Viaggi

QUANDO UNA… FRANCESCHINI ERA LA “SULTANA” DEL MAROCCO 



C’era