato per l’ultima volta le mura della Schenoni ai confini di Millan. Ora, dopo tanto tempo, la vecchia caserma tornerà ad avere una sua funzione educativa.

Certo, non sarà come sotto naja, ma ai sessanta richiedenti asilo che presto giungeranno qui verrà richiesta disciplina: «Non sono nostri ospiti, ma inquilini di questa nuova casa, e dovranno lavorare duro», spiega Wilma Huber, coordinatrice della Spes, l’impresa sociale che fa parte del gruppo Eos, diretto da Barbara Pizzinini.

Come procedono i lavori?

«Stiamo ai dettagli, in attesa dell’arrivo dei richiedenti asilo. Le sale sono pronte e anche le stanze da letto».

Come verranno sistemati?

«Al piano terra della palazzina principale ci sono gli uffici amministrativi, aule studio e stanze per il tempo libero. Al primo piano 18 camere da letto, 12 da quattro persone, 6 da due. Sono già arredate e pronte per essere utilizzate: siamo riusciti a comprare mobili di seconda mano, ma l’aiuto più grande ci è arrivato dai brissinesi, che ci hanno donato tantissimo materiale, dalle stoviglie ai materassi, dai tappeti alle lenzuola».

Da dove vengono queste persone?

«Da posti diversi: la Schenoni è un centro di seconda accoglienza. Prima di trasferirsi a Bressanone hanno passato un periodo a Bolzano, nel centro di prima accoglienza: qui sono stati controllati, sono stati fatti gli esami medici, hanno ricevuto le nozioni di base per vivere nella nostra società e hanno iniziato a imparare le nostre lingue. Sarà un gruppo misto, con persone di tutte le etnie: in questo modo si evita la ghettizzazione all’interno della struttura, non si formano gruppi, tutti vivono nella stessa comunità parlando una lingua comune».

Che cosa faranno tutto il tempo a Bressanone?

«Noi offriamo loro la possibilità di diventare autonomi in previsione di quel giorno in cui riusciranno a crearsi una propria vita al di fuori di queste mura. 28 di loro sono già stati prenotati dal Comune per svolgere attività di volontariato, quindi non retribuito, nelle società inhouse dell’amministrazione. Gli altri dovranno dedicarsi al risanamento della caserma, e lì c’è davvero tanto da fare…».

Alcuni residenti si preoccupano per la sicurezza…

«E perché mai? Queste persone vengono qui e sanno che devono rigare dritto, altrimenti sono fuori. E ‘fuori’ significa che sono in mezzo ad una strada, da soli, in un paese che non conoscono. Le regole alla Schenoni sono poche, ma rigide: le stanze devono essere sempre in ordine, lo stesso vale per la cucina, visto che saranno loro ad occuparsi di preparare pranzo e cena. Dalle 23 alle 6 del mattino devono restare in struttura, che è sorvegliata dalle telecamere: dopo tre assenze vengono cacciati. Le stanze, poi, sono senza serratura, affinché il nostro personale abbia sempre la possibilità di entrare per controllare che tutto sia a posto. In più vige l’assoluto divieto di mendicare e infastidire la cittadinanza. Fra i nostri dipendenti ci sono anche ex profughi, che ci aiutano a creare un contatto con loro, e a spiegare come devono comportarsi per riuscire a restare in Alto Adige e a trovarsi un lavoro».

I migranti ricevono dei soldi?

«Quando arrivano diamo loro un kit per l’igiene personale. Poi ogni giorno ricevono 5 euro e 50 per comprarsi da mangiare, più 2 euro e 50 come ‘pocket money’. E con questo devono arrangiarsi».