LA MUCCA CHE PIANGE DEL SAHARA “TESTIMONE” DEL CLIMA CHE CAMBIA 

Qual è l’animale che, d’istinto, evoca il deserto e le sue dune aride? Il cammello? Vero e falso nello stesso tempo. Secondo la classificazione universale di Linneo il cammello africano è un...



Qual è l’animale che, d’istinto, evoca il deserto e le sue dune aride? Il cammello? Vero e falso nello stesso tempo. Secondo la classificazione universale di Linneo il cammello africano è un dromedario, ma non è “africano”. La “nave del deserto” (che nel nostro immaginario abbiamo sempre immaginato percorrere quello smisurato oceano di sabbia che va dal Marocco al Mar Rosso) è però arrivata nel Sahara solamente Settecento al seguito dei conquistatori islamici arrivati dall’Arabia. Prima di allora, infatti, di cammelli e di dromedari nel deserto nordafricano non c’era alcuna traccia: non ci vivevano. Una conferma inconfutabile arriva anche dagli antichi egizi. Avete mai visto un cammello raffigurato in un geroglifico dei faraoni? No, mai. Incredibile, ma ai tempi di Tutankamon e Ramses, in Egitto e in tutto il deserto, c’erano solo cavalli, asini e capre. E non cammelli! Una ventina di chilometri a sud dell’oasi di Djanet nell’estremo sud dell’Algeria ai confini della Libia, in una piana sabbiosa di Tegharghart si erge, isolato, uno imponente spuntone roccioso. All’orizzonte le montagne dei Tassili e le due dell’erg d’Admer. Mi ci aveva portato per la prima volta, una quarantina di anni fa al termine della lunga traversata da Tamanrasset, una guida tuareg. Un erede di qugli uomini blu che da secoli sono i padroni assoluti di quelle lande severe dove l’unico confine è l’infinito. “Ti faccio vedere un segreto” mi disse circospetto, quasi non volesse intimorito nel voler svelare qualcosa di cui si sentiva geloso custode. Ai piedi del roccione mi indicò alcune scanalature incise su quel monolite d’arenaria. Dal groviglio di segni, quasi per magia, emergeva il profilo di alcune teste di grandi bovidi: il volto di cinque mucche. Con tanto di corna, di narici dilatate, di occhi fissi. Il loro sguardo, benché tracciato nella dura pietra, è però morbido: vivo. Bestie mansuete, umanizzate, che pare vogliano …parlare, trasmettere un messaggio. Alcune di loro, ai loro occhi, hanno perfino una lacrima. “Eccola. E’ la vache qui pleure, la mucca che piange!” ci sussurra con tristezza Ibrahim. “E’ la testimonianza di quando il deserto era verde e le mandrie venivano ad abbeverarsi ai grandi laghi che c’erano qui, dove oggi c’è solo la sabbia. E’ la mucca che piange disperata per la scomparsa di quelle pozze d’acqua. Qui una volta c’era l’erba, c’erano le grandi prateria. Poi tutto si è inaridito. E’ arrivata la sabbia, il deserto. E le mucche e tutti gli altri animali della savana sono scomparsi. Per sempre”. Quella di Ibrahim sembrava una di quelle tante leggende, di quelle tante favole che i tuareg raccontano e tramandano di padre in figlio. Oggi la ricerca e la scienza hanno invece accertato che quelle incisioni sulla roccia di Djanet risale a oltre 8 mila anni fa, al 6 mila a.C. Datano alla fine del periodo delle “grandi piogge”, quando tutto il Sahara era un gioiello della biodiversità: una enorme prateria popolata da elefanti, ippopotami, giraffe, leoni, mandrie di bovidi accudite e seguite da popolazioni nomadi che abitavano quelle terre fertili ed accoglienti. Le stesse che hanno inciso e dipinto sui monti dei Tassili n’Ajjer (ma un po' ovunque su tutte le montagne sahariane), quegli straordinari capolavori d’arte rupestre oggi protetti dall’Unesco quale inestimabile patrimonio dell’Umanità.

Il graffito della “Mucca che piange”, se da una parte testimonia drammaticamente le tragiche conseguenze dei cambiamenti climatici, dall’altra ci conferma l’ineluttabilità dei grandi mutamenti climatici che hanno plasmato e sconvolto, da sempre, il volto del nostro pianeta. Quella struggente incisione è lì ha migliaia da migliaia di anni anche se, ufficialmente, è stata “scoperta” solo nel corso degli anni ‘50 dal grande esploratore francese Henry Lothe. Oggi la “mucca che piange” è un testimone millenario della nostra storia.

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Mercoledì 19 febbraio, Pietro Marangono presenta il suo libro “Destinazione meraviglia” al Centro Trevi

di Bolzano alle ore 17.













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