LA STORIA

La vita perduta di Francesco Accettella, ucciso a 23 anni per una scelta 

Una lettera dei compagni del Liceo Carducci pubblicata dall’Alto Adige nel 1945, riporta alla luce dopo 75 anni la vicenda di uno studente bolzanino che non si è voluto arrendere ai tedeschi

di Luca Fregona

Bolzano. Di lui resta una lapide nel cimitero militare di livorno. nome, data di nascita, data di morte. Francesco Accettella: 1920-1943. ci sono persone che muoiono troppo presto. finiscono nel faldone delle vite perdute di cui pochi (o nessuno) conservano memoria. l’archivio delle vite perdute ogni tanto batte un colpo. lancia un segnale, ma deve esserci qualcuno pronto ad afferrarlo.

Una polverosa raccolta del nostro giornale sfogliata per caso. anno 1945. primo agosto, pagina 3, sezione “vita cittadina”. l’occhio va su una colonnina in corsivo. lettera al direttore.

Comincia così: "Francesco Accettella, noi che lo conoscemmo e gli fummo compagni, nel ginnasio e nel liceo Carducci in Bolzano, siamo rimasti sbigottiti, quasi increduli alla notizia della sua morte...".


Elenco telefonico su google. accettella. proviamo.
 

Giugno 2020, Maria Luisa.

Bar Gambrinus, via Duca d’Aosta angolo Cesare Battisti. L’appuntamento è alle 11. Maria Luisa Accettella è già lì, tra le mani una copia dell’Alto Adige. Primo agosto 1945. Conservata come una reliquia da 75 anni. Va a pagina 3. Legge a voce alta:«...profondamente buono, di una bontà quasi francescana, generoso, di intelletto pronto e acuto che la sua innata modestia non metteva sufficientemente in valore...».

«Questa lettera - spiega - l’hanno scritta i suoi amici più cari, Bampi e Celada».

Maria Luisa tira fuori dalla borsa di tela la medaglia d’argento al valore militare col nastrino azzurro. Poi la pergamena del Ministero della Guerra e tre foto in bianco e nero recuperate la sera prima da una scatola sopra l’armadio.

«In questa, c’è mia madre davanti al Corpo d’armata dopo la guerra. Le appuntano al petto la medaglia di Francesco».

«Qui, Francesco da piccolo con Vittorio, l’altro nostro fratello»

«Qui invece è in Corsica, qualche settimana prima di essere ammazzato. Ha un’aria serena. Nessuno credeva che la guerra sarebbe arrivata davvero anche lì...».

Francesco ormai vive solo nel ricordo della sorella Maria Luisa, l’unica che sa chi e come fosse. Sarebbe potuto diventare un bravo ingegnere. Avrebbe potuto costruire strade, ponti, palazzi e canali. Avere una famiglia, dei figli e dei nipoti. Passare le estati a Cattolica e i fine settimana in Val Gardena. Amare, gioire e soffrire. Invecchiare.

«Invece, tutto si è spezzato a soli 23 anni».



Maria Luisa è una bella signora col piglio di una ragazzina. Ha 92 anni. Quell’estate del 1943, ne aveva appena 15, otto meno di lui. Una famiglia tipica della buona borghesia bolzanina, arrivata alla fine degli anni Venti sull’onda del “fascismo d’oro” delle fabbriche e dell’italianizzazione. «Io avevo solo 10 mesi, non mi sono più mossa».

Il padre Giuseppe, un ingegnere originario di Napoli, è direttore della Società Trentina Elettricità. La mamma Teresa viene da una ricca famiglia pugliese, è nipote di un principe del foro di Lecce. Abitano in un bellissimo palazzo in via Dante, con il parco, la governante, la cuoca e l’autista personale. Quell'edificio accanto a Ponte Druso, che esiste ancora oggi.

