La storia

Bunker H, la città nascosta: laghi, stalattiti e... anguille 

Nel ventre del Guncina a Bolzano. Settemila metri quadri di gallerie e cunicoli realizzati dai tedeschi nel 1943 oggi sono un polo culturale e geologico unico in Italia. In 80 anni si sono formati stalagmiti e coralli di grotta. Le anguille dimenticate dal regista Abel Ferrara dopo una scena del film Siberia girata qui dentro con Willem Dafoe


Luca Fregona


BOLZANO. Laghi, cascate calcaree, coralli di grotta, rocce laviche, stalattiti, stalagmiti. Caldo d’inverno, fresco d’estate. Fossimo a Londra o a Napoli ci sarebbe fuori la coda da mattina a sera. Bolzano, invece, sembra non aver ancora capito bene che razza di tesoro si ritrovi fra le mani a costo zero: il Bunker H. Un posto che racchiude in un colpo solo storia, geologia, vulcanologia e arte. Un dedalo di corridoi, gallerie, caverne, stanze e cunicoli strappati dall’uomo alla roccia. Un labirinto di settemila metri quadrati che corre nel ventre del Guncina, parallelo a via Fago (nel tratto verso via Cadorna).

Lo hanno scavato i soldati tedeschi dopo l’8 settembre 1943. O meglio: i soldati tedeschi hanno infilato la dinamite nella roccia (si vedono ancora i fori dei candelotti). Ma poi il lavoro duro, portare fuori le tonnellate di porfido sbriciolato, lo hanno fatto i prigionieri del lager di via Resia. Per sgomberare un metro cubo di materiale servivano 25 carriole. Se si fanno due calcoli, un lavoro durato almeno sei mesi, h24.

Visitarlo, il Bunker H, è un’esperienza incredibile. La pietra “balla” alla luce delle torce elettriche. Formazioni calcaree, colate di lava di milioni d’anni fa, specchi d’acqua, speroni, guglie, pinnacoli. Un “castello” nelle tenebre. Sembra il set di “Nosferatu, il principe della notte”, ma lo stupore è più forte della “paura”. Fanno da guida Gino Bombonato e suo figlio Martino. Loro, preferiscono definirsi “fratelli”. In effetti, a vederli insieme, quello sono: due fratelli, che hanno cavalcato e realizzato un sogno. Recuperare uno spazio dimenticato, creato dagli uomini in guerra, trasformandolo in un bene comune.

Il fortino nella roccia

Durante il conflitto, il Bunker H era ad uso esclusivo dei soldati germanici come riparo dai bombardamenti alleati ma anche come deposito di munizioni, viveri e di beni razziati in mezza Italia. Di fatto, una dependance “blindata” del comando germanico che aveva sede poco lontano nei villini di Gries. Le stanze più vicine all’ingresso erano state attrezzate per gli ufficiali con comfort di vario tipo, letti, poltrone, bagni. Si possono vedere ancora tratti della pavimentazione in piastrelle. Fino agli anni Sessanta del Novecento, il Bunker H è stato utilizzato anche dall’esercito italiano, probabilmente nel quadro della guerra fredda. Dagli anni Settanta in poi, il nulla. L’abbandono totale. Per 40 anni il labirinto nella roccia è rimasto aperto a chiunque avesse il “coraggio” di entrarci. Usato, in ordine sparso, come discarica abusiva, deposito occulto di materiali vari, “sala prove” di band metal (là dentro, chi ti sente), rifugio per senzatetto. Luogo di immancabili riti satanici, di prove di “ardimento” misto bullismo dei ragazzini del rione (vediamo se hai il fegato di entrare...).

Un tesoro a Bolzano: la città nascosta del Bunker H

Bolzano sembra non aver ancora capito bene che razza di tesoro si ritrovi fra le mani a costo zero: il Bunker H. Un posto che racchiude in un colpo solo storia, geologia, vulcanologia e arte.



Una discarica abbandonata

Il Bunker H ritorna in vita nel 2013, quando la cooperativa Talia, lo prende in concessione dal demanio dello Stato. «Era in condizioni disastrose. Pochi giorni prima del nostro ingresso “ufficiale”, ci avevano persino bruciato dieci materassi - prosegue Bombonato senior -. L’aria era irrespirabile, il fumo ancora denso. Le gallerie tracimavano rifiuti di ogni tipo. Ci siamo detti: chi ce lo fa fare? Lasciamo perdere. Ma...». È prevalsa la curiosità, la scoperta continua, la consapevolezza di trovarsi in un luogo unico. Creato dalla violenza dell’uomo, riconquistato da madre natura. «Ora toccava a noi. La sfida era il recupero. Destinarlo a un uso ponderato, pubblico, dove uomo e natura cercassero di andare d’accordo».



Un dedalo nella montagna

Appena entrati, un lungo corridoio porta dentro questo mondo sotterraneo. «Gallerie, caverne, passaggi, sale, antri: tutto gli spazi vuoti che stiamo attraversando sono artificiali - spiega Gino -. La montagna era “piena”: roccia compatta, porfido. È stato tutto scavato a colpi di dinamite e piccone».

Sette squadre di militari tedeschi hanno aggredito la parete da sette punti diversi che puntavano a raggiera al centro della montagna.

«La dinamite prima, e gli internati poi, hanno svuotato la pancia del Guncina - continua Martino -. Si sono create enormi cavità, utilizzate per depositi, cisterne di combustibile e acqua, dormitori...». I pozzi di ventilazione ancora oggi garantiscono un ricambio d’aria continuo. Non si ha mai una sensazione di claustrofobia.

