La narrazione è in crisi? Forse no
Byung-Chul Han, nato a Seul nel 1959, è un filosofo molto popolare, complice forse anche lo stile accessibile, aforistico
Byung-Chul Han, nato a Seul nel 1959, è un filosofo molto popolare, complice forse anche lo stile accessibile, aforistico. Il suo “La crisi della narrazione” (Einaudi, 2024-25, trad. Armando Canzonieri) affronta un tema delicato per chi ama i libri, soprattutto i romanzi: l’eclissi della narrazione nell’era moderna. Cos’abbiamo oggi al posto delle storie, secondo Han? Il bombardamento delle notizie, ovvero la schiavitù dell’eterno presente; lo storytelling, inteso qui come sinonimo di marketing, di pubblicità; e i social network come Facebook e Instagram, che proporrebbero una narrazione degradata, autoreferenziale, incapace di riempire la vita di senso.
Io nutro un po’ di diffidenza nei confronti di chi vede nella modernità solo degrado. Dimenticando che il pensiero moderno ha portato all’emancipazione dell’uomo dalla superstizione, alla diffusione del senso critico, alla codificazione (ancorché mai scontata) dei diritti umani, al progresso scientifico. Inoltre, come giornalista, ritengo che un cervello informato sia un cervello ben temprato.
Tuttavia, è innegabile che il filosofo coreano dica anche cose in cui è facile riconoscersi.
Per Byung-Chul Han l’unica narrazione degna di nota è, mi pare, quella di carattere collettivo, che si stratifica nel tempo, crea comunità, tiene teso il filo rosso della tradizione e riempie di significato le cose. Questa visione – sulle orme di Benjamin - rischia di tagliare fuori tutto ciò che appartiene alla sfera dell’arte moderna e contemporanea, che è essenzialmente individualista, critica, “borghese”. Fra cui in primis l’arte del romanzo, che fin dalle sue origini è più orientato ad esplorare la dimensione della crisi che a offrire rassicurazioni o consolidare costrutti identitari. Han, in qualche passaggio, sembra in realtà disposto a salvare alcune forme narrative della modernità. Nei confronti di quella che definisce narrazione “tardo-moderna”, invece, la condanna è senz’appello: le sue caratteristiche sono a suo giudizio l’assenza di tensione emotiva e profondità, il procedere per mero accumulo (anche di like), il ruolo ancillare rispetto al mercato.
A tutto ciò Han contrappone la pienezza di senso delle narrazioni del passato. Un esempio è quello del calendario cristiano, non una semplice successione di date, ma un susseguirsi di storie (quelle dei santi), di eventi (le celebrazioni) e così via. Ed è qui che il suo pensiero sfocia nel conservatorismo. Certo, possiamo continuare a raccontarci quanto era bello il mondo senza internet, serie tv, centri commerciali e agenzie di stampa. Ma come dimenticare che quel mondo mandava al rogo le streghe e considerava il potere del re di emanazione divina? E attenzione: anche queste erano narrazioni.