IL LIBRO

D come Duce, storia di Emil. Il soldato bambino finito in Vietnam con la Legione straniera

“Soldati di sventura”, Il libro di Fregona sugli italiani che hanno combattuto nella prima guerra d Indocina con la Legione straniera esce con una terza edizione ampliata. Il destino di quei ragazzi cresciuti tra fascismo e nazismo finito all'inferno in Vietnam

Bolzano. Per lo scrittore Luca D'Andrea «è il miglior libro scritto in Alto Adige da tempi immemori». Per lo storico Gianni Oliva è un «libro che restituisce memoria (e dignità) a chi ha sfidato il destino nella Legione straniera fuggendo dalla miseria del dopoguerra». Claudio Toscani su Avvenire ha scritto che “l’autore raccoglie tre distinte memorie di un'unica verità di guerra e morte”. Marco Del Corona sul Corriere della Sera che “Fregona ricostruisce tre storie lungo il ciglio tra storia e dimenticanza. Tre storie di uomini della sua terra che da una periferia geografica, Trentino e Sud Tirolo, si sono incagliati in una periferia dell’Asia, l’Indocina dello scontro finale tra colonialisti francesi e indipendentisti vietnamiti”.

È uscita in questi giorni, la terza edizione in pochi mesi del libro di Luca Fregona, caporedattore del quotidiano Alto Adige, “Soldati di sventura” (Athesia, 282 pg, 12,90 euro), ampliato con documenti e foto trovati dopo la prima pubblicazione nel dicembre scorso.



“Soldati di sventura” racconta la storia di tre ventenni altoatesini (i bolzanini Beniamino Leoni e Rudi Altadonna, e il meranese Emil Stocker), che hanno combattuto con la Legione straniera nella prima guerra d’Indocina. Tre di quei 5-7 mila giovani italiani spediti in Vietnam tra il 1946 e il 1954 nella “sporca guerra” scatenata dalla Francia per riprendersi la colonia dopo la dichiarazione di indipendenza di Ho Chi Minh.

Molti di quei ragazzi italiani reclutati dalla Legione, erano emigrati clandestinamente in Francia in cerca di lavoro, una volta scoperti venivano più o meno costretti a firmare l'ingaggio con il ricatto della prigione e del rimpatrio. Altri erano giovani in fuga dalle scorie tossiche della seconda guerra mondiale.

La parte inedita. Nella terza edizione del volume sono state aggiunte alcune pagine alla parte dedicata ad Emil Stocker, meranese, che con la Legione straniera è rimasto in Vietnam per 4 anni, sopravvivendo alla battaglia finale di Dien Bien Phu. «Emil - spiega Fregona - è morto di covid nel marzo del 2020. Non aveva eredi. Dopo l'uscita del libro, ho avuto l’opportunità di entrare a casa sua per salvare documenti e foto dal macero. Ho trovato moltissimo materiale che mi ha aiutato a capire di più anche il dramma vissuto dalla sua famiglia dall’annessione dell'Alto Adige all’Italia nel 1918 fino alle opzioni del 1939: la scelta per la Germania che ha portato la famiglia alla rovina. Il padre Rudolf aveva venduto il negozio di alimentari e alcune proprietà in Venosta, ma poi, prima di raggiungere la moglie Elisabeth ed Emil in Germania, si ammalò di tumore allo stomaco. Morì poco dopo, nel giugno 1941, quando Emil ormai era già stato inghiottito dal sistema educativo hitleriano. Tra le carte ho trovato la supplica del padre al prefetto di Bolzano in cui, consapevole della fine imminente, rinunciava alla cittadinanza tedesca e chiedeva di riacquistare quella italiana per non perdere la pensione da ex poliziotto del Comune di Merano, l’unica forma di sostentamento che lasciava alla famiglia».



D come Duce. I quaderni delle elementari di Emil sono un’altra testimonianza preziosa. «Compiti e dettati infarciti di retorica e propaganda fascista - spiega Fregona -. Un vero abecedario del ventennio. Gli esercizi di calligrafia sono impressionanti: pagine e pagine fitte di D come Duce, I come Impero, B come Balilla... Temi sulla gloriosa impresa italiana in Africa, sulla bontà di Mussolini che a Natale “manda i doni agli operai e ai poveri”, per non parlare dell’esaltazione della guerra e delle armi». A casa, invece, Emil respirava il rancore anti-italiano del padre, che aveva combattuto con l’esercito austriaco sull’Altipiano di Asiago.