Caso mai, quella sì, di non riuscire a trovare la via del ritorno dopo l’ennesimo incrocio o l’ennesimo angolo che non sai dove porta. Certo, se la torcia si spegne d’improvviso, d’istinto viene di tirare fuori l’aglio e il crocifisso. Non a caso, qui si riproduce una rarissima specie di pipistrelli. Ma, vuoi per gli spazi immensi, vuoi per l’aria che non manca mai, vuoi per la temperatura gradevole (13 gradi costanti estate e inverno), o per il racconto entusiasta eppure rassicurante dei “fratelli” Bombonato, il mood è rilassato. Quasi zen.

Un parco geologico

Il silenzio domina assoluto, rotto solo dal rumore dell’acqua che sgocciola dalle volte. Il porfido non la trattiene, percola verso il basso. In poco meno di 80 anni, in alcune gallerie, si sono formate stalagmiti, stalattiti, cascate calcaree, perle e coralli di grotta. Centinaia di punte bianche e argento scendono dalle arcate, si innalzano dal pavimento, come un immenso tappetto di chiodi da fachiro. Brillano sul porfido rosso, giallo e ocra. Un intero settore del labirinto è chiuso al pubblico. «Un piccolo tesoro geologico che vogliamo preservare dalla contaminazione degli uomini», sottolinea Gino Bombonato. Martino fa strada tra aperture, slarghi e strettoie. «Lì in fondo c’è un laghetto», indica. Un specchio verde smeraldo avvolto da un arco color porpora. Nel punto più profondo arriva fino a un metro e 20. Il mormorio dell’acqua qui è molto più forte. «Il lago per noi è un mistero- riprende Gino -: indipendentemente dalle condizioni meteo, sparisce o riappare nel giro di un paio giorni. Le venature sulla parete rocciosa sono strati sovrapposti di antichissima lava, di almeno 280 milioni di anni fa. Lo strato che si è raffreddato prima è stato coperto da quello successivo, e così via. Con i movimenti delle masse tettoniche, le fenditure hanno creato dei piccoli canali di scolo. Da lì arriva l’acqua che alimenta la pozza. Sopra le nostre teste abbiamo più di 70 metri di roccia. L’acqua fa un percorso enorme per arrivare fin qui». Il lago segue una specie di elle dentro la caverna. «Là in mezzo vivono le anguille», butta lì Martino.

Le anguille di Abel Ferrara

Le anguille? «Sì, le anguille - continua- . È stato due anni fa quando Abel Ferrara (il regista italomericano autore di capolavori come “Il Cattivo tenente”, ndr) ha girato qui dentro alcune scene del suo film “Siberia”». La trama (da Wikpedia) è in linea col posto: isolatosi dal resto del mondo in mezzo alla tundra, un uomo esplora il proprio subconscio e i propri sogni...

«Il protagonista Willem Dafoe era in mezzo al laghetto - racconta Gino -. Sull’acqua galleggiava una testa mozzata, un capolavoro dei maghi degli “effetti speciali”. La scena prevedeva una trentina di anguille femmine sguazzanti tra le gambe dell’attore. Al momento del recupero delle anguille, l’acqua si era fortemente intorbidita. Sei sono rimaste nel lago. Inizialmente abbiamo dato loro da mangiare ma ci siamo subito resi conto che sono indipendenti. Si arrangiano in tutto per tutto. Nuotano nella parte più profonda. Ma ogni tanto ci capita di vederle anche vicino alla riva. Godono di ottima salute». Mangiano insetti che in qualche modo arrivano dal bosco.

Il più piccolo museo del mondo

Al Bunker H c’è, probabilmente, anche il più piccolo museo del mondo, come lo definisce Martino Bombonato. Un tavolino che raccoglie oggetti trovati durante i lavori di ripristino: rasoi e cofanetti in bachelite della crema per i calli dei soldati tedeschi. E ancora: monete, occhiali, piccoli gioielli, orecchini, gemelli da camicia, una fede in ferro, la scarpa di una bambina. «C’è una stanza piena di calzature, che non abbiamo toccato, tutte senza lacci». Frutto di razzie dei tedeschi. «C’è un settore ancora tutto da setacciare: lì sicuramente ci sono altre cose». Dal 2013, la cooperativa Talia si è concentrata nella cura e apertura di circa i due terzi degli spazi. «Abbiamo liberato i corridoi, le caverne e le stanze seguendo rigidi protocolli di sicurezza e di tenuta geologica. Volendo, c’è ancora molto da fare». Va detto che Talia ha contato solo sulle forze e la passione dei volontari che hanno trasformato il bunker in un vero polo culturale dentro la montagna. Sono state ricavate sale per mostre, una sala concerti da 70 posti con un'acustica perfetta, due bar in pietra come nel cartone “Gli Antenati”.



Le stanze realizzate dal Genio dell’Esercito italiano nel dopoguerra, oggi sono una galleria di arte urbana unica in Italia. Artisti provenienti da mezza Europa, hanno realizzato sulle pareti in cemento e mattoni, una ventina di murales in due sessioni di street art. La prima, nel 2020 in piena pandemia, dedicata ai miti greci. La seconda, poche settimane fa, ai miti norreni. Alcune opere si rifanno alla storia di questo posto: la guerra, il nazismo, le scarpe come simbolo di annientamento, saccheggio e strage. Oltre al recupero della memoria storica della città, c’è un uso sociale legato al quartiere. D’estate, prima del Covid, il bunker veniva aperto per garantire un po’ di fresco agli anziani della zona. «Nessuno di loro, pur abitando a due passi, ci aveva mai messo piede prima».

La morale è semplice: c’è sempre qualcosa di nuovo da esplorare anche in una piccola città di cui si crede di conoscere già tutto.

Quando non apre per manifestazioni particolari, il bunker H si può visitare su prenotazione ai numeri 3391003619, 3427462625; via mail a taliacoop@altice.it -

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