Commercio, 8 su 10 con contratto fisso 

Diversi i casi limite tra le commesse ma non per Federdistribuzione: «Il turnover nei negozi è basso e solo per necessità»

di Massimiliano Bona

MERANO. Gli abusi con il contratto a chiamata, le paghe in alcuni casi davvero da fame anche per il tempo pieno e una flessibilità «spinta» per Federdistribuzione, la sigla che riunisce i grandi marchi del commercio, soprattutto dell’abbigliamento, sono l’eccezione e non la regola. Di più: 8 commesse su 10 hanno il posto fisso. Una quadro della realtà meranese che certamente non è in linea con quello fatto dalla Cgil o da Confesercenti.

«Non ci riconosciamo - sottolinea Stefano Crippa di Federdistribuzione - nel reportage fatto sulle commesse sfruttate dai grandi marchi. Un quadro che serve a legittimare solo il piccolo commercio, un settore invece spesso poco trasparente dal punto di vista del trattamento dei dipendenti, contrapponendo casi isolati di lavoratori nella “Distribuzione moderna” alle migliori esperienze del dettaglio tradizionale a Merano. Contrariamente a quanto emerge dall’inchiesta nelle imprese associate a Federdistribuzione l’89 per cento dei lavoratori ha un contratto a tempo indeterminato e solo il 9 per cento ha un contratto a termine, che è comunque garantito da tutti gli istituti previsti dalla legge».

Ai vertici di Federdistribuzione recentemente c’è stato anche un cambio al vertice: al posto di Giovanni Cobolli Gigli c’è ora Claudio Gradara. Secondo questi ultimi anche i grandi marchi che operano in ambito locale hanno investito massicciamente nella formazione.

«Non solo. I lavoratori della Dmo (distribuzione moderna organizzata ndr) operano in regime di salute e sicurezza ai massimi livelli, vigilati dalle organizzazioni sindacali, e sono costantemente valorizzati nella loro professionalità: gli investimenti in formazione per ciascuno di loro sono più che raddoppiati negli ultimi 10 anni, malgrado la crisi. Sono previsti percorsi di carriera fino ai livelli più alti basati sulla meritocrazia, per chi ha voglia e talento. Esistono opportunità simili per i commessi di un piccolo negozio, il cui presente e futuro è totalmente nelle mani del proprietario?»

Per i vertici di Federdistribuzione l’eccezione non fa la regola.

«Discutibile anche la rappresentazione che viene fatta della mobilità nella Dmo: singole esperienze non sono rappresentative di una generale pratica di settore, dove il turn over è molto basso e i trasferimenti sono fatti solo per necessità. La professionalità di ogni persona la rende preziosa, e non sostituibile dall’oggi al domani. La programmazione del lavoro è fatta con anticipo, in funzione del servizio al cliente».

C’è poi la questione economica: «Per quanto riguarda le condizioni contrattuali, le dichiarazioni di Confesercenti sono inaccettabili: il contratto collettivo applicato da Federdistribuzione è sostanzialmente identico a quello di Confcommercio e Confesercenti. A parità di mansioni i dipendenti della Dmo guadagnano gli stessi importi di chi è occupato nel dettaglio tradizionale».

In realtà a Merano e in Alto Adige non è propriamente così visto che decine di piccole famiglie, che hanno in mano i Portici, ad esempio, riconoscono dei superminimi individuali proprio per fidelizzare i dipendenti. E diverse cause di lavoro - come ha sottolineato Antonella Costanzo, segretaria provinciale Filcams-Cgil - vedono coinvolti proprio i grandi marchi e i gerenti che gestiscono i punti vendita cittadini. Federdistribuzione ritiene che Confesercenti non sia stata corretta. «Le dichiarazioni dei rappresentanti di Confesercenti nascondono il desiderio di voler penalizzare la Dmo in un’ottica concorrenziale: confrontare casi limite nel nostro settore con le eccellenze del dettaglio tradizionale a Merano serve a fornire un quadro distorto che si compone invece, nella stragrande maggioranza dei casi, di situazioni ben diverse».

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