«Francesco era un ragazzo bellissimo. Non molto alto, ma fatto bene. Muscoloso, le spalle larghe, i capelli neri neri e gli occhi nocciola. Era di carattere dolce e delizioso, sempre allegro. Tutti gli volevano un gran bene. Mi coccolava e viziava. E io, come tutte le sorelle più piccole, ero innamorata di lui». Maria Luisa socchiude gli occhi per fissare bene il volto del fratello. «Ho un ricordo bellissimo di prima della guerra - prosegue.- L’estate andavamo al mare a Cattolica, l’inverno a sciare e slittare. Francesco era molto sportivo. Al Lido di viale Trieste, lui nato sul mare, dava spettacolo con i suoi tuffi, era un campione di nuoto». È la quiete prima della tempesta. I genitori sono preoccupati. Alla fine degli anni Trenta tira una brutta aria. Il patto d’acciaio, le leggi razziali, la Germania nazista che incombe sull’Italia. «Io ero piccola ma capivo tutto. Nessuno si faceva illusioni: quando Francesco si è diplomato al Carducci nel 1939, si è accesa subito una discussione vivace tra papà e mamma su come salvarlo dalla guerra che tutti ormai davano per certa». Francesco freme, è uno studente brillante, si iscrive a Ingegneria a Bologna. Ma è anche un ragazzo del suo tempo. Una generazione non abituata a farsi domande, costretta ad andare dove decide il duce. Il padre insiste perché faccia la Scuola Ufficiali. «Prima o poi - dice alla moglie - gli toccherà partire. Da tenente rischierà meno di un soldato di fanteria. Starà meglio, vedrai Teresa. Avrà una possibilità in più».

Maria Luisa riprende il racconto: «Mia madre era contraria, terrorizzata dall’idea che venisse ucciso. Aveva una presentimento. Voleva che rinviasse la leva per motivi di studio. “Magari - diceva - intanto la tempesta passa...”».

Francesco è contrario: «Gli altri partono e io mi nascondo? Non se ne parla neanche».

La decisione è presa. Come ogni cosa che fa, è anche il primo del suo corso alla Scuola Allievi di Bra. Ha solo 19 anni. Fa in tempo a dare qualche esame a Bologna, poi, nel 1940, viene spedito in Albania per la campagna di Grecia, tenente di Artiglieria.

Nel 1941 è in prima linea al passo di Klisura, un obiettivo strategico importantissimo che spiana la strada verso la Grecia, conquistato e perso a ripetizione dagli italiani. I combattimenti sono violentissimi, i morti centinaia.

La notte del 10 aprile, una scheggia di granata lo colpisce dritto in faccia. Gli spacca la mandibola a metà. Sopravvive ma la lesione è gravissima. Una ferita molto dolorosa e lunga da curare. Viene rimpatriato: dopo una serie di ricoveri in giro per l’Italia, nella primavera del 1942 torna a Bolzano per terminare la convalescenza all’ospedale e poi a casa. «Era bellissimo vederlo di nuovo gironzolare, anche se aveva il volto tutto fasciato. Ma avevamo quella malinconia di chi sa che tutto è precario, una tregua che finirà presto».

Mamma Teresa mette in moto tutte le conoscenze “altolocate” per evitare al suo ragazzo la prima linea. «È già quasi morto una volta. Non voglio rischi ancora. È un miracolo che sia ancora vivo». È arrabbiata. Non perdona al marito di aver convinto il figlio a non rinviare la naia. Teresa ha un caro amico d’infanzia generale di stanza in Corsica. Lui la tranquillizza. «Lo faccio venire qui da me, non ti preoccupare. Lo tratterò come un figlio, te lo riporterò a casa tutto intero».

All’inizio del 1943, Francesco è a Bastia con il 76esimo Gruppo Artiglieria. Sull’isola ci sono 80 mila soldati italiani e poche migliaia di tedeschi, compresa una brigata corazzata delle SS.

Francesco comanda una batteria costiera dislocata nella piana di Biguglia, a difesa dell’aeroporto militare. La situazione è seria ma non tragica. Attacchi di caccia alleati e sortite dei partigiani corsi. Normale amministrazione nella follia della guerra. Fino all’8 settembre 1943.

La scelta.

Badoglio firma l’armistizio con gli Alleati. Dà l’ordine di “rispondere ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. Ovvero: dai tedeschi.

L’isola è piccola, gli scontri iniziano subito. I tedeschi cercano di impossessarsi dei porti e delle piste d’atterraggio. Gli italiani reagiscono, tengono le posizioni. La Divisione Friuli ha già scelto da che parte stare. Solo pochi reparti decidono di imbarcarsi sulle navi in rada pronte a salpare per Livorno. Il 12 settembre all’unità di Francesco viene ordinato di abbandonare l’isola. Arrivati al porto, non tutti sono dell’idea di lasciare cannoni e munizioni in mano al nemico. Alcuni ufficiali dicono che si deve far saltare tutto e battersi accanto alla “Friuli”. Francesco è d’accordo, ha sviluppato un’avversione al fascismo a i nazisti. Fa una di quelle cose di getto. Uno di quei gesti che vanno contro l’istinto di sopravvivenza. Quella cosa che potremmo chiamare altruismo, che qualcuno definisce eroismo, e qualcun altro incoscienza. Torna indietro. Ai suoi non lo impone. «Chi vuole mi segua, chi non vuole, salga sulla nave». Mezz’ora dopo è in postazione all’aeroporto. Le SS attaccano con blindati e carro armati. Francesco organizza la difesa, dà l’ordine di far saltare i depositi. Sostituisce i serventi sfiniti al cannone per armare e sparare. Quando si rende conto che sono circondanti, decide di rendere inutilizzabili bocche di fuoco, obici e mortai. La battaglia infuria per due giorni. Gli italiani sono arroccati, i tedeschi provano continuamente a sfondare la linea. Il 13 settembre, Francesco Accettella, 23 anni, viene colpito da una mitragliata all’addome. Muore tra le braccia dei compagni.

Il presagio.

La famiglia Accettella è sfollata a Cavalese. Quella stessa notte, uno specchio del salotto si rompe da “solo” a metà. Si frantuma sul pavimento con un rumore che sembra un urlo. La madre si sveglia madida di sudore. È un segno cattivo: «È successo qualcosa di brutto a Francesco. Me lo sento». Un pensiero insopportabile. Ricorda Maria Luisa:«L’Italia era divisa a metà. Le comunicazioni inesistenti. Non avevamo notizie. Ma dentro, lei lo sapeva. Sapeva che suo figlio non c’era più». La battaglia in Corsica prosegue tre settimane. I tedeschi travasano truppe dalla Sardegna, gli italiani combattono a fianco dei partigiani corsi e delle truppe francesi fedeli a De Gaulle. Non mollano. Il 4 ottobre 1943, la Corsica è liberata. È una delle prime vittorie della Resistenza. Francesco viene seppellito nel “cimitero degli italiani”.

Cravatta nera.

Passano mesi. Molti mesi. Francesco non torna. Nella tarda primavera del 1945, un compagno d’armi si presenta a Bologna a casa di Vittorio, che nella “dotta” studia medicina. «Eravamo insieme in Corsica - dice-, mi ha detto lui di venire da te. È morto sotto i miei occhi». Racconta tutto. Vittorio indossa un completo, si annoda la cravatta nera del lutto, prende il primo treno. Arriva a Cavalese che è sera. «Ci ha salutati come niente fosse - ricorda Maria Luisa- , poi mi ha preso da parte. “È morto. Dobbiamo dirlo a mamma. Dobbiamo dirlo insieme”. Avevo 16 anni, ero in grado di prendermi quella responsabilità». Teresa si accascia a terra. Maledice ancora il padre. Maledice lo specchio rotto. «La nostra vita è cambiata per sempre».

Finisce la guerra. Il padre ha perso il lavoro alla Sta. Si arrangia come insegnante. Niente più villa col parco e autista. In casa il clima è pesantissimo tra rimorsi e sensi di colpa. Un giorno del 1948, il padre esce di casa per andare a scuola. Lo trovano accasciato su una panchina. «Ci hanno chiamato dall’ospedale. Nessuno sapeva dove fosse, poi qualcuno ci ha indicato l’obitorio. Era morto di crepacuore. Aveva 64 anni. Mia madre non lavorava. Avevamo soldi solo per un mese. Ha dovuto svendere i gioielli, poi i piatti e le stoviglie». Maria Luisa lascia il liceo all’ultimo anno. Va a lavorare alle Acciaierie, al controllo metallurgico. Poi alla Cassa di Risparmio dove resta fino alla pensione.

«Mi sono sposata, ho messo su famiglia, ho fatto la mia vita. Ma ancora oggi penso a cosa direbbe Francesco in ogni situazione».

Dal 1964 Francesco Accettella riposa nel cimitero militare di Livorno insieme ai caduti della battaglia di Corsica.