LA STORIA

Eugenio Fila, “der walsche Lehrer” che saliva ai masi per insegnare 

si è spento a 91 anni. Dopo la guerra è stato uno dei primi maestri di seconda lingua in Alto Adige nelle pluriclassi tedesche in alta montagna  Dieci chilometri al giorno a piedi nella neve o in teleferica: «Non esistevano i libri di testo, s’inventava e i bambini ci adoravano»


Luca Fregona


Bolzano. Sul comodino la copertina rossa di “M”, il libro di Antonio Scurati. Un pezzetto di carta a metà per tenere il segno. Der Lehrer adorava leggere. I libri lo hanno accompagnato sempre, tutta la vita, fino all’ultimo respiro.

Eugenio Fila, der walsche Lehrer, si è spento domenica mattina tra le braccia dei figli Claudio, Martina e Giuliana, nella sua casa di via Napoli. Aveva 91 anni, era stato uno di quei giovani maestri spediti nelle valli nei primi anni ’50 “per insegnare l’italiano ai tedeschi”. Dopo la guerra, la Repubblica aveva reintrodotto l'insegnamento in madre lingua, e l’italiano era stato “declassato” a seconda lingua. Eugenio Fila, nato nel 1931 nelle case dei ferrovieri di via Crispi, figlio di un macchinista veronese, fresco di diploma alle Magistrali, nel 1951 è un maestro di prima nomina, con nessuna esperienza, zero anzianità e zero gradi sulle spalline. «Durante il colloquio - ricordava divertito -, l’ispettore scolastico mi chiese se sapessi sciare. Risposi di sì. E lui serafico: “Fila, abbiamo il posto giusto per te». Maestro di italiano seconda lingua in val Passiria, nelle tre frazioni più sperdute di Moso, vale a dire Plan, Plata e Ovile.

Un pugno di masi, tra i 1200 e i 1600 metri di quota, fino a un metro di neve d’inverno. «Distavano l’una dall’altra dai cinque ai dieci chilometri a piedi. Così, alle 18 ore complessive di lezione alla settimana, dovevo aggiungerne altrettante di cammino. La “scuola” era una stanza nel maso del contadino più ricco. In due frazioni su tre non c’era l’ombra di un albergo. Dovevo dormire a Plata, e ripartire ogni mattina per salire in alto. D’inverno mi spostavo sugli sci. Seguivo le piste battute dai contadini con i cavalli che trainavano le slitte cariche di botti d’acqua».

Le pluriclassi

In ogni frazione c’era un’unica pluriclasse. «Cinque, sei bambini al massimo. Due di terza, una di quarta, uno di quinta... Di italiano ne masticavano poco o niente. Il maestro doveva essere in grado di parlare a tutta la classe, di farla progredire piano piano, anche se erano di età diversa e tra uno di 5 e uno di 12 corre una bella differenza. Si insegnava un italiano elementare, che partiva dalle cose che questi bambini conoscevano, come il latte, il formaggio, le mucche, associando l’immagine al vocabolo». Il maestro di seconda lingua aveva un compito più difficile del maestro di classe italiano. «Intanto - ricordava in una lunga testimonianza rilasciata al programma radiofonico “Post It” di Rai Alto Adige - non potevi parlare “liberamente”, perché i bambini non ti capivano. Usavi frasi corte. Verbi e aggettivi erano sempre quelli. Un “metodo” pratico, intuitivo. Quando, un’estate, sono arrivato in Lambretta, i ragazzi sono usciti a guardarla meravigliati. Ho spiegato loro come funzionava. Un vocabolo era “benzina”, un altro “motore”, un altro ancora “caldo”, il caldo che fa il motore, e così via, una parola dietro l’altra. L’abilità del maestro di seconda lingua era questa. Più si inventava le cose, più la lezione restava impressa. Una didattica rudimentale, se vogliamo, ma vera. E funzionava».

Nei primi anni ’50 questi insegnanti sono dei pionieri. «I libri di testo non esistevano. Mi hanno gettato in acque gelide, e ho dovuto imparare in fretta a stare a galla. Avevo 20 anni, nessuna esperienza, nessuno studio specifico. Per il Ministero dell’istruzione, l’educazione dei bambini sudtirolesi era qualcosa di lontano, non certo in cima alle priorità di un Paese, l’Italia, dove l’analfabetismo era a livelli endemici». Il maestro Fila, insomma, si arrangiava: «Appendevo dei cartoni dove disegnavo oggetti di uso quotidiano che poi indicavo in italiano ai bambini. Altri cartelli li avevo recuperati nelle cantine. Erano stati lasciati delle maestre che avevano insegnato nel periodo fascista nella scuola monolingue. C’era il cartellone con la mela. Quello con la mucca. Cose semplici su cui si imbastiva la lezione. I bambini ripetevano. Poi si passava alla scrittura sulla lavagna. Con i più grandi si poteva osare di più. Soggetto, verbo, predicato. Frasi complete. Imparavano veloci».

Cinque sigarette

La comunità rispetta il maestro. Anche se è un Walsche, e insegna una lingua “nemica”, rappresenta un’autorità diversa da quella “repressiva” dello Stato (carabinieri, finanzieri, alpini).

