Mi ritorni in mente

Luglio 1979: Jägermeister Italia vola in Germania

Günther Mast, alias Mister Jägermeister, ultimo erede della dinastia di uno dei più celebri amari del mondo, invita tutta – dicasi tutta – la filiale italiana nella sua dimora castello a Wolfenbüttel, in Bassa Sassonia



Due voli charter da Venezia e Roma. Trecento persone tra addetti alle vendite, segretarie, maestranze varie, dirigenti e pubblicitari, capitanati da Karl Schmid. Luglio 1979: Günther Mast, alias Mister Jägermeister, ultimo erede della dinastia di uno dei più celebri amari del mondo, invita tutta – dicasi tutta – la filiale italiana nella sua dimora castello a Wolfenbüttel, in Bassa Sassonia. Qui, esattamente un secolo prima, anno del Signore 1879, il capostipite Wilhelm Mast aveva inventato la ricetta - tuttora segreta (un infuso di 56 erbe, radici, spezie provenienti da tutto il mondo)- dell’amaro dedicato a Sant’Uberto.

L’occasione sono i dieci anni di “Jägermeister Italia”, fondata dal dinamico, visionario (e allora giovanissimo) imprenditore meranese Karl Schmid. Schmid, un talento nato per la comunicazione (lo slogan “Bevo Jägermeister perché...” entrerà nella storia della pubblicità), è riuscito in brevissimo tempo a portare al successo un marchio semi-sconosciuto in un Paese, l’Italia, che conta sul mercato milleduecento liquori di mille aziende diverse. Nel 1969 Schmid aveva aperto a Postal il primo stabilimento su licenza dei Mast, seguito da un secondo impianto di produzione a Salorno e da un deposito centrale a Rivoli Veronese. Centoventi dipendenti, centocinquanta rappresentanti in tutto lo Stivale con il coltello tra i denti, “devoti divulgatori dell’amaro del cervo”. Alla festa di Wolfenbüttel, herr Mast incorona i venditori migliori. 

«A Giulio Traficante di L’Aquila, vincitore assoluto è andata in premio una lussuosa BMW», scrive Francesco “Checco” Palchetti, spedito in Germania dal nostro giornale. «La Jägermeister italiana – sottolinea Palchetti – ha raggiunto altissimi livelli di produzione, conseguendo presto l’equilibrio gestionale nonostante gli onerosi impegni finanziari. Karl Schmid ha puntato sulla professionalità e sullo spirito di squadra, rivelandosi uno dei più capaci discepoli della cultura dell’imprenditorialità».

Schmid ha capito che stare fermi, accontentarsi, è mortale per gli affari. La società sta cambiando alla velocità della luce. Bisogna anticipare il gusto, le tendenze. Annusare nell’aria cosa si muove. Svecchiare l’immagine del digestivo bevuto al bancone o a fine pasto, traghettare il consumo dal bar alle feste con gli amici, puntare ai giovani, al tempo libero, ai cocktail. Schmid lo fa con un’intuizione geniale e ironica: la campagna “Bevo Jägermeister perché...” punta su volti presi dalla strada, racconta l’Italia così com’è: sfaccettata, multi generazionale, gioiosa, colorata, anche se le foto sui giornali sono in bianco e nero. I consumatori si riconoscono.

E così anche gli italiani nati sotto Salorno imparano a pronunciare una parola fino al giorno prima impronunciabile: Jeghermaister. LF













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