«Capire la svolta del ’18 ci serve per alzare lo sguardo oggi» 

Lo storico Andrea Di Michele spiega la ratio del convegno “diffuso” che inizia oggi a UniBz «Troppo spesso guardiamo alla Grande Guerra con una prospettiva asfittica»

di Paolo Campostrini

«Noi, oggi? Siamo tutti figli di quell’ anno. Del 1918». Vuol dire, Andrea Di Michele, storico, che il Tirolo che si sveglia diviso il 4 novembre, il confine al Brennero, l’ Austria ridotta a piccolo staterello alpino, la frustrazione tedesca e il nazionalismo, l’ identità come pane quotidiano, il centralismo italiano, la democrazia minoritaria, tutto questo nasce allora, cento anni fa. E, guarda caso, sono gli stessi scenari, o quasi, che abbiamo di fronte oggi quando si parla di Alto Adige 2.0, di secessione, spinte territoriali, nazionalismi di ritorno o di rimbalzo. Ecco perchè è importante il convegno “diffuso” che l’ università di Bolzano ha voluto in occasione di questo anniversario, (“La svolta del 1918, la fine della guerra e le sue conseguenze”, primo incontro oggi, giovedì 8 marzo, alle 17.30 con Joern Leonhard dell’ ateneo di Friburgo) e di cui Andrea Di Michele è uno dei relatori, in quanto appartenente a quella “facoltà di storia in nuce” della Lub che è il Centro di competenza di storia regionale diretto da Oswald Ueberegger, organizzatore dell’ evento. «E attenzione, perchè questi incontri nascono alla fine del centenario ’18 ma aprono l’ altro centenario, forse ancora più caldo, che è l’ anno prossimo, un secolo dopo il trattato di Saint Germain che lega definitivamente questo territorio al Regno d’ Italia...» osserva Di Michele.

Professore, uno si chiede: ma era inevitabile che dopo “l’ inutile strage” le cose in Europa e in Alto Adige finissero come poi sono finite?

«Non so se inevitabile ma il quadro politico e sociale, come si direbbe oggi, era stringente. Sarebbe stato difficile andare da un’ altra parte».

E perchè?

«Partiamo dalle speranze. Io vorrei porre il mio focus sulle enormi aspettative che la pace aveva prodotto, soprattutto riguardo al crollo degli imperi. Parlo di quello tedesco, del russo e, dal nostro punto di vista, di quello asburgico. La star diventa il presidente americano Wilson che prefigura una pace basata sui diritti dei popoli. E dunque anche delle minoranze».

E perchè queste speranze non ebbero seguito?

«Le aspettative falliscono partendo da un dato direi, geografico».

Nel senso?

«Pensiamo ai confini. Popoli e minoranze, soprattutto nell’ impero centrale, abitavano spesso gli stessi territori. Dove sarebbero stati posti i cippi? Tra casa e casa? Qui inizia a formarsi il primo ostacolo».

E l’ altro?

«I vincitori chiedono il conto. Avevano avuto tutti milioni di morti. L’ Italia oltre 600mila. E allora si iniziano a pesare anche le vittime, lo sforzo bellico. Lì nasce il confine al Brennero. E per la stessa ragione l’ Italia chiede i territori a est. In Dalmazia. Ma laggiù ci riesce solo in parte».

E perchè?

«Si innesca l’ altro tema che spiega molto anche delle vicende altoatesine. In sostanza: sul confine orientale le potenze vincitrici e dunque anche Roma ha a che fare con una nazione anch’ essa uscita formalmente vittoriosa, cioè la Serbia. E allora ci si ferma a Fiume...».

E si parla, da parte del nascente movimento nazionalista e poi fascista, di “vittoria mutilata”... E invece sul Brennero?

«L’ Italia tocca una nazione ridotta a piccolo stato alpino. L’ Austria è debolissima. Ha perso e deve ma soprattutto può, pagare. Insomma, dopo il ’18 le questioni sono complicate ma quello che è accaduto nasce da un quadro politico che ha , realisticamente, i contorni da una inevitabilità nata dal ribaltamento dei rapporti di forza tra gli Stati».

E che spiega tutto che quello che accadrà poi. E anche il nostro presente?

“In gran parte”.

Anche fascismo e nazismo?

«Soprattutto. La guerra ha fatto scoprire le masse. Milioni al fronte e milioni poi a casa. La democrazia non riesce a parlare loro, il fascismo sì. Anche sull’ onda dei timori per la rivoluzione d’ ottobre e i “rossi”».

E tra Austria e Italia?

«Da un lato la piccola Austria si avvicina, come governo , all’ Italia. E a Mussolini. Dall’ altro la frustrazione fa nascere tra la gente la voglia di creare un nuovo stato tedesco. Di unirsi alla Germania. Ed ecco allora il successo popolare dell’ Anschluss. Ma anche la situazione , che perdura ancora oggi , di un nazionalismo molto presente».

Che resta, allora, delle analisi storiche?

«Che per capire noi, come siamo oggi, piccola provincia europea, bisogna pensare in grande. Andare oltre i nostri confini, anche nella ricerca, per comprendere che siamo sempre stati dentro giochi complessi e dinamiche generali e anche nel 2018 occorre guardare all’ Europa e non solo al nostro territorio».