CITTA' E MEMORIA

Che cosa ci dice "ponte Langer"

La lunga storia di un'intitolazione, fra veti e timori. Ma ora, a Bolzano, c'è qualcosa di nuovo...

di Paolo Mantovan

L’intitolazione di vie, piazze e ponti è un’attività complicata e delicata insieme. Di più. Il complesso dei nomi delle strade finisce per essere un ritratto della situazione geografica, culturale e sociale di una città. Ecco perché l’ingresso - ormai pressoché definitivo - di un “ponte Langer” aggiunge qualcosa di nuovo a Bolzano. Anche se quel ponte lo chiamavano così da tempo, ora c’è la targa in arrivo. E cambia tutto.

Cambia tutto perché diventa ufficialmente il ponte “Alexander Langer”, dedicato a un costruttore di ponti, riconosciuto da tutti (la commissione odonomastica ha dato il suo sì all’unanimità) come parte della memoria di Bolzano. Langer è stato un ambientalista promotore di “utopie concrete” nonché il sostenitore della “conversione ecologica” che è stata ripresa da Papa Francesco nella sua enciclica «Laudato si’». Ed è stato certamente un “costruttore”: predicava e sosteneva il ruolo fondamentale di “mediatori”, “saltatori di muri”, “esploratori di frontiere”, per affrontare e superare le barriere etniche e ideologiche. 
Ma proprio per questo Langer è stato anche fortemente divisivo: soprattutto per il gruppo linguistico tedesco e per il partito di raccolta, la Svp, perché con la sua battaglia contro le “gabbie etniche”, minava alla base l’ordine, anzi, la liturgia della proporz. Ora l’intitolazione ufficiale di un ponte dovrebbe suggerire che molte cose sono cambiate.

In realtà, invece, rispetto a questa novità odonomastica (che - occorre insistere - significa una traccia diversa e particolare nel ritratto di Bolzano) si notano almeno quattro atteggiamenti differenti all’interno della stessa città.
1) C’è chi plaude. Chi sente che finalmente qualcosa sta cambiando, che un passo nel lungo percorso della convivenza è stato compiuto. Ma quanti plaudono?
2) Poi c’è chi dice: oplà, è andata, lo abbiamo sistemato su quel ponticello e adesso per un po’ non se ne parlerà più, per fortuna.
3) C’è chi storce il naso: solo un piccolo ponte pedociclabile sul Talvera! Si poteva fare molto di più, è una cosa minima. Siamo alle solite: la situazione non cambia mai.
4) Infine, quarta inconsapevole posizione, le file degli indifferenti si ingrossano: il tempo passa e ormai anche il nome di Langer, per alcuni, non fa né caldo né freddo.
In tutte queste posizioni-reazioni c’è qualcosa che ci tocca.  Qualcosa che ci dimostra quanto sia tuttora profondo il solco segnato dall’esperienza di Alexander Langer e che nello stesso istante ci dice come sia stato fatto passare troppo tempo prima di dare piena cittadinanza alla sua testimonianza e al suo impegno per il dialogo interetnico. Così come colpisce il silenzio generale rispetto a questo passaggio, pur dopo venticinque anni dalla sua morte.
Certo, è arrivata prima Milano a dare il nome di un ponte sulla Darsena a Langer (nel 2019). Però, si sa, in terra meneghina era tutto meno complicato. 
E però qui, alla fine, ci si sta arrivando. Manca soltanto – dopo il sì della commissione odonomastica - l’ultimo sigillo della giunta comunale e quindi la successiva inaugurazione formale, “sacerdotale”.

Sì, la strada è stata molto lunga. Ma nel 2007, all’ipotesi di intitolare una via a Langer, vennero posti dei veti. Vennero da una piccola parte della Svp, ma furono pur sempre dei veti che sembravano rappresentare dei paletti insormontabili per la giunta Spagnolli di allora.  E in quel momento sembrò impossibile abbattere quei paletti in nome dell’alleanza amministrativa comunale da salvaguardare. Ma lì fu gettato il seme: si immaginò che fosse un ponte, quel ponte, a prendere il nome di Alex e l’indicazione entrò nel linguaggio comune, nel parlato. 
Ora la consuetudine ha vinto ogni resistenza. Il tempo ha smussato gli angoli.  E così l’ufficializzazione di ponte Langer porta oggi con sé un elemento triste: metabolizzare questa variazione odonomastica ha chiesto tempi davvero lunghissimi, ha dovuto imporsi lentamente nell’uso, riducendo al minimo l’onda emotiva.  In altri luoghi, in altre città con un tasso inferiore di contrapposizioni, queste scelte si fanno rapidamente e creano identità.  Ma c’è anche un elemento positivo da considerare: alla fine le cose giuste si confermano.  Non sarà il più grande successo di memorialistica pacifista, ecologista e interetnica, ma è comunque un passo avanti. Che si è compiuto. Che si formalizza. Un lampione che si accende lungo un percorso. E lungo questo percorso - che esiste - è importante guardare anche i lampioni che si accendono e non andare ad aprire soltanto le porte che si spalancano sul buio.