«Ecco che cosa penso del mito di Andreas Hofer»

Dallo studioso austriaco un’interpretazione distante da quella tradizionale

di Carlo Romeo

di Carlo Romeo

L’ ormai lontano bicentenario hoferiano del 2009, oltre che un evento mediatico caricato delle più disparate valenze (da quelle politico-identitarie fino a quelle turistiche), è stato anche un’ importante occasione di approfondimento e aggiornamento sul piano storiografico. Soprattutto nel Bundesland Tirol, esso ha fatto registrare una serie di fondamentali contributi: dalla prima edizione completa degli scritti hoferiani da parte di Andreas Oberhofer (uscita anche in italiano per conto del Museo Storico del Trentino) agli studi sui contesti e sulla ricezione del mito dell’“anno nove” curati da Brigitte Mazohl e Bernhard Mertelseder, solo per citarne alcuni tra i tanti. E forse mai prima del 2009 la “divergenza” tra i due piani, celebrativo e storiografico, era apparsa con maggiore evidenza. Tra i “frutti” del bicentenario, un posto di assoluto rilievo occupa il denso volume “Revolte in der Region” di Martin Schennach, oggi professore di Storia del Diritto all’università di Innsbruck. Le sue ricerche hanno esplorato un’ampia gamma di fonti documentarie, dagli archivi statali, regionali e comunali in Austria, Germania, Francia e Italia fino ai cosiddetti “ego-documenti” (lettere, memorie, diari etc.). Il volume non solo affronta analiticamente gli aspetti (istituzionali, militari, sociali) di quegli avvenimenti, ma li colloca all’ interno di linee interpretative assai distanti da quelle tradizionali.

L’ occasione per parlarne con Martin Schennach è stata l’ affollata conferenza sul tema che ha tenuto pochi giorni fa a Bolzano, ospite del Centro di Competenza per la Storia Regionale della LUB.

Professor Schennach, il suo studio si conclude con l’ osservazione che il 1809 rimane certo una cesura nella storia tirolese, ma nel senso che vi rappresenta l’ ultima fiammata nonché la fine del “mondo antico”.

«Sinteticamente si può indicare come la fine del “comunalismo” e del suo sistema di valori. Quegli avvenimenti vanno inseriti in una linea di continuità con le rivolte tradizionaliste della prima età moderna. Hanno molte più affinità con le rivolte contadine del 1525/26 piuttosto che con l’ idea di insurrezione “patriottica” o “nazionale” che si sviluppa nell’ Ottocento. Le radici sono da ricercare nell’ estremo tentativo di difendere il vecchio mondo comunitario dall’ ingerenza esterna, cioè dal centralismo statale».

La conflittualità che era cominciata già col riformismo asburgico?

«Il principale nemico contro cui ci si ribella non è la dominazione straniera in sé ma l'autorità statale, che nella percezione dell'”uomo comune” è causa di tasse, coscrizione militare, perdita delle proprie “libertà”. Si badi bene, “libertà” al plurale: si tratta dei diritti e privilegi attorno ai quali aveva gravitato per secoli la vita delle comunità, la loro autonoma gestione. E, come spesso si riscontra nelle rivolte di questo tipo, anche qui si rivelano tratti sociali e rivoluzionari. Da più parti si grida che “tutti i problemi saranno risolti una volta tolti di mezzo i signori” (“Herren”). In quest’ultima categoria rientrano in primo luogo quelle figure che vengono percepite più vicine all’autorità statale, ma anche più in generale tutti coloro che hanno dei beni».

Tutto ciò è assai distante dalla tradizionale triade “Dio, Imperatore e Patria”.

«Si sono a lungo confusi gli argomenti usati per la legittimazione dell’ insurrezione, che furono calati “dall’ alto” in particolare dalla propaganda asburgica, con le motivazioni concrete delle comunità e degli individui. Il fatto che questa triade (“Gott, Kaiser und Vaterland”) compaia insistentemente, quasi “liturgicamente” negli appelli, segnala in realtà quanto si ritenesse necessario “ricordare” in continuazione perché si stava combattendo. Il ritorno sotto lo scettro degli Asburgo, presentato come “più mite” rispetto a quello bavarese, rappresentava una superficie di proiezione abbastanza ampia da catturare una vasta gamma di attese. Sotto la Baviera, nel contesto delle continue guerre napoleoniche, le condizioni materiali erano certo peggiorate rispetto a prima, in quanto a contribuzioni e reclutamenti. Eclissando il periodo giuseppino, quel “prima” fu rappresentato come una specie di “età dell’ oro”».

E riguardo alla tesi di quella rivolta come “guerra santa”?

«Sotto questo aspetto il caso tirolese non è una specialità perché gran parte delle insorgenze anti-napoleoniche ebbero questa veste. La partecipazione effettiva di ecclesiastici alla sollevazione fu in realtà assai minore rispetto a come fu poi tramandata. Figure eclatanti come Haspinger hanno eclissato la maggior parte degli ecclesiastici allora attivi in Tirolo, che verso la rivolta furono contrari o estranei o comunque svolsero un ruolo di moderazione e pacificazione. Anche l’ immagine della particolare religiosità del Land era un motivo identitario elaborato “dall’ alto” nei decenni precedenti, ai tempi dello scontro con la politica religiosa viennese. Fu poi naturalmente utilizzato contro la Francia e i suoi alleati».

Grande spazio nella Sua ricerca è dedicato proprio alle immagini legate all’identità tirolese.

«A me interessava spiegare quando, come e perché fossero state costruite queste immagini particolari del Tirolo: cattolico, autonomo, fedele agli Asburgo e in grado di difendersi militarmente. Sono tutti motivi riconducibili alla rappresentazione del Land che gli Stati (Stände) tirolesi usavano, soprattutto nel Settecento, nei loro difficili rapporti con la politica di omologazione da parte dello Stato. Anche la tradizione della difesa territoriale era un argomento funzionale in queste trattative, mentre da un punto di vista storico va fortemente ridimensionata. Le guerre di coalizione spinsero a propagandare queste immagini all’esterno e a renderle popolari all’interno per la mobilitazione».

A proposito di mobilitazione, qual è il quadro?

«Tutt’altro che unitario, anzi assai diversificato tra aree geografiche, città e campagna, status sociale e fasi temporali della rivolta. La conflittualità tra “falchi” e “colombe” investì ogni comunità e le chiamate e le contribuzioni incontrarono grandi difficoltà».

In una prospettiva europea come si può collocare l’insorgenza tirolese?

«Da un punto di vista militare fu assai marginale sia per estensione che per durata e non ebbe significativa influenza sul corso della guerra. I destini anche per il Tirolo si decisero sui campi di battaglia europei. Da un punto di vista lessicale, la tradizione successiva ha enfatizzato le cosiddette “battaglie” tirolesi, che più propriamente dovrebbero chiamarsi “scontri” o “combattimenti”. Inoltre, per fare un esempio, in Spagna e nell’Italia meridionale si registrò un’escalation di brutalità del conflitto, da una parte e dall’altra, che il Tirolo non conobbe. Anche il diretto intervento di una potenza straniera (in questo caso l’Austria) non è un unicum. Particolare è invece l’immediata “fortuna mediatica” che grazie alla propaganda austriaca l’ insorgenza riscosse nel campo antifrancese. E nei decenni successivi avvenne qualcosa che può sembrare paradossale: la memoria di quella rivolta, ultima emanazione in Tirolo di un vecchio sistema di valori “comunalistici” e antistatali, fu trasformata strumentalmente in una narrativa a sostegno dello Stato, in chiave dinastico-patriottica».