«Il doppio passaporto? Per me è solo provocazione» 

Nel nuovo libro di Lilli Gruber, un’intervista esclusiva a Walli Amplatz

di Lilli Gruber

Esce oggi nelle librerie di tutta Italia “Inganno”, terzo capitolo della saga storica iniziata con “Eredità” e “Tempesta”. La giornalista altoatesina torna a esplorare il passato della sua terra con due strumenti narrativi molto diversi tra loro: le voci dei testimoni con la ricostruzione dei grandi scenari e in parallelo una fiction. Per gentile concessione di Mondadori Libri S.p.A. di Milano, pubblichiamo qui di seguito in anteprima un estratto di grande interesse, in cui a parlare in un’intervista esclusiva è Walli Amplatz, la figlia di Luis Amplatz.



«Io avevo sei anni, quando è morto papà, mia sorella più grande ne aveva nove. Nostra madre ci ha sempre protetti, schermati dalla curiosità della gente. Ed è chiaro che i miei figli sanno chi era il nonno, ma io non ho mai detto “questi sono i cattivi e questi sono i buoni”: mia mamma non ce l’ ha insegnato e io non lo insegnerò a loro.» Walli Amplatz parla in un italiano privo di accenti, e mi guarda seria, seduta in punta di poltrona nel bar dell’hotel Laurin, in centro a Bolzano, in una piovosa giornata di maggio. La figlia minore di Luis Amplatz mi ha appena ricordato che non è la prima volta che provo a intervistarla. «Me lo hai già chiesto circa venticinque anni fa. Allora rifiutai» sorride. Ricambio il sorriso, sono contenta che invece, ora, abbia accettato di incontrarmi. «Quando papà era a Innsbruck andavamo a trovarlo quattro volte all’anno, con il treno. Allora c’era la frontiera al Brennero e il convoglio si fermava, almeno tre quarti d’ora, per noi. Portavano via la mamma per perquisirla e noi ovviamente piangevamo, avevamo paura, perché non sapevamo cosa le sarebbe successo. Poi lei tornava e il treno ripartiva. Andavamo nella casa dove mio padre abitava con un amico, all’epoca lavorava come commesso.» A parte queste poche visite, c’erano solo incontri clandestini, e mai con i figli: «Durante l’esilio lui veniva in Sudtirolo ogni tanto, da solo credo, e vedeva la mamma. In estate lei lavorava anche in un magazzino di frutta, oltre a portare avanti il nostro maso. Noi intanto stavamo nella Val Sarentino. Ci dicevano di non andare nel bosco perché c’era l’Uomo Nero, e invece era papà. Non poteva avvicinarsi, perché la polizia veniva ogni tanto a controllarci e a chiedere se lo avevamo visto. Per un bambino di quattro o cinque anni non è facile mentire e quindi lui poteva solo guardarci da lontano».

La moglie di Luis Amplatz non fu mai arrestata né maltrattata, ma la quotidianità famigliare non era facile: «Lavorava dieci, dodici ore al giorno, sabato e domenica gestiva il nostro piccolo maso, assieme a dei vicini contadini che venivano a dare una mano. Aveva una mezza giornata libera il lunedì mattina per fare il bucato per tutti noi e pulire la casa. È rimasta vedova giovane, ma non ha mai più avuto nessuno. Dopo la morte di mio padre, non le hanno dato la pensione di reversibilità, perché lui era classificato come terrorista. A volte non avevamo di che comprare il pane e il latte. Ma i negozianti italiani, che ci conoscevano, l’hanno sempre aiutata: “Signora, lei non si preoccupi, quando ha dei soldi me li porta”».

Della fatidica notte del 1964, in cui suo padre fu ucciso nel sonno, com’e naturale Walli non ama parlare. Suppone pero che quella trappola fu un modo per dare un segnale forte di presenza dello Stato italiano. Non abbastanza forte, però, dato che la preda più ambita, Georg Klotz, riuscì a fuggire: non si è mai interrogata su questo? «Certo è strano che uno sia morto e l’altro no» scuote il capo. «So comunque che tanti anni dopo, quando Kerbler fu arrestato a Londra, l’Italia avrebbe dovuto chiedere l’estradizione ma lasciarono passare il termine, così lui fuggi, pare in Sudafrica.» Troppo pericoloso, probabilmente, riportare in patria un uomo che conosceva i dettagli di dossier così compromettenti. Un personaggio spietato e astuto che pure, quella notte del 1964, sembra aver ucciso per i suoi mandanti il nemico sbagliato.

Chiedo a Walli come ha saputo della morte del padre. Risponde: dalla radio. «Mia sorella Gerda era a casa quando è successo, mio fratello Andreas e io eravamo al maso in Val Sarentino. Stavamo cenando quando il notiziario delle otto di sera ha dato l’annuncio, e i proprietari del maso ci hanno detto: “Bambini, subito a letto”. Io avevo capito che qualcosa non andava, Andreas no. Il giorno dopo ci hanno svegliati prestissimo, è venuta la mia madrina a prenderci con la macchina e ci ha portati a casa. Lì c’era la mamma, che ci ha detto: “Papà è stato ucciso”. Mi ricordo il funerale con tantissima gente, al cimitero di Bolzano, poi siamo tornati a casa e c’erano tutti i giornalisti del mondo che facevano foto. La mamma ci ha mandato dai vicini ad aspettare che tutto finisse.»

È impossibile non pensare che un uomo con dei figli piccoli avrebbe dovuto mettere al primo posto loro e la moglie, anziché lasciarli soli. Al contrario di Eva Klotz, Walli non ha il conforto di una battaglia da combattere, né il rifugio di una memoria ricca di momenti passati con il padre: era piccola quando lui fuggì, e tre anni dopo era morto. L’ultimo incontro risaliva a sei mesi prima, nella consueta visita a Innsbruck. «Stavamo lì una notte e il giorno dopo si ripartiva. La mamma era contenta di vederlo, lui era felice di vedere noi, si giocava… ma non posso dire com’era lui, con precisione, perché in realtà non me lo ricordo. Quando succedono queste cose, una figlia che non ha conosciuto bene il papà tende a idealizzarlo, a ricordarlo come vorrebbe fosse stato. Pare che lui fosse tra quanti avevano sempre detto: “Non devono esserci morti”. E penso che sia stato un bravo papà. Ma forse lo dico solo perché voglio che sia così.» Sono passati cinquantaquattro anni, ma dopo un racconto privo di sentimentalismi e proprio questa immagine dell’ultimo incontro a commuoverla. La voce le si rompe. Dopo, suo padre è diventato un simbolo. «La mia vita è sempre stata determinata da lui, anche nell’assenza» ammette Walli. «Quando ho sposato un italiano, almeno uno dei miei parenti paterni mi ha tolto il saluto. La mamma invece non ha mosso obiezioni.»

Le chiedo se secondo lei il Sudtirolo sia ormai una terra pacificata e mi risponde di no: «Ci sono ancora tensioni, gruppi che vogliono rimestare nel torbido. L’ipotesi del passaporto austriaco per i sudtirolesi, per esempio, credo sia solo una provocazione. Io vorrei un Alto Adige senza provocazioni».