Giuliano Da Empoli e i predatori
In “L’ora dei predatori” (Einaudi) Giuliano Da Empoli racconta i nuovi detentori del potere, politico, ma anche tecnologico, ovvero i “Borgiani”, con un piglio vivido, incalzante e ricco di dettagli, un perfetto esempio di new journalism (anche se la definizione risale agli anni 60). Lo sguardo è soggettivo, è quello del narratore che si mette in gioco, raccontando le cose che ha visto in una delle sue tante vesti (Da Empoli, già enfant prodige a 22 anni con un libro sui giovani, insegna politica comparata a Parigi, ma è da sempre molto addentro alle “segrete stanze”).
Il breve libro è fatto di tante pillole, che catturano e inquietano. Si parte con Montezuma, l’impetratore azteco che all’arrivo di Cortez sulle coste del Messico decide di non decidere, condannandosi alla sconfitta, e si approda a Muhammad bin Salman, erede al trono saudita che agli inizi della sua ascesa convoca i potenti nel paese nel migliore albergo della capitale per torturarli e taglieggiarli (uno morirà), in modo tale da mettere subito in chiaro le cose e procurarsi un cospicuo fondo da reinvestire. In mezzo ci sono tanti potenti, vecchi e nuovi, da Cossiga e Kissinger, potenti del passato, a Trump, ma anche ai democratici Usa, con i loro alleati della Silicon Valley, i sacerdoti dell’IA, così pronti a cambiare casacca, se conviene.
I predatori sono gli eredi del Principe di Machiavelli: in parte volpi e in parte leoni, sempre in viaggio da un capo all’altro del pianeta, sempre circondati da consiglieri e sherpa, traboccanti testosterone, quasi tutti ancora di sesso maschile. Indifferenti alla storia e al sapere umanistico, reattivi, veloci, considerano i sistemi liberal-democratici, governati dalle leggi (e dai legali, le vecchie establishment sono composta quasi sempre da giuristi) tuttalpiù come un peso. Senza conoscere Montesquieu, sanno che “non è consentito sperare che, tra gli uomini, un potere superiore si mantenga entro i limiti di una rigorosa moderazione”.
Se ciò vale per i politici, vale a maggior ragione per gli oligarchi della tecnologia. “Non c’è nulla di democratico né di trasparente nel potere dell’IA. – scrive l’autore – Più che artificiale, l’IA è una forma di Intelligenza Autoritaria, che accentra i dati e li trasforma in potere. Il tutto nella più totale opacità, sotto il controllo di un pugno di imprenditori e di scienziati che cavalcano la tigre sperando di non esserne divorati”.
Detto da uno che ha accesso al Gruppo Bilderberg – il Moloch di ogni buon complottista – c’è da crederci. Qualche anno fa Da Empoli ha raccontato in dettaglio anche Putin. Da quel libro Olivier Assayas ha appena tratto il film “Il mago del Cremlino”.