Lupo, parla l’Ispra «Niente speculazioni, ecco la situazione»

Intervista a Piero Genovesi. Il tecnico era alla riunione del 7 maggio in Trentino col prefetto «In Val di Fassa solo una situazione da monitorare e in alta Val d’Isarco nulla di rilevante» «La presenza di notte nei paesi e le predazioni a ridosso delle zone abitate sono un fatto normale»

di MAURO FATTOR

Bolzano. Rimuovere un lupo o un orso pericolosi o potenzialmente pericolosi è sempre stato possibile. Catturarlo, monitorarlo, abbatterlo. E in alcune situazioni lo si è fatto, qualche volta a carattere preventivo, qualche altra a posteriori. Yurka, Daniza, tanto per fare un esempio, sono nomi che tutti ricordano. La Provincia chiedeva, il Ministero per l’Ambiente, attraverso Ispra, valutava. Oggi è cambiato qualcosa? Non è cambiato nulla. La Provincia chiede, il ministero per l’Ambiente, attraverso Ispra valuta o valuterà. Tutto il resto: decreto Salvini, Comitato per l’Ordine e la Sicurezza pubblici non sono che una barocca scenografia in linea con i tempi nuovi. Niente di meno, niente di più. Alla fine Fugatti scriverà a Costa e il ministro per l’Ambiente chiederà il parere di Ispra e risponderà. Gli attori del processo decisionale, a conti fatti, restano sempre gli stessi. E da lì non si scappa, la procedura è quella e non ci sono né scorciatoie né sostanziali novità.

Molto si è speculato però in questi giorni circa il fatto che Ispra – in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblici del 7 maggio scorso avrebbe ammesso, per la prima volta, un collegamento diretto tra la presenza del lupo e “possibili situazioni di rischio legate alla sicurezza e all’incolumità delle persone”. Notizia rimbalzata immediatamente anche in Alto Adige, dove la giunta provinciale di Kompatscher, alle prese con la presenza del lupo nel fondovalle dell’Alta Val d’Isarco, ha invocato a sua volta provvedimenti di contenimento del lupo a tutela della pubblica incolumità. Ora, visto che le sintesi, peggio ancora se strumentali, rischiano di non fare un buon servizio alla realtà dei fatti, ne abbiamo parlato direttamente con Piero Genovesi, responsabile del Servizio coordinamento fauna selvatica di Ispra, l’Istituto superiore per la ricerca ambientale, braccio tecnico del ministero per l’Ambiente. L’uomo dei lupi dentro Ispra è lui, ed era lui ad essere presente alla riunione del 7 maggio scorso a Trento. Gli abbiamo chiesto di spiegare come stanno davvero le cose in Val di Fassa e, più in generale, di spiegare se e quando la presenza del lupo può assumere profili di rischio per le persone.

Partiamo con la più semplice e diretta delle domande: i lupi sono pericolosi?

Abbiamo fatto un’attenta analisi di tutti i dati scientifici disponibili a livello italiano, europeo e mondiale e i risultati sono univoci e molto chiari: il lupo è una specie particolarmente poco aggressiva verso l’uomo. Negli ultimi due anni in Italia la stampa italiana ha riportato diversi episodi di presunti attacchi. Sono stati tutti analizzati con attenzione e si sono rivelati sempre falsi, non veritieri, tranne un episodio avvenuto in Piemonte, che comunque si è rivelato solo un “avvertimento”, non un vero attacco. Certo, non bisogna dimenticare che si tratta di un predatore, dunque di un animale con potenziale offensivo importante, e che da questo punto di vista, come capita con qualsiasi altro animale selvatico e non, il rischio zero esiste. Ma va da sé.

Lei parla di una specie particolarmente poco aggressiva verso l’uomo. Italia a parte, a livello internazionale negli ultimi anni si sono registrati attacchi?

Pochissimi casi in India, Israele, Nordamerica. Ma si tratta di eventi estremamente rari in contesti ambientali, e anche sociali, molto diversi da quello italiano ed europeo in generale. Si tratta di attacchi riconducibili a tre diverse tipologie: animali affetti da rabbia; eventi di predazione su bambini molto piccoli, al di sotto dei tre anni, in contesto di degrado sociale e di particolare vulnerabilità, ovvero senza alcuna vigilanza; oppure generica aggressività. Ripeto: sono episodi che a livello mondiale si contano quasi sulle dita di una mano. In Europa per trovare episodi assimilabili a questa casistica bisogna tornare indietro di 40 anni, in Spagna, ma mai in tempi più recenti. In Nordamerica sono stati segnalati solo due casi di attacco fatale all’uomo negli ultimi 70 anni, uno dei quali riferibile a lupi a cui veniva somministrato abitualmente cibo da parte dell’uomo. Per questo è assolutamente doveroso e corretto parlare del lupo come di una specie particolarmente poco aggressiva verso l’uomo.

