Musica

"Get Back", così nasce un capolavoro

I Beatles come non li avete mai visti. La serie tv su Disney Plus è la "Cappella Sisitina" della musica del Nocevento: otto ore di riprese inedite del gennaio del 1969 rimontate dal regista Peter Jackson. La creazione di canzoni immortali, l'amicizia e la crisi. Il genio di Paul McCartney. La frustrazione di Gorge Harrison. La malinconia di Jonh Lennon e Ringo Starr. Il ritratto di quattro persone perbene e uno "scoop": non è Yoko Ono la causa della fine della band. Se siete stufi delle polemiche sul romanseco di Zerocalcare, guardatela subito


Luca Fregona


Ok, tonnellate d’inchiostro e polemiche demenziali su Zerocalcare e la serie Netflix “Strappare lungo i bordi” (bellissima peraltro, lui è un vero talento, non si discute). Ma dall’altra notte - dopo aver sottoscritto apposta l’abbonamento a Disney Plus (8 euro e rotti al mese) - e aver fatto l’alba, sono ancora qui a chiedermi perché in Italia si parli così poco di “Get Back”, il meraviglioso docu-film sui Beatles. Forse perché è in inglese e non in romanesco?

Qualcuno ha detto che è come vedere Beethoven mentre compone la Nona. O Michlangelo mentre dipinge Dio e l’uomo che si sfiorano nella “Creazione di Adamo”. Be’, è esattamente così. Get Back è la Cappella Sistina della musica del Novecento: otto ore (non spaventatevi), divise in tre parti, selezionate da 60 di immagini girate a colori nel gennaio 1969 e rimaste seppellite per 50 anni. Restaurate, rimontate, mixate con registrazioni audio mai sentite prima da Peter Jackson (quello del Signore degli anelli, per intenderci).

Il documentario racconta i Fab Four rinchiusi negli studi di posa di Twickenham, alla periferia di Londra e poi a Savile Row, la sede della Apple (la loro etichetta), per realizzare un nuovo album (Lei It Be e mezzo Abbey Road), e lavorare anche al progetto di uno spettacolo televisivo. Il colore vivido, diretto, pulito, li avvicina incredibilmente a noi. Sembrano immagini girate l’altro ieri. Non sono più i ragazzini con i capelli a caschetto di “She Loves You”, di un mondo lontano ancora in bianco e nero. Sono giovani uomini sulla soglia dei 30, a un passo dalla rottura inevitabile.

Quattro geni a differente gradazione, che sputano canzoni come proiettili, tra frizioni, frustrazioni ma anche affetto, amicizia e una schiettezza onesta. Insomma, quattro brave persone, quattro amici, che tra una prova e l’altra parlano di politica, del film di fantascienza visto la sera prima in tv, di un disco di Bob Dylan o - con grandissima ammirazione - del tastierista di Ray Charles, Billy Preston (che poi comparirà in studio dando un contributo fondamentale al suono della band, vete presente l'organo di Don't Let Me Down?).

Quando si fa sul serio e si suona (ininterrottamente, limando, provando e riprovando), tracima il genio creativo di Paul McCartney. Inarrestabile e implacabile: corregge, incoraggia, suggerisce note, solfeggia, ritocca in continuazione i testi. E, qui, la serie, regala perle incredibili: 7 gennaio 1969, mentre aspettano Lennon in ritardo, “Macca” inizia a martellare il suo basso Höfner . Le dita picchiano sulle corde. Ringo Starr lo segue come il messia, batte ritmicamente le mani. Ha capito. Sta succedendo qualcosa di grande. George Harrison, apparentemente indifferente, sbadiglia e si guarda le unghie. Ma...BAM! Quelle dita sono uno dono di Dio. McCartney accompagna il suono con la voce, farfuglia qualcosa: “ta-ta-ta-ta-TA-TA. Get Back. GET BACK. GET BACK”.

Cristo santo: è GET BACK.

Harrison afferra la chitarra... Ma, allora, è così che nasce un capolavoro. In 91 secondi! Un miracolo in presa diretta, mai vista una cosa simile.



