Bertoncelli “tramite” Dylan spiega la musica che cambia

«Lui ha segnato gli ultimi cinquant’anni e ancora oggi pizzica i nostri lati deboli» «Il mondo musicale oggi? C'è troppa roba, senza filtri e alla fine non senti niente»

di Daniela Mimmi

di Daniela Mimmi

Erano i "mitici" anni Settanta. Nasceva non solo la nuova musica ma nascevano anche i nuovi giornalisti che se ne occupavano, giovani come i musicisti che intervistavano e recensivano. In Italia a ogni conferenza stampa, dopo - concerto, convention, backstage che si rispettasse, c'era Riccardo Bertoncelli, giovane giornalista appassionato di musica e il più attivo, informato di tutti. A soli 17 anni ha fondato la sua prima fanzine e nel '73 ha pubblicato il primo libro italiano sulla musica che stava contagiando le giovani generazioni ("Pop story") e contemporaneamente scriveva per riviste specializzate come "Muzak" e "Gong". Quindi è stato direttore di "Musica 80", ha curato l'"Almanacco Musica", ha collaborato con le testate Linus, la Repubblica, Max e Rockerilla, condotto trasmissioni radiofoniche cult come «Per voi giovani» e nel corso degli anni ha scritto diversi libri. L'ultimo è "Una vita con Bob Dylan". E proprio di Bob Dylan, Riccardo Bertoncelli parlerà nei due incontri letterari altoatesini che lo vedranno protagonista: domani, a partire dalle 12 ore 17.30 a San Cassiano, in Alta Badia, nella Sala delle associazioni, e il giorno dopo, dopodomani, domenica, alla stessa ora nella Sala Trenker di Ortisei. Insieme a lui ci saranno lo storico Nando Fasce e il giovane scrittore Marco Rossari, autore anche lui di un libro su Bob Dylan. I tre hanno scelto un titolo molto interessante, per il loro incontro con il pubblico: «I mondi di Bob Dylan. Identità (plurale) di un mito». Bertoncelli seguirà il percorso musicale di Dylan, che ha seguito fin dagli inizi («da semplice fan, sia chiaro, non da musicista del suo gruppo e neanche da roadie!!»», chiarisce), Fasce contestualizzerà la vicenda nella storia americana dell'ultimo mezzo secolo, Rossari porterà Bob dov'è sempre stato così bene, nella vita di ciascuno di noi. Le canzoni e la musica fra un approfondimento e l’altro saranno assicurati da Simona Bondanza e Alessandro Trebo.

Chiediamo a Bertoncelli perché questa volta ha scelto proprio Dylan. «Dylan mi perseguita, da tutta la vita. Ha avuto il premio Nobel, ma non l'ha ritirato, poi l'ha ritirato. Fanno mostre su di lui e mi invitano a presentarle. E' una felice maledizione che mi lega a Bob Dylan da tutta la vita. Mi invitano a parlare alle tante mostre dedicate a lui. Non è comunque una biografia di Bob Dylan. Ho raccolto recensioni che avevo scritto quando uscivano i suoi dischi, ma anche recensioni di film e libri, cronache di show, amarcord, ricostruzioni storiche e qualche vicenda fantastica, articoli scritti in differita e in diretta».

L'ha mai conosciuto?

«Personalmente mai, ma è come se fossimo grandi amici perché l'ho “incrociato” per tutta la vita. Lui ha segnato l'immaginario musicale degli ultimi cinquant'anni e oltre, coinvolgendo non solo la nostra generazione».

Come sono cambiati i giornalisti musicali della sua generazione?

«Siamo più grandi e più saggi. Sono cambiati i tempi in cui a scrivere di musica rock eravamo i classici quattro gatti e le case discografiche, oltre a riempirci di dischi, ci invitavano a Londra, tutto-pagato, per sentire i concerti... È cambiato anche il rapporto con i musicisti, allora era più amichevole, oggi sono tutti delle star inarrivabili».

E Dylan? Com'è cambiato?

«Lui è rimasto un grande che pizzica i nostri lati deboli. Basta pensare che è un uscito con un doppio e un triplo album».

Anche la musica è cambiata...

«Oggi c'è troppa roba, non ci sono filtri, e alla fine non senti niente. Manca un dialogo tra giornalisti e musicisti e appassionati di musica. Siamo tutti divisi in parrocchie. Da questo punto di vista i “social” sono un fallimento».

Adesso, lei che musica ascolta?

«Adesso che sono più libero dalle recensioni, ascolto un po' di tutto, soprattutto jazz e rock anni ’60-’70: Frank Zappa, Led Zeppelin. I Velvet mi piacciono più adesso di allora».

È vivo il rock? O in questo momento è più vivace la scena jazz?

«Sono solo termini convenzionali, però sicuramente la scena jazz è molto più vivace. Sotto i ponti del rock è passata troppa acqua, ci sono troppi gruppi citazionisti. Allora i musicisti rock erano enormi talenti innati, oggi sono tecnicamente più bravi, ma sono senza luce. Li ascolto e li dimentico subito. Oggi mi sento incalzato e travolto da troppa musica, poca buona e nuova. I Daft Punk sono sopravvalutati. Mi è arrivato da poco il nuovo disco dei Coldplay. All'inizio facevano musica piacevole e delicata, adesso inseguono solo il successo, e si sente. Del resto, quando arrivi al successo, non lo molli!».

Per questa ragione i giovani continuano a suonare e ascoltare il rock dei decenni passati?

«È stata una stagione fantastica dal punto di vista musicale che credo non tornerà più. Oggi c'è qualcosa di interessante nel rap e hip hop».

E la musica elettronica dove la mettiamo?

«Il futuro della musica è sempre più elettronico. Bisogna vedere in che direzione va. Oggi è una musica ancora un po' di nicchia. Oppure è un elettrodomestico strano ed esoterico, lo usano come usano una macchina, schiacciano un bottone e via. L'elettronica è un mezzo potente, dipende da come lo si usa».

La musica in generale, oggi come sta?

«Noi abbiamo vissuto nella foresta vergine. Oggi viviamo nella foresta amazzonica disboscata...».

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