I MENHIR DELLA SARDEGNA CUSTODI DI ENIGMI MILLENARI
Immagina! Immagina l’ora del tramonto del giorno dell’equinozio di primavera. Ovvero di questi giorni. Il lungo e buio inverno appartiene al passato. Ha ormai già lasciato il passo alle giornate più calde e luminose della buona stagione, della primavera. Del futuro. Immagina di essere in cima ad un colle isolato che domina una valle che si perde verso un orizzonte delimitato da lontani altopiani. Immagina di essere lì, su un prato, tornato magicamente verde. Un prato costellato da mille e mille margheritine che anticipa quanto accadrà, da lì a poche ore, nella volta celeste quando si accenderà di mille e mille stelle. Immagina di essere lì, nel silenzio assoluto e nel vento, assieme a chi era venuto da lontano per darsi appuntamento, in quel luogo e in quel giorno, per stringersi (e forse pregare) attorno a quel monolite protesto verso l’universo, verso il mistero.
Non lo so e non lo sanno neppure gli studiosi che, a decine, hanno cercato interpretare il senso di quella pietra che è lì da 6 mila anni, almeno. Tanto per capirci: non c’erano ancora le piramidi d’Egitto e, probabilmente, non era ancora stato eretto neppure Stonehange, ma il menhir di monte Curru Tundu c’era già. E c’era assieme a gran parte di quegli altri settecento megaliti disseminati un po' in tutta la Sardegna.
La stele megalite di monte Curru Tundu, risale al cosiddetto “neolitico medio” ovvero ai secoli a cavallo del 4 mila a.C.! Lo si trova sulle colline che fanno corona a Villa Sant’Antonio nella Marmilla oristanese tra alberi di sughero e pascoli. Non si tratta di un luogo che attira solamente l’attenzione e la curiosità degli appassionati di archeologia che in Sardegna – tra nuraghi, pozzi sacri, dolmen e domus de janas - trovano un universo affascinante e ancora, in gran parte, non svelato. E’ quello un mondo enigmatico di siti e segni di raro mistero e suggestione.
Curru Tundo, al momento, non è ancora raggiungibile in automobile. Occorre camminare una decina di minuti, in salita, lungo un tratturo di pietra per incontrare quel “testimone” della nostra storia. Si tratta di una breve passeggiata che appaga pienamente il piccolo sforzo per raggiungere quel monumentale che arriva dal neolitico: ossia ben prima cioè della civiltà nuragica! C’è chi sostiene che lì, in quel luogo sacro, si celebrassero cerimonie di ringraziamento per il raccolto (il menhir simbolo fallico conficcato nella madre terra). E chi, invece, ritiene invece che lì ci si recassero invocare e ingraziarsi le divinità. L’uomo primitivo non ha infatti mai potuto (o voluto) prescindere dal credere nel soprannaturale. Lo conferma il fatto che, a poca distanza c’è anche una domus de janas, ovvero una necropoli preistorica.
A 6 mila anni di distanza quel luogo è comunque ancora capace di trasmettere tutta la sua forza. Che sia magnetismo o sola suggestione poco importa. Lì, nel giro di pochi minuti, appena tramontato il sole, il cielo trasfigura in un magico caleidoscopio di colori svanendo dalle calde tonalità del rosa verso quelle color cobalto della notte. Il tutto mentre, prima che spunti la luna, sopra le nostre teste si accendono milioni di stelle.
I segreti dei menhir in Sardegna sono comunque tutti da scoprire. Da quelli allineati di Biru e Concas (tanto simili a quelli più celebri della Bretagna) alla selva di pietre infisse di Puranu Mattedu per finire alla più misteriosa di tutte: Sa Pedra Pinta di Mamoiada. Nota scientificamente come Stele di Boeli è stata ritrovata accidentalmente solo nel 1997 durante i lavori di scavo di una casetta (tant’è che il menhir di trova tutt’oggi in proprietà privata, impagabile arredo del giardino della villetta). Su quella pietra è inciso un mistero: ben sette centri concentrici, sette spirali analoghe a quelle che si ritrovano su menhir gemelli in Gran Bretagna, in Scandinavia e in Brasile. Un’ ancestrale mappa per raggiungere l’infinito? Immagina!