Germania: la democrazia regge, ma tra paure e dubbi



In tempi attraversati da venti autoritari, populismi in crescita e conflitti che alimentano incertezza economica e sociale, la notizia che arriva dalla Germania è tutt’altro che scontata: la fiducia nella democrazia resta altissima. E, sorprendentemente, cresce proprio dove la storia recente avrebbe potuto renderla più fragile. È questo il messaggio principale del “Germany-Monitor 2025”, presentato a Berlino dalla commissaria federale per la Germania orientale Elisabeth Kaiser, esponente del SPD che ha commentato: «È un segnale incoraggiante che la democrazia sia sostenuta pienamente dai cittadini, anche nell’Est».

Lo studio, basato su un campione rappresentativo di 4.000 persone sopra i 16 anni intervistate tra la primavera e settembre 2025, realizzato in collaborazione dal Centro Studi Sociali dell’Università Marin Luther di Halle, dall’Università di Jena e dal GESIS-, Istituto Leibniz per le Scienze Sociali, restituisce un quadro netto: il 98% dei tedeschi crede nella democrazia come idea. Ma quando si passa dalla teoria alla pratica, l’entusiasmo si raffredda: solo il 60% ritiene che attualmente il sistema democratico funzioni davvero bene.

E c’è di più. Una parte consistente dell’opinione pubblica mostra lacune nella comprensione delle regole fondamentali: poco più di due terzi degli intervistati collegano correttamente la democrazia al rispetto delle decisioni parlamentari e alla separazione dei poteri. Il consenso, dunque, non è sinonimo di stabilità. Il 21% si dichiara aperto a forme di governo autoritarie e quasi un terzo pensa che il Paese avrebbe bisogno di un unico partito forte capace di incarnare la volontà popolare. Nelle regioni dell’ex DDR la quota sale al 35%. Solo una piccola minoranza — il 4% — arriva però a considerare la dittatura una possibile alternativa.

Uno dei cambiamenti più profondi riguarda la percezione della sicurezza. La guerra scatenata da Russia contro l’Ucraina ha trasformato il dibattito pubblico: oggi si parla apertamente di riarmo, investimenti nella Bundeswehr (Forze Armate) e persino del ritorno alla leva. A pesare è anche il mutato scenario geopolitico. Molti tedeschi temono di non poter più contare sulla protezione militare degli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump:un cambiamento psicologico prima ancora che strategico.Reinhard Pollak, professore di sociologia presso l’Università di Mannheim e direttore del dipartimento Data and Research on Society presso il GESIS, che ha coordinato la ricerca, ha sintetizzato così il quadro: circa un quarto della popolazione tedesca chiede cambiamenti, un altro quarto li guarda con scetticismo, mentre la maggioranza si mantiene ambivalente. Un risultato che ha sorpreso gli studiosi: la società in Germania non appare dominata dalla “stanchezza del cambiamento”. Sul tema dell’immigrazione emerge una posizione complessa, lontana dagli slogan. La maggioranza degli intervistati sostiene politiche attive: il 68% vuole attrarre lavoratori qualificati dall’estero e il 59% chiede maggiori investimenti nell’integrazione. Allo stesso tempo, il 28% ritiene che l’aumento degli arrivi dal 2015 abbia avuto conseguenze negative, una quota in linea con i consensi al partito di estrema destra AfD. Non a caso il governo guidato dal blocco conservatore CDU/CSU ha promesso di ridurre i flussi, segno di quanto il tema resti politicamente centrale.La frattura storica tra Est e Ovest continua a influenzare percezioni e atteggiamenti.

Nell’Ovest, l’ottimismo non dipende dalla ricchezza del territorio. Nell’Est sì: chi vive in aree economicamente più fragili tende a mostrare maggiore sfiducia nelle istituzioni. Anche il giudizio sulla riunificazione del 1990 riflette questa distanza: circa il 55% di chi vive nell’Ovest la valuta positivamente, mentre nell’Est il consenso oscilla dal 72% nelle regioni più dinamiche al 49% in quelle più svantaggiate.

Il Germany-Monitor 2025 racconta quindi una democrazia robusta nel sostegno, ma attraversata da interrogativi profondi. I cittadini credono nel sistema, ma non sempre nella sua efficacia. Accolgono il cambiamento, ma con prudenza. Guardano al futuro, ma con inquietudine. In un’epoca di instabilità globale, la Germania appare dunque meno fragile di quanto si potrebbe temere, ma molto più consapevole delle proprie tensioni interne. Una democrazia che regge, sì, ma che sente il peso del tempo in cui vive.













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