McCartney è il direttore d’orchestra ma quando il gioco diventa duro e tutto quel materiale deve prendere forma, lui e Lennon si mettono uno di fronte all’altro. Macca col basso, John con la chitarra. Ore e ore. Uno davanti all’altro. Per scaldarsi rifanno gli standard di Chuck Berry e Little Richard. Poi ci danno dentro. Si parlano con gli occhi mentre mettono mano a Two of Us” o a “I’ve Got a Feeling”. Talento, creatività, intesa anche nell’amicizia al tramonto: è la premiata ditta Lennon-McCartney, signore e signori.

Suonano e parlano anche tanto, i Beatles: battute, scherzi, l’insofferenza per la politica xenofoba del governo inglese (Macca fa una versione al vetriolo di Get Back). L’indifferenza per il circo avido dei manager. Il fedelissimo roadie Mal Evans che li protegge come un vero angelo custode mandato dal cielo.

Il regista Michael Lindsay-Hogg nasconde i microfoni persino nei vasi dei fiori per strappare loro chissà quali segreti. Vuole portarli a fare le riprese in Libia, in un anfiteatro romano vicino a Tripoli “davanti a 2.000 arabi con le torce”, trasportando su un traghetto centinaia di fan dall’Inghilterra... Loro ascoltano come se quel tizio parlasse dalla luna e gli indicano garbatamente dove infilarsele, le dannate torce.

Brividi. Macca canta “Nothing's gonna change my world”, i versi di Across the Universe. E poi Lennon che sforna Don’t Let Me Down... George Harrison, di giorno in giorno sempre più insofferente alla “dittatura gentile” di Paul, alterna sprazzi di pura creatività a malumore. Una mattina arriva veramente scazzato. Provoca Macca: “Non ti va bene come suono? Allora me ne vado, pigliati Eric Clapton”. Poi fa un giro ossessivo alla chitarra. “Ieri sera mi è venuta fuori questa”. È “I Me Mine”. Paul, un po’ psicologo, un po’ paraculo, lo segue tenendo il tempo, fa il coro. Voilà, nuovo capolavoro. Un altro giorno Harrison estrae dal cilindro “Something”. Un altro ancora All Things Must Pass. E noi siamo lì, davanti allo schermo, affascinati da tanta grazia.

Harrison dopo l’ennesima lite lascerà il gruppo per alcuni giorni. Le lacrime di Lennon (e di McCartney) spezzano il cuore. La serie è pervasa da un malinconia che si appiccica addosso. Non molla mai il freno.

Yoko Ono, onnipresente, li guarda a volte annoiata, a volte scocciata, ma è chiaro che tutte quelle teorie misogine che la dipingono come la causa della fine dei Fab Four sono una montagna di balle. I Beatles sono uomini e musicisti strutturati, molto legati anche se consapevoli che quella roba lì, la magia durata 13 anni, è finita. Ma quando suonano, BANG!, tutto svanisce di colpo. È Lennon a dire: «Quando facciamo sul serio, tutto cambia intorno a noi».

E Ringo? Durante le prove Paul, George e John gli stanno intorno appollaiati su sedie sgangherate. Lui li osserva leggermente dall’alto, dalla batteria montata su una pedana. Osserva e va d’istinto: segue le idee, i gesti, anche gli ordini di Lennon e McCartney. Non è solo un soldato disciplinato e modesto. È un batterista formidabile. A un certo punto, Macca si mette al piano e suona “Lei it be”. Qui, attenzione, scottex a portata di mano. La band ormai è un passo dalla fine. La storia è nota: McCartney soffre la situazione, non sa cosa fare. Molliamo?, andiamo avanti?, ehi siamo ancora i Beatles, o no? Una notte sogna la madre Mary morta di tumore quando era un bambino. Mary gli dice “Lei it be”. Lascia correre, sia quel che sia, tutto si aggiusterà.



Come se non fosse già abbastanza, nella terza parte, ecco le immagini di quel concerto pazzesco, interrotto dalla polizia, sul tetto della sede della Apple Records a Savile Row, in centro di Londra, il 30 gennaio 1969. Quaranta minuti di gioia pura. I pezzi provati e riprovati per tre settimane escono da Dio, come ai vecchi tempi. L’ultima esibizione tutti insieme dal vivo. Per farla breve: dopo aver visto “Get Back” non ascolterete mai più un pezzo dei Beatles come avete fatto fino al giorno prima.

















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