Il racconto

Il bambino trascinato sottoterra: «Io, prigioniero in un labirinto d’acqua» 

Franco Beccaro il 26 novembre 1966 aveva 10 anni quando vicino al Duomo cadde in una roggia che s’infilava sottoterra fino all’Isarco. La lotta per sopravvivere al freddo e al buio in un cunicolo largo un metro. Un angelo custode all’uscita. «Quel giorno sono nato una seconda volta»


Luca Fregona


BOLZANO. «Il 26 novembre 1966 sono venuto al mondo la seconda volta. Avevo 10 anni». L’avvocato Franco Beccaro fissa un punto nel vuoto come a fermare un’immagine. È seduto alla scrivania del suo studio di via Mendola. «È un ricordo indelebile. Sento ancora addosso l’odore della paura, e il buio, e il freddo. Il gelo dell’acqua che mi trascinava non so dove. Ero poco più di un bambino ma capii subito che la mia vita sarebbe potuta finire lì, in quella roggia stretta e senza luce».

Era un sabato il 26 novembre del 1966. Primo pomeriggio. «Tra le 14 e le 15, direi. Ero con mio fratello Roberto e i suoi amici. Erano più grandi di me di tre anni. Mi accodavo sempre, così i miei non facevano storie e mi lasciavano uscire». Quel giorno decidono di andare a vedere una partita nel campetto da calcio dell’oratorio della Casa Pio XII. «Una spianata di buche e fango in via Alto Adige, proprio dietro il Duomo, dove i ragazzi del quartiere si sfidavano a pallone».

Vogliono sedersi su un muretto per godersi lo spettacolo. «Per arrivarci si doveva superare una roggia, un torrente che correva in superficie per venti metri prima di inabissarsi nel ventre della città. C’era una passerella. Pioveva...». L’asse messa di traverso è bagnata e sdrucciolevole. «Mio fratello passa. I suoi amici passano. Quando tocca a me, bam, metto il piede male, cado di spalle. Mi trovo steso in acqua. Neanche il tempo di rendermi conto, ero già sottoterra». L’acqua lo trascina via in un baleno. Scompare in cunicolo buio e stretto.

Lui non lo sa, ma è una condotta di cemento che scorre per quasi un chilometro nelle viscere di Bolzano prima di sfociare nell’Isarco. Un budello largo un metro e alto al massimo 130 centimetri. «In piedi non ci stavo. Tra l’acqua e il soffitto c’era solo una spanna d’aria. Per un istante, ho visto ancora la luce in fondo, lì dal buco che mi aveva inghiottito. Poi il buio. E il freddo. Ho anche provato a tornare indietro ma era impossibile: la pressione della corrente era violentissima. Dovevo stare a dorso. Sapevo già nuotare, ho cercato con tutte le forze di rimanere a galla». Hai 10 anni e sei solo in un labirinto nero. Lo scroscio assordante. «La forza dell’acqua mi sbatteva sui bordi e sull’arcata. Prendevo botte su tutto il corpo».

Improvvisamente una lama di luce. Un tombino. «Mi aggrappai con le dita alla grata. Speravo che qualcuno arrivasse a tirarmi fuori. Niente. Dopo qualche minuto ho mollato la presa. Non avevo più forza». L’acqua lo porta ancora più giù. «Ma pensavo ancora di farcela». Fuori intanto è il panico. Il fratello Roberto e gli amici hanno chiamato i soccorsi. Si ha un’idea vaga di dove possa sbucare la roggia. Da qualche parte nell’Isarco in piena. Ma dove? Neanche i vigili del fuoco lo sanno bene.

I pompieri cercando di individuare i tombini. Quando arrivano al primo Franco è già passato, di lui non c’è traccia. Il padre scende di corsa dal loro appartamento di via Garibaldi. L’adrenalina è più forte dell’ansia. Organizza le ricerche sulle sponde dell’Isarco. Passano i secondi e i minuti. Franco è là sotto da più di mezzora. I pompieri calcolano il tragitto: la roggia porta l’acqua del Rio Fago al cotonificio di Sant’Antonio, poi giù verso via Alto Adige fino all’Isarco. Sempre inabissata tranne quel maledetto tratto vicino al Duomo. Sarà vivo? Sarà morto? Gino caccia via i pensieri cupi. Se c’è ancora una speranza non bisogna mollare. “Non è finita fino a quando... non è finita”, dice alla piccola folla che cerca di dare una mano. Franco, dentro, lotta.«Il cunicolo si stringeva e allargava in continuazione, di conseguenza l’acqua si alzava o si abbassava. Arrivava a riempirlo quasi del tutto, non riuscivo a respirare. Per cercare l’aria, dovevo attaccare le labbra sulla volta facendo leva con le mani per conquistare due dita di spazio tra l'acqua e il soffitto. Non pensavo, agivo. Se avesse prevalso il panico, sarei affogato nel giro di pochi secondi».