«Mi ha colpito una pagina dell’album di disegno di prima elementare: Emil si raffigura piccolo piccolo con l’uniforme nera da balilla sotto una gigantesca bandiera sabauda. Non oso immaginare la grande confusione nella sua testa quando, tra le mura di casa, il padre, che si era rifiutato di continuare a servire uno stato “straniero” nella polizia municipale di Merano dopo l’annessione, gli inculcava in dialetto tedesco l’identità tirolese. Leggendo le carte, sfogliando pile e pile di lettere, foto e documenti, ho capito, forse veramente per la prima volta, io altoatesino di lingua italiana di seconda generazione, quale sia stato il travaglio vissuto da molte famiglie sudtirolesi in quel periodo. Un’empatia che fino ad oggi non avevo mai provato. Entrare nella casa di Emil dopo la sua morte è stato come aprire una porta chiusa da decenni. È difficile da spiegare: è come se mi fossi trovato di fronte a persone ancora in vita, mentre fino a quel momento erano solo i personaggi delle confidenze e del racconto di Stocker. Le foto hanno dato un volto al padre, alla madre, a Emil bambino, quando scriveva letterine alla cicogna perché gli portasse un fratellino, o a Babbo natale per trovare una slitta nuova sotto l’albero». Centinaia di immagini dai primi del Novecento fino agli anni Quaranta. «Emil era figlio unico, nato da genitori “maturi” che lo hanno avuto a 40 anni suonati, un fatto insolito per l’epoca. Un figlio cercato a lungo, con tutto quello che questo comportava. Il padre lo adorava, ma le aspettative erano altissime, specialmente quelle della madre Elisabeth. Una donna molto severa». Dopo l’opzione per la Germania nazista, nel 1940, Emil, a soli 10 anni, frequenta un corso accelerato di hochdeutsch e viene spedito dall’Ufficio germanico per l'immigrazione e il rimpatrio in una scuola delle SS a Rufach in Alsazia per “tedeschi nati fuori dal Reich”, inquadrato nella Hitlerjugend. Un frullato di ideologia e fanatismo, nell’infanzia prima, e nell’adolescenza poi, che lo segnerà profondamente. «Dopo la seconda guerra mondiale, Emil non riesce più ad inserirsi, ad avere una vita normale. La madre vedova, che ormai ha quasi 60 anni, pretende una dedizione assoluta. In molte lettere gli dice che è obbligato moralmente a mantenerla. Lui si iscrive a Ragioneria a Bolzano all’Istituto Marco Polo, poi va garzone da un elettricista a Merano. Ci prova, ma non ce la fa».



Nel gennaio 1951, a 21 anni, senza dire niente a nessuno scappa, firma l’ingaggio nella Legione: un’opportunità per lasciarsi tutto alle spalle. «Una nuova patria. Legio patria nostra, come dice il motto dei Kepì blanc. Anche se poi, di fronte all’orrore della guerra in Vietnam, pur non rinnegando nulla, ha maturato una sua personale crisi di coscienza». A casa di Stocker è stata ritrovata la macchina fotografica Foca 2 con cui ha scattato oltre mille immagini nei 4 anni di Indocina. «Conservava anche tutte le medaglie: le sue in estremo Oriente, ma anche quelle di suo padre della Grande Guerra, e tutta la documentazione degli anni trascorsi nella Germania nazista. Libri, quaderni, i disegni di un ragazzo, incastrato tra disciplina e aspettative familiari, che sognava i sommergibili, le isole esotiche e l’arruolamento in marina come una via di fuga. Dai temi sul Duce era passato a quelli su Hitler. Dai neri della Somalia descritti come dei selvaggi, agli ebrei raffigurati come usurai con grossi nasi, lunghe barbe e sacchi pieni di soldi. Dal fascismo al nazismo, la sostanza non cambiava: un ragazzino sottoposto al lavaggio del cervello».

La pubblicazione del libro ha portato alla luce una pagina pochissimo conosciuta della storia italiana del secondo dopoguerra. Si calcola infatti che almeno 7 mila giovani italiani abbiano combattuto con la Legione straniera in Indocina in nove anni di guerra. «Più di un migliaio sono morti, centinaia hanno disertato, sono rimasti feriti, o hanno riportato traumi psicologici devastanti. Da quando è uscito il libro nel dicembre 2020, sono stato contattato da molti familiari di quei ragazzi. Mi hanno ringraziato perché qualcuno, finalmente, a reso loro, in qualche modo, la dignità del ricordo. Spesso si ha una visione stereotipata della Legione straniera (eroi romantici o criminali). La vicenda di Stocker racconta invece una storia diversa. Ho voluto capire perché in così tanti abbiano firmato l'ingaggio in quell'Italia povera e segnata dal secondo conflitto mondiale. Credo che il libro dia delle risposte o almeno ponga delle domande». Gli altri due protagonisti sono Beniamino Leoni, morto nel 2001, bolzanino originario di Dro in Trentino, che ha disertato e combattuto poi con l’Esercito di liberazione del Vietnam. E Rodolfo Altadonna, morto a 24 anni il 21 aprile 1954 nella battaglia decisiva di Dien Bien Phu.