Addio Pietro Tosolini, capitano coraggioso



Era il costruttore coraggioso, Pietro Tosolini. L’uomo che ha edificato in un certo senso sé stesso insieme a una città appunto tutta da inventare. Erano gli anni della ricostruzione, della rinascita, del boom. E lui è stato, sino all’ultimo, sino a ieri mattina, un indiscusso protagonista di una Bolzano che ha perdutamente amato, interpretato e anche modificato, quasi come fosse plastilina. Silenzioso. Schivo. Riservato. Sobrio. Quasi invisibile per scelta, a dispetto di quel filo di vanità che accompagna i gentiluomini, Tosolini amava definirsi un geometra bolzanino d’origini fieramente nonese.
Sempre impeccabile nella sua eleganza, nel suo portamento, a molti poteva apparire distaccato, per non dire glaciale. Ma era, la sua, solo la discreta forma di timidezza dell’uomo che s’era fatto realmente da solo. Il suo motto avrebbe potuto sempre essere: di poche parole e di molti fatti. Sapeva guardare lontano, quasi aiutato dalla sua altezza fuori dal comune. E qualche volta, volando in un “sopra” tutto suo, fra pensieri e progetti, finiva per scontrarsi con la realtà e con politici con i quali non sempre - fors’anche per colpa della sua proverbiale franchezza - riusciva a dialogare. La città, a seconda delle stagioni, lo ha amato, stimato, rispettato o aspramente criticato e contestato. Sembrava non farci caso, il commendatore - titolo di cui andava fiero -, ma in silenzio ne soffriva. Perché lo addolorava sentirsi incompreso, soprattutto per quella sua dote di visionario, di uomo del fare, sempre pronto a costruire qualcosa, a scommettere su un’altra impresa. Fra mille attività (ne parlano i colleghi nei loro articoli) e altrettanti sogni (l’ultimo: portare Renzo Piano a Bolzano per fargli costruire la casa di Ötzi), ha sempre creduto profondamente anche nel valore della stampa. Meglio: nella libertà di stampa, nell’originalità di pensiero. Perché rispettava il nostro lavoro come pochi, anche quando forse il giornale l’avrebbe voluto tirare contro uno dei suoi tanti palazzi. Dovete sapere che all’Alto Adige, fino a qualche tempo fa, c’era una specie rito di iniziazione: a scegliere i direttori del quotidiano erano il principe Carlo Caracciolo (che nel tempo diventò anche amico di Tosolini) e l’ingegner Carlo De Benedetti, ma poi si doveva passare una sorta d’esame finale. La benedizione del presidente della società editrice - il mitico ingegner Giorgio Pasquali, quando toccò a me e a molti dei miei predecessori - e poi quella del vicepresidente: l’altrettanto mitico commendator Tosolini. Due uomini che se ne vanno in momenti diversi, portandosi via - temo per sempre - lo stampo col quale si creò la generazione - concreta, colta, impegnata, instancabile - che seppe ricostruire non solo Bolzano ma l’intero Paese. Ebbene, mi porto ancora nel cuore quell’incontro, nell’ampio, ma in fondo normalissimo ufficio che ha letteralmente abitato fino all’ultimo. Ricordo bene le sue raccomandazioni: proprio sul senso della libertà di stampa. E, soprattutto, non posso scordare una cosa: in tutti questi anni, il commendator Tosolini, mi avrà telefonato per lamentarsi - ma mai per chiedere una rettifica, un cambio di passo, una smentita - sì e no due volte. Rispettava e in un certo senso temeva i giornalisti, che spesso - vanamente - cercavano di avere da lui un’intervista, un commento, una notizia. Ma ne considerava sacro e prezioso il lavoro, sentendosi quasi in dovere - da orgoglioso imprenditore italiano di questa terra - di sostenerne l’impegno. Morendo poco dopo aver festeggiato i suoi primi 90 anni, il commendatore non lascia solo una bella famiglia (che oggi tutti noi abbracciamo), ma anche tante piccole e ambiziose rivoluzioni (compiute e incompiute) che resteranno, anche negli occhi di chi non è mai riuscito a capirlo. Del resto, capire i capitani coraggiosi - uomini sovente soli al comando - non è mai facile. E un po’ lui ci giocava: perché sapeva di mettere in soggezione chi gli parlava. Chi oggi avrebbe magari voluto dirgli le tante cose che in tanti anni non è mai riuscito a dirgli. Le cose che oggi non potrà purtroppo leggere.

















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