«Avevano capito che non ero lì per indottrinare nessuno, ma per insegnare. Non ero un retaggio del fascismo. Un Natale, le bambine mi hanno portato in dono i guanti ricamati a mano da loro. Un ragazzino, non lo dimenticherò mai, cinque sigarette Alfa avvolte in una carta stagnola di cioccolata con un nastrino azzurro. Era quello che la sua famiglia si poteva permettere. Mia madre quando vide il pacchettino scoppiò in lacrime. Significava che avevo fatto un buon lavoro. Mi mancarono molto quei bambini, quando, anni dopo, venni trasferito in Intendenza».

Con i genitori degli alunni, i rapporti erano però ridotti al minimo. L’ora di udienza non esisteva. Il giovedì i ragazzini dovevano essere lasciati liberi per dare una mano al maso. «Gli adulti erano sospettosi. In Passiria il fascismo aveva lasciato brutti ricordi. Mi capitava spesso di incontrare i militari italiani spediti lassù a presidiare il confine. Erano meravigliati di trovare un maestro che insegnava l’italiano ai tedeschi, e che per farlo, si sciroppava dieci chilometri a piedi ogni giorno sotto la pioggia e la neve. Mi chiedevano cosa ci facessi, perché loro la vivevano come una specie di punizione. Erano giovani finanzieri di origine meridionale. Pugliesi, siciliani, campani. Non avevano la più pallida idea di dove fosse, e di cosa fosse, l’Alto Adige. Ma avevano capito benissimo di non essere benvenuti. Una volta alla settimana, estate o inverno, dovevano controllare il sentiero dei contrabbandieri che portava al Rifugio Petrarca, accampati tra i ruderi di una vecchia postazione di guardia. I contrabbandieri passavano lo stesso: portavano pietrine per gli accendisigari, tabacchi, le saccarine. Tutti prodotti che in Italia erano dei Monopoli, e che in Austria, invece, costavano poco». Un piccolo traffico da poveri diavoli. Come “poveri diavoli” erano quei giovani inesperti finanzieri del sud. «Avevano paura di salire da soli in montagna, mi chiedevano di accompagnarli, perché, dicevano, nessuno avrebbe mai osato toccarli se stavano con “il maestro”. C’era un tratto di bosco dove non si sentivano al sicuro. Gli tiravano pietre e sassi, ogni tanto un colpo di schioppo. Il maestro rappresentava la sicurezza. E io salivo con loro».

A Moso c’era anche la scuola elementare italiana per i figli dei dipendenti dello Stato (i forestali, il tenente della Finanza, il segretario comunale, il maresciallo dei Carabinieri). «La maestra si chiamava Carla, divenne mia moglie e la madre dei miei quattro figli».

Passano gli anni, Fila si sposta di paese in paese, sempre in Passiria. Da Moso finisce a Valtina, a San Martino, a Valclava.

«Valclava era un posto arrampicato sulla montagna. Una fatica bestiale andar su. Ogni tanto approfittavo della teleferica: una cassetta di legno con i bordi alti venti centimetri. Uno si sdraiava, batteva con un bastone sul cavo portante, la vibrazione arrivava al contadino a monte, che metteva in moto. Poi? Era meglio chiudere gli occhi e non guardare giù».

La medaglia di Hofer

Eugenio è sempre der walsche Lehrer ma, lentamente, si sgretola anche il muro degli adulti. «A San Martino c’era una locanda, dove ogni ottobre facevano il tiro a segno in memoria di Andreas Hofer. Una volta sparo anch’io. Faccio tre centri su cinque colpi. Con tre centri, hai diritto alla medaglia placcata d’oro». Colpo di scena: der walsche Leherer è stato il più bravo. «Attacco la medaglia sul cappello di lana cotta bianco e nero. Il mattino dopo salgo a Valclava, per la lezione delle 10. I ragazzi sono tutti sul prato che mi aspettano. Mi vedono arrivare, e sento gridare: “Schau, der walsche Lehrer hat die Goldmedaille”. La classe era orgogliosissima. Erano ammirati, perché i fratelli e i padri non c’erano riusciti, ma io, il loro maestro, sì. Le mie quotazioni salirono alle stelle. Da quel momento potei permettermi cose, che, prima, non avrei mai potuto fare».

Un buco nel cuore

Dopo l'esperienza tra i masi di alta montagna, Eugenio Fila viene chiamato all’Intendenza scolastica di Bolzano, dove trasmette l’esperienza accumulata sul campo. Resta sempre legato alle valli più selvagge, che continua a frequentare per tutta la vita, anche come appassionato di pesca e dirigente della Fips, e da giudice di pattinaggio su ghiaccio. Portava nel cuore il grande dolore per la scomparsa del figlio Paolo, precipitato con l’elicottero nei boschi di Sarentino, a soli 38 anni, il 22 dicembre 2000. Eugenio, come faceva spesso, era salito poche settimane fa, a portare un fiore e una candela. Come Paolo, se ne è andato all’improvviso in una fredda giornata d’inverno. 

 

















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