Dunque la presenza del lupo non comporta particolari rischi…

I rischi sono estremamente ridotti. Per essere chiari: si corrono molto più rischi con i cani liberi o poco controllati che con i lupi. Persino le mucche, statistiche alla mano, sono decisamente più pericolose dei lupi. Capisco comunque e non sottovaluto l’allarme suscitato dal ritorno del lupo da luoghi in cui era scomparso da tempo. E normale sia così. Il lupo non è una specie particolarmente elusiva nei confronti dell’uomo e quando si comincia a vederlo più spesso, magari vicino ai paesi, qualcuno può iniziare a preoccuparsi. Ma l’Italia è piena di situazioni simili, sono normali, e non si sono mai registrati problemi.

Bene. Chiarito questo a livello generale, scendiamo nel particolare. Quando un lupo può diventare problematico?

Quando ci sono dati su comportamenti di confidenza eccessiva. Per esempio quando ci sono ripetuti episodi di predazione su cani domestici penetrando nei giardini, oppure quando un lupo non fugge quando si trova a meno di 30 metri di distanza, o che addirittura si avvicina. Ecco, queste sono situazioni da monitorare con attenzione. Attenzione però: non parlo di incontri casuali, magari anche a pochissimi metri di distanza, perché l’animale non ci ha sentiti arrivare o perché sottovento. Parlo di animali che ripetutamente e con assiduità si fanno avvicinare al di sotto della soglia dei 30 metri. Incontri ravvicinati, anche dentro i paesi, con lupi che fuggono quando vedono arrivare l’uomo, non sono considerati a rischio.

A proposito di paesi, la presenza del lupo a ridosso dei centri abitati o persino dentro i centri abitati, soprattutto nelle ore notturne, va considerata come anomala o deviante?

No, assolutamente no. I lupi nelle ore notturne frequentano i paesi. Magari cercano cibo abbandonato, oppure semplicemente prendono la strada più corta per spostarsi. Grazie ai dati radiotelemetrici sappiamo che il lupo frequenta abitualmente anche aree ad alta antropizzazione, parliamo di Roma, Firenze, della Pianura Padana. Nel 99% dei casi nessuno si accorge di nulla, qualche volta invece i passaggi vengono notati. Ma questa non è una situazione anomala, è normale in decine di paesi sugli Appennini e sulle Alpi e non comporta alcun rischio particolare. Detto questo, nostro compito è quello di cercare di evitare una abituazione positiva del lupo verso insediamenti umani e persone, cioè dobbiamo evitare di incentivare questo comportamento, per esempio abbandonando rifiuti. Il ministro Costa, se necessario, ha anche dato il via libera a interventi di dissuasione attiva con proiettili di gomma. Uno strumento in più che risponde ad un’ottica gestionale, non emergenziale. Questo deve essere chiaro.

E veniamo alla Val di Fassa…

Dai dati che abbiamo raccolto è una situazione da monitorare, questo anche per permettere l’attivazione tempestiva di misure di dissuasione. Non abbiamo registrato alcuna situazione di rischio reale ma le segnalazioni della presenza del lupo all’interno delle zone abitate sono effettivamente numerose, spesso riconducibili ad animali affetti da rogna. Lo sottolineo perché questo ne spiega anche il comportamento. Sono animali debilitati che tendono a gravare intorno ai paesi alla ricerca di fonti alimentari facili, o più facili.

La rogna è contagiosa o pericolosa per l’uomo?

La rogna non è niente di particolare, è diffusa da sempre anche in altre popolazioni di selvatici, la volpe per esempio e oltretutto si cura facilmente. Per l’uomo non ci sono rischi perché il contagio avviene per contatto, dunque nessun problema di ordine sanitario.

Se si cura facilmente gli animali potrebbero essere catturati e curati.

Certo. La profilassi è molto rapida e la riabilitazione avviene in breve tempo. Ma queste sono decisioni che competono il ministero per l’Ambiente e la Provincia di Trento, o ai servizi veterinari.

Si è parlato anche di autorizzazione per catture e rilascio a fini di monitoraggio.

Sì, certo. Per il Trentino si tratta di 5 esemplari entro il 2023. Per gestire bene una specie come il lupo è essenziale avere quanti più dati possibile. Sapere di più sugli spostamenti stagionali, sull’utilizzo delle fonti alimentari, sui comportamenti predatori ci aiuta a calibrare meglio gli interventi di mitigazione e prevenzione.

Senta, spesso la definizione di “lupo problematico”, soprattutto in Alto Adige, viene associata alla predazione ricorrente sugli animali domestici. È corretto?

Assolutamente no. Dove c’è il lupo, c’è predazione, è ovvio. Che sia su selvatico o su domestico fa differenza per noi, non per il lupo. Dal punto di vista del profilo comportamentale della specie, la predazione su domestico non evidenzia alcuna problematicità o anomalia, neppure quando avviene vicinissimo ai paesi. Sono situazioni e comportamenti usuali. Sta a noi far sì che il lupo si orienti più sui selvatici che sui domestici. La prevenzione serve a questo. Il concetto di “lupo problematico” attiene solo ed esclusivamente gli esemplari che possono rappresentare un pericolo potenziale per l’uomo.

La presenza di lupo nel fondovalle dell’alta Val d’Isarco, in Alto Adige, ha suscitato allarme. Va considerata normale?

Mi pare di avere ampiamente risposto a questa domanda.

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