Un’altra lama di luce. Un secondo tombino più o meno dove oggi c’è il Teatro comunale. «Ho un ricordo preciso di quel momento: io che cerco di togliermi il cappotto ma non ci riesco. Era zuppo, pesantissimo, mi tirava giù. Ero esausto». A questo punto del racconto l’avvocato Beccaro fa una pausa. Prende fiato come se dovesse ancora caricare ossigeno. «Al secondo tombino - prosegue - ho visto la morte. Proprio la “signora morte”, intendo. Lo scheletro con il mantello e la falce. L’avevo davanti a me. “Allora è tutto qui? - ho chiesto - Sto per morire? È già finita ancor prima di cominciare?”. Avevo la percezione distinta di non avere nessuna possibilità. Un pensiero da adulto. Da bambini si crede di essere immortali, non si capisce il senso di parole come “vita” e “morte”. In quel momento fu tutto tragicamente chiaro. L’immagine dello scheletro con la falce è ancora qui vivida davanti a me. Ed è anche l’ultima. Altri ricordi non ne ho. Svenni. Quello che è successo da lì in poi me lo hanno raccontato i miei genitori dopo in ospedale...».

I pompieri, intanto, hanno aperto anche il secondo tombino senza trovare niente. L’unica speranza è che il ragazzo, o il corpo del ragazzo, venga sputato dal torrente da qualche parte nell’Isarco. Tutto il greto da Ponte Loreto alla Questura è presidiato. Uno degli amici del fratello, Tiziano Sigismondi, figlio del biciclettaio di via Marconi, conosce le rive palmo a palmo. Indica un punto preciso. «Là, vicino agli orti. Lì sbuca la roggia». (Più o meno dove oggi c’è il Palais Marconi, ndr).

È passata un’ora e un quarto da quando Franco è sparito. Nell’orto, Dio vuole che ci sia Defende Zanellati, un piastrellista di 55 anni, un pezzo d’uomo alto un metro e 90, forte come un toro, con due mani tipo benna. Sta dando da mangiare ai conigli. Un nome raro, Defende. Il nome di un santo. Significa “colui che protegge”. Defende Zanellati si piazza all’uscita del cunicolo, i piedi saldi, ancorati al terreno. Sta facendo buio. Se arriva, il ragazzo va afferrato prima del salto nel fiume. Se cade nell’Isarco, addio. È in piena. Se lo mangia in un boccone. Defende sta lì, ascolta l’acqua, in attesa di una voce, di un segnale. Niente. Solo l’Isarco che ruggisce, e la roggia che continua a vomitare acqua, acqua, acqua. Sotto attendono anche i gommoni dei pompieri con papà Gino. È un istante. Come un proiettile, il labirinto “spara” fuori Franco. Defende lo afferra per il cappotto, lo abbraccia, lo strappa alla foga della corrente. Ha la sensazione che il ragazzo si aggrappi al suo braccio. Ma è solo un’impressione, perché Franco è privo di coscienza. Non si muove. Sembra morto. È fradicio e freddo. Defende lo adagia in terra. Gli cava il paltò. Lo scalda, gli massaggia il petto. Arrivano i pompieri, il capo della Mobile Sessano. La gente getta coperte dalle finestre.

Franco viene caricato subito su un auto e trasportato al vecchio ospedale di via Sernesi. Con lui ci sono il padre e il suo angelo custode, Defende, che continua a praticare il massaggio cardiaco. In astanteria viene affidato al meglio del meglio dei medici di quel periodo, i professori Faccioli, Toffol e Contini. Arriva don Guido Pojer, suo professore al Rainerum, per impartirgli l’estrema unzione. Passa un’altra ora di un pomeriggio che sembra non finire mai, e quando persino il capo della Mobile lo dà per spacciato, Franco invece apre gli occhi. “Mamma, papà”. Poi chiede qualcosa da mangiare. «Avevo una fame da lupo».

La diagnosi è buona: è in uno stato di grave assideramento, ha preso un sacco di botte ma non sono stati danneggiati organi vitali. Il cappotto gli ha salvato la vita attenuando le conseguenze dell’ipotermia. Così come la voglia di sopravvivere dall’annegamento. E Defende dalle fauci della Balena Isarco. Resta in ospedale solo 4 giorni. «I medici erano esterrefatti. La cosa incredibile è che non avevo trangugiato acqua. Avevo i polmoni liberi».

Col senno di oggi, appare incomprensibile come quella roggia per molti anni non venne mai coperta. Altri due bambini ci finirono dentro e morirono. «Il corpo di uno dei due venne recuperato alla diga di Ala. Scoprii di essere stato molto fortunato anche perché poco prima dell’uscita, il cunicolo si divideva in due. Se invece che a sinistra, la corrente mi avesse portato a destra, sarei finito in una specie di vicolo cieco bloccato da una grata». Secco in bocca al Minotauro. «E nessuno mi avrebbe più trovato. La percezione della sicurezza era quella che era, fino a quando non ti toccava da vicino. Lo scorso giugno sono stati i 40 anni di Vermicino. Provai molta pena per Alfredino Rampi. Io ero lui e lui era me. Sapevo benissimo cosa stava provando... La sua morte mi sconvolse».

Quello del ’66 fu un Natale speciale per il piccolo Franco. «Il regalo più grande era essere ancora vivo. Vennero tutti a trovarmi. Anche don Pojer che per sdrammatizzare scherzava sull’olio santo. Ma il ricordo più dolce è quello di Defende, l’uomo che mi aveva salvato. Una persona modesta che non amava stare sotto i riflettori. Quando lo incontrai ero molto emozionato. Mi disse che avevo avuto tanti santi in cielo e che il signore mi aveva dato una seconda possibilità. Lo abbracciai con tutta la forza e l’amore di un bambino. E non passa giorno che non lo ringrazi».

















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