STORIA»GRANDE APPUNTAMENTO AL MUSEO RETICO DELLA VAL DI NON

Il suono ritrovato, che oggi vibrerà per il pubblico grazie al lavoro di un pool di archeologi, artigiani, fabbri, tecnici del suono, è quello del karnyx, strumento che introduceva l’arrivo dei...

di Maddalena Di Tolla Deflorian

Il suono ritrovato, che oggi vibrerà per il pubblico grazie al lavoro di un pool di archeologi, artigiani, fabbri, tecnici del suono, è quello del karnyx, strumento che introduceva l’arrivo dei guerrieri celti alla battaglia. Alle 17 a Sanzeno, a Casa de Gentili, il karnyx risuonerà in tempo di pace, forgiato da moderni maestri artigiani, nella corretta lega di bronzo nella quale lo costruivano i Celti. Il suono odierno che scaturisce dal bronzo arriva a noi attraverso un progetto di studio condotto da due archeologi, uno funzionario della Soprintendenza per i Beni culturali di Trento, l’altra ricercatrice e collaboratrice della stesso ente, ovvero lei Rosa Roncador, lui Paolo Bellintani.

I professori Ivano Ascari e Simone Zuccatti accompagnati dalla Banda Sociale di Lavis eseguiranno brani musicali composti appositamente per karnyx. Seguirà al Museo Retico l’esposizione della ricostruzione in bronzo dello strumento. L’ iniziativa è a cura dell’Ufficio beni archeologici della Soprintendenza per i beni culturali della Provincia e dell’ Associazione culturale Alteritas Interazione tra i popoli - Sezione Trentino.

Rosa Roncador, cos’era, cosa rappresentava questo oggetto?

«Il karnyx era un corno da guerra, un’ imponente arma psicologica, alta quasi due metri. Lo ritroviamo descritto nei testi e raffigurato in alcune sepolture romaniche. Produceva suoni terrificanti e aveva un aspetto impressionante, con una parte terminale raffigurante il muso di un cinghiale oppure di un serpente. I Celti erano un popolo guerriero, li ritroviamo spesso nella Storia come mercenari».

A Sanzeno negli anni cinquanta del Novecento ne erano stati trovati alcuni frammenti. Erano però rimasti nei magazzini. Come è riuscita a ricostruire la loro storia?

«Negli anni Cinquanta l’archeologa Giulia Fogolari durante le ricerche condotte a Sanzeno trova una “lamina di bronzo a forma di foglia lanceolata con grossa nervatura vuota al rovescio ed elementi di tubo in bronzo facenti parte delle stesso complesso”. La funzione di tali reperti, attribuiti alla seconda età del Ferro, rimane sconosciuta per quasi sessant’anni. Nel 2005 l’allora direttore del Museo del Buonconsiglio di Trento, Franco Marzatico mi mostrò quei reperti. Stavo scrivendo la mia tesi di laurea specialistica sulle armi nelle Alpi centro-orientali. Poi l’incontro con un archeologo che se ne stava occupando, in Francia, dove nel 2004 ben sette karnyx erano stati studiati e interpretati nel santuario celtico di Tintignac, mi ha permesso di fare dei confronti e capire che si trattava dello stesso oggetto».

Come è stato realizzato questo nuovo karnyx in bronzo?

«Prima abbiamo studiato il contesto storico e culturale, poi abbiamo condotto una costosa analisi specialistica, ovvero una serie di analisi chimiche e metallurgiche, per capire la composizione giusta. Grazie a un fabbro esperto ne abbiamo costruita una copia in ottone e fra 2017 e 2018 questa seconda copia, in bronzo. Con il progetto “Karnyx di Sanzeno” si è cercato di riprodurre i passaggi messi in atto dagli antichi fabbri per realizzare lo strumento, per recuperare saperi perduti e suoni non più uditi da millenni. Grazie alla collaborazione con il Conservatorio Bonporti di Trento il karnyx sta anche diventando uno strumento contemporaneo, per scoprire inedite sonorità».

Che cosa ci insegna questo oggetto rituale e bellico, del passato europeo?

«La presenza dei resti di due esemplari di karnyx celtici a Sanzeno, che era – ricordo – un importante centro politico, commerciale e religioso del mondo retico tra il V e il II sec. a.C., testimonia i contatti intensi del territorio alpino centro-orientale anche con i popoli stanziati in Europa centrale. I Celti erano visti come i barbari per eccellenza, pericolosi. Però allora i popoli si facevano la guerra ma riuscivano anche poi a convivere. I Reti erano in contatto con i Veneti, Celti, Etruschi. I Celti erano più complessi di quello che immaginiamo. I druidi forse conoscevano la metempsicosi platonica e la geometria di Pitagora».

Che scopo avete facendo risuonare questo strumento oggi?

«Restituire il reperto alla sua comunità, ma anche riavvicinare l’archeologia al pubblico. Reperti conservati in magazzino tornano a parlare con la ricerca pubblica dopo tanti anni».