Ciao papà, grazie di tutto

Mi spiace che papà non possa leggere i giornali di questi giorni. Mi spiace che non possa leggere i meravigliosi messaggi che mi hanno travolto ieri: un mare fatto di lacrime, di riconoscenza, ricordi unici e preziosi. C’è chi mi ha parlato del maestro, della guida, dell’esempio. C’è chi mi ha parlato di grande libertà intellettuale e di pensiero, di rettitudine morale, di sottile ironia e di etica. Altri hanno puntato sull’eleganza, sullo stile, sulla forma, sul garbo, sulla sua profonda umiltà, che guardata di sfuggita poteva sembrare quasi alterigia, un distacco dalle persone e dalle cose del mondo. Era l’esatto contrario. Sofisticata arte della sopravvivenza, si potrebbe pensare, per chi fa questo mestiere. Per chi cerca la vicinanza (necessaria per vedere e capire) e il distacco: fondamentale per scrivere, per raccontare. Un’arte che si piega ogni giorno al dolore o alle gioie degli altri, alle storie di una città o di un paese, alle piccole o grandi vicende del mondo. Contenendo tutto. Memoria e prospettiva.
Molti, nel ricordarlo, hanno parlato del giornalista, dello storico, del presidente nazionale dell’ordine che aveva a lungo lavorato sui doveri di chi fa questo mestiere, sul rispetto dei più deboli e sulla formazione. Altri hanno condiviso ricordi personali: «Il giorno in cui decise di assumermi»; «Quella volta che mi mandò a seguire quel fatto importante»; «la notizia fu quella della mia promozione, quel giorno». Un filo teneva uniti maestro e discepoli. Fra i tanti ricordi, Adriano Morelli, se fosse vivo, ne racconterebbe certamente uno: «Il direttore Gianni Faustini - Adriano lo ha sempre chiamato così, anche dopo decenni d’amicizia speciale - mi mandò a intervistare per la Rai la mamma di Francesco Moser dopo una sua grande vittoria». Nulla di straordinario, direte, se non per il fatto che l’intervista - come amava ricordare Morelli - venne registrata tre giorni prima della (ancora tutta da costruire) vittoria del grande Checco. Allora non c’era la diretta. Bisognava provarci. Scommettere. Puntare sul fiuto. E, pochi attimi dopo il trionfo, avere il servizio pronto “da casa Moser” (registrato in realtà giorni prima). Un episodio fra i mille che si affastellano e che narrano d’un giornalismo che inevitabilmente profuma di leggenda.
Per molti era un faro, una luce che ti guida in porto anche nelle giornate più buie, un punto di riferimento, un arguto storico del presente. Per noi, d’ovvia conseguenza, è sempre stato un papà con una famiglia più larga, talvolta sconfinata, che andava dai fatti piccoli di una comunità alle cose del mondo. Le sue giornate e le sue notti non finivano mai. Il lavoro era totalizzante. Era ragione di vita. Profondo e continuo impegno sociale, culturale e anche politico, nel senso più nobile di questo termine. Amava studiare. Approfondire. Conoscere e capire, ancor più che scrivere. Di qui la scelta di scrivere libri su ferite ancora aperte di questa terra, una terra che ha sempre cercato di vedere nel suo insieme, nella dimensione regionale.
Detestava sciatteria e superficialità: nella vita come nella scrittura. Di poche parole, di pochi sguardi, di pochi sorrisi, andava sempre al punto. Al cuore delle cose e delle persone. Un padre impegnativo. Stimolante. Irraggiungibile. Eppure da raggiungere ogni giorno: a costo di mangiare fango e parole, pagine e fatica, sudore e articoli. L’inseguimento - la cosa più straordinaria e stimolante che possa capitare a chi si ritrova ad essere, insieme, un figlio e un collega - è finito alle 10 di ieri mattina, in una fredda giornata che noi pensavamo intima - come ogni dolore - e che invece era ed è collettiva. Perché tutti avete voluto esserci. Con una parola. Con un pensiero. Donandoci la sensazione d’avere mille occhi pieni di lacrime accanto ai nostri. Carezze che scaldano il cuore; luci lungo l’ultima, faticosa ma breve salita. Una manifestazione d’affetto e di stima che ti fa sentire un pezzetto di qualcosa di grande. Che ti fa capire d’aver camminato accanto a un esempio, a un uomo che resterà.
Da buon politologo, Paolo Pombeni, una volta, mi disse che tendiamo a monumentalizzare, noi italiani. Dunque facciamo fatica quando si tratta di fare i conti col passato e con donne o uomini ingombranti. Ma penso che i monumenti che in queste ore, in tantissimi, hanno dedicato a papà - che certo oggi ci avrebbe riso sopra, peraltro con malcelato orgoglio - siano altro: perché un buon giornalista abita il presente, sapendo che ogni giorno cambia e si rinnova. Insieme alla società, a quella cultura solida e profonda che papà ha usato spesso come un pennello degno dei tanti artisti che ha amato e in parte anche scoperto.
Piccoli tocchi, sapienti svolazzi, molta concretezza.
A ben guardare, papà ha vissuto la sua e le mille altre vite che ha raccontato. Con impensabile intensità.
Una fortuna per lui. Un dono per noi. Ciò che lascia prevale di gran lunga su ciò che si porta via.
Scusate se ho rubato uno spazio rendendolo quasi privato, ma lo dovevo a lui. E alle tante persone che lo stanno abbracciando.
Ciao papà, grazie di tutto.