Bolzano

Piero, a 90 anni chiude la lavanderia dove lavorava da quando ne aveva 25 

La storia. L’avviso affisso sulla vetrina della “Tintoria Vienna” di via Vintler alla vigilia di Natale. Piero Pilotto era stato assunto nel 1957 appena arrivato a Bolzano. Poi l’aveva rilevata nel 1973. «È arrivata l’ora del meritato riposo. Vi ringrazio per la fiducia che mi avete sempre dato»


LUCA FREGONA


BOLZANO. Game over. «Chiudiamo. Ritirate. L’attività della Tintoria Vienna terminerà entro il 2022. Vi ringraziamo per la fiducia che ci avete accordato in tutti questi anni, ma anche per noi è giunta l’ora del meritato risposo. Piero e Marina». Una manciata di parole per dire che è tutto finito. Piero Pilotto vorrebbe non scrivessimo nulla, nemmeno una riga. Ma come si fa? Come si fa a non dire niente di un uomo che a 90 anni chiude il suo negozio, dove ha lavorato per 65, “barricato” tra ferri da stiro e lavasecco? 
Come si fa a non scrivere una riga sul fatto che la «Tintoria Vienna» non rialzerà più la serranda? 
Questa bottega di pochi metri quadrati svanirà per sempre con il suo carico di fatica, lavoro, sacrificio, ferie mai fatte, festivi e domeniche passati in negozio.
Svaniranno le facce di generazioni di clienti, di mamme che portavano i figli, di figli diventati grandi che portavano i loro, di figli, e poi i nipoti... E così via, in un ciclo che si rinnovava sempre, come in una filastrocca interminabile di Branduardi. Anni e stagioni alle spalle, divorati in un boccone dal dio del tempo. Piero non vuole si scriva, perché farà ancora più male leggerselo oggi sul giornale.


Ma questo è un omaggio dovuto. Non lo vedremo più aggrapparsi al braccio di Marina Morandi, la ragazza che assunse sedicenne nel 1973 come apprendista, e che fino all’antivigilia di Natale era ancora qui nella «Tintoria Vienna» di via Vintler. Non vedremo più le lavatrici mulinare a ritmo continuo, i ferri da stiro sbuffare, i capi puliti nel cellophane dondolare sugli appendini, il vapore salire al soffitto con quell’odore di bucato tipico delle lavanderie. 
In bottega a 90 anni
Piero Pilotto incede lento, ancora una volta, sul marciapiede stretto di via Vintola. La schiena spezzata per le ore passate curvo a stirare, cucire, piegare, asciugare, imballare, pulire macchie che solo lui sapeva come togliere. Con quel rispetto per i tessuti, il cliente, con l’orgoglio di un lavoro fatto a regola d’arte dei commercianti vecchio stampo. Una storia iniziata prima delle lavanderie a gettoni, dei jeans e del poliestere. Piero li detesta ancora, i sintetici. «Fatti con chissà cosa, difficili da trattare, ci vuole molta esperienza per non combinare guai. Con lana, lino e cotone era tutto più semplice, e anche più onesto». 


Da un paio d’anni, non stirava più. L’età aveva bussato all’uscio. Arrivava in negozio solo al pomeriggio. «Faccio compagnia a Marina - raccontava l’aprile scorso all’Alto Adige - , le do un consiglio se ha un dubbio, tratto con i clienti». Specialmente con quelli difficili. «Ti portano un capo vecchio, sfibrato, mangiato dalle tarme, e lo pretendono come nuovo. Allora io dico: cara signora, faccio questo lavoro da 70 anni, ma per i miracoli si rivolga pure a nostro Signore». Tanto per capirci: la quota 100 dell’Inps per lui era arrivata ormai a 151. «Nella mia vita ho solo e sempre lavorato. Non ho un ricordo che sia uno legato all’infanzia». Piero è cresciuto a Piazzola sul Brenta, provincia di Padova. «Sono nato il 17 aprile del 1932. Mio padre era muratore, mia madre faceva l’operaia». Famiglia antifascista. Dopo l’8 settembre 1943, Piero, che ha solo 11 anni, diventa staffetta partigiana. «Portavo i messaggi da un posto all’altro. I ragazzi più vecchi erano tutti alla macchia. Conoscevo cascine, canali e campagne come le mie tasche. Niente di scritto. Era tutto qua dentro, nella mia testa». Anni durissimi. «Quando è finita la guerra, avevo 13 anni, mi hanno spedito subito a bottega da un sarto». È un ragazzino svelto, abilissimo: taglia, cuce, sceglie i tessuti.
Quell’ottobre del 1957 
Poi, il 20 maggio 1957, conosce Mimma, una ragazza bolzanina scesa a Piazzola a trovare degli amici. Colpo di fulmine. «Il 20 settembre ci siamo sposati. Il giorno dopo ho salutato il sarto, e mi sono trasferito a Bolzano». Piero risponde ad un annuncio: cercano un aiutante in lavanderia. «Sempre di vestiti si trattava, mi sono presentato proprio qui, in via Vintler numero 7. Era il 3 ottobre ’57. Si teneva aperto anche la domenica fino a mezzogiorno». Il padrone è una brava persona, un austriaco che lo accoglie come un figlio. Nel 1973, Piero rileva il negozio. La clientela cresce. Con la moglie Mimma apre un altro lavasecco in via della Rena. «Si lavorava tanto. I problemi sono arrivati con i tessuti sintetici. Sono molto difficili da pulire. Devi usare bene i macchinari e i prodotti chimici. Pure i jeans ci hanno dato filo da torcere: la gente li ficcava direttamente in lavatrice a casa, e tanti saluti». Ma per tutto il resto, per le “macchie impossibili”, come le definiva la pubblicità del Bio Presto, non c’era niente di meglio di mettere i capi nelle sue mani. «Una soluzione esiste sempre», è stato il suo motto per 65 anni. Per questo la “Tintoria Vienna” era, nonostante il Covid, la crisi, le bollette insostenibili, l’età, ancora aperta. Fino a ieri. 

















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