Acque reflue: i grassi delle cucine fanno lievitare le tariffe fognarie degli altoatesini
Un aumento anomalo dei carichi di grasso negli impianti di depurazione provoca un aumento dei costi di gestione. Secondo "Robin", le spese vengono scaricate sulle famiglie invece che sui responsabili. L’associazione consumatori chiede controlli, trasparenza e l’applicazione del principio “chi inquina paga”
BOLZANO. Il recente servizio Rai Tagesschau sull’aumento dei carichi di grasso negli impianti di depurazione della Val Pusteria riaccende i riflettori su un problema strutturale. In diversi impianti altoatesini, spiegano i gestori, la presenza di grassi nelle acque reflue impone interventi di pulizia molto più frequenti rispetto al passato, in alcuni casi addirittura raddoppiati. Per un singolo impianto i costi aggiuntivi arrivano a circa 150.000 euro l’anno. Estesi all’intero territorio provinciale, questi oneri valgono milioni di euro che finiscono nelle tariffe fognarie pagate da tutte le famiglie. Secondo l’associazione dei consumatori Robin, si tratta di un costo collettivo generato da comportamenti scorretti. «Chi smaltisce correttamente paga due volte», afferma Walther Andreaus, direttore dell’associazione. «Prima per il proprio corretto smaltimento, poi per chi riversa i grassi nelle fognature». Il nodo centrale è il crollo della raccolta separata di oli e grassi alimentari esausti: da 2–3 milioni di litri annui di due anni fa si è scesi a circa 600.000 litri, appena il 20–30% dei volumi precedenti, nonostante un potenziale energetico stimato tra 20 e 30 milioni di chilowattora l’anno. Per Robin, quei grassi non scompaiono, ma finiscono nelle reti fognarie, causando intasamenti, danni alle infrastrutture e costi più elevati per depurazione e manutenzione. Da qui una serie di domande aperte: qual è l’aumento medio dei costi per famiglia, quanta parte è riconducibile a ristorazione e turismo e perché le spese non vengono addebitate in modo coerente ai responsabili. Particolarmente criticata è l’esenzione dall’obbligo di separatore di grasso per gli esercizi sotto la soglia dei 200 pasti al giorno, ritenuta ambigua e difficilmente verificabile. Sul piano tecnico, il dott. ing. Roman Bodner, esperto in acque reflue, giudica la soglia dei 200 pasti insostenibile. Il diritto ambientale statale fissa un limite di 40 mg/l per i grassi, mentre le cucine di ristoranti e strutture ricettive registrano spesso valori tra 100 e 300 mg/l. La norma UNI EN 1825 impone di dimensionare i separatori in base all’attività e alle attrezzature, non al numero di pasti. Robin chiede controlli più severi, un regolamento tipo uniforme, trasparenza sui costi e il rispetto rigoroso del principio “chi inquina paga”. In assenza di risposte, l’associazione annuncia il ricorso alle autorità statali di vigilanza.