Germania, la Spd e lo spettro del 5%



La politica tedesca ha sempre avuto una certa predilezione per l’ordine, le regole e — soprattutto — i numeri. Ma raramente un numero è stato così carico di significato come quello che oggi perseguita la socialdemocrazia tedesca: 5, più precisamente 5%. La soglia che in Germania nelle elezioni regionali separa la vita parlamentare dall’irrilevanza politica. Scendere sotto quella linea significa sparire dal Landtag, uscire dal gioco, diventare una nota a margine della cronaca. Per la SPD — il partito più antico del Paese, la casa politica di figure storiche come Willy Brandt e Helmut Schmidt — questo numero è improvvisamente diventato un incubo molto concreto. Il segnale d’allarme è arrivato dal Baden-Württemberg, uno dei Länder più prosperi e politicamente stabili della Germania. Qui, nelle elezioni regionali dell’8 marzo, i Verdi hanno conquistato il primo posto con poco più del 30 per cento, tallonati dalla CDU. L’AfD ha consolidato la sua posizione come terza forza. In questo panorama già piuttosto affollato, la socialdemocrazia è rimasta quasi schiacciata: 5,5 % dei voti. Non abbastanza per scomparire, ma abbastanza vicino al baratro da far suonare tutti i possibili allarmi. È un risultato che racconta molto della nuova geografia politica tedesca. Un tempo la SPD era uno dei due grandi pilastri del sistema, capace di competere alla pari con i cristiano-democratici in quasi tutto il Paese. Oggi, invece, fatica a trovare uno spazio riconoscibile tra un centro moderato occupato da CDU e Verdi e una protesta elettorale sempre più rumorosa ai margini. Eppure, come spesso accade nella politica tedesca, proprio l’aritmetica potrebbe offrire alla socialdemocrazia una via di fuga. Il sistema elettorale tedesco, infatti, produce effetti curiosi. I partiti difficilmente superano il 30%, l’affluenza alle urne si aggira attorno al 70 % e una parte della popolazione adulta non ha diritto di voto. Il risultato è semplice: per vincere un’elezione regionale basta convincere una minoranza relativamente piccola degli adulti. Non è il trionfo di massa dei tempi di Brandt. È una competizione molto più modesta, quasi una gara di resistenza. Ed è in questo contesto che la SPD guarda con attenzione alla prossima tappa del Superwahljahr (anno elettorale super): la Renania-Palatinato. Questo Land di quattro milioni di abitanti non è tra i più rumorosi della politica tedesca. Non ha le dimensioni della Renania Settentrionale-Vestfalia né il peso simbolico della Baviera. Ma proprio per questo è spesso un laboratorio interessante degli equilibri politici del Paese. Qui governa la SPD con il ministro-presidente Alexander Schweitzer, un politico che non appartiene alla categoria dei grandi tribuni nazionali che tuonano nei talk show ma che possiede una qualità spesso decisiva nelle elezioni regionali: la riconoscibilità. In Germania, soprattutto a livello locale e regionale, sapere chi è il candidato può contare quasi quanto il programma. Il volto sui manifesti, la biografia raccontata nei volantini, l’immagine di un politico radicato nel territorio. In una politica dove le differenze ideologiche si sono attenuate, la familiarità diventa una forma di capitale elettorale. Schweitzer ha costruito gran parte della sua campagna proprio su questo. Origini locali, vita personale raccontata con sobrietà, un messaggio di stabilità più che di cambiamento. Il suo programma segue la stessa logica: difesa dell’industria, sostegno energetico alle imprese energivore, nessuna rivoluzione nel sistema pensionistico, qualche misura più severa verso chi rifiuta il lavoro. Non è una piattaforma rivoluzionaria. È piuttosto la promessa di non scuotere troppo l’equilibrio esistente. E, nella Germania sud-occidentale relativamente prospera, questa promessa continua a trovare ascolto. Naturalmente, una vittoria della SPD in Renania-Palatinato non cambierebbe il quadro generale. Non cancellerebbe il segnale arrivato dal Baden-Württemberg, dove il partito ha sfiorato la soglia dell’irrilevanza politica. Ma offrirebbe alla SPD almeno un momento di respiro in un anno elettorale che si preannuncia lungo e complesso. Perché il vero banco di prova arriverà più avanti, quando le elezioni regionali toccheranno i Länder dell’est. Lì la competizione politica è più dura, l’elettorato più volatile e gli equilibri tradizionali molto meno solidi. Se la socialdemocrazia tedesca riuscirà ad attraversare indenne questo Superwahljahr, non sarà grazie a una nuova stagione di entusiasmo ideologico. Sarà grazie a qualcosa di molto più prosaico: candidati riconoscibili, programmi prudenti e un sistema elettorale che permette di restare competitivi anche con quote relativamente modeste di consenso. Non è la politica epica dei grandi anni della Repubblica federale. È la politica della sopravvivenza. E in Germania, oggi, può bastare anche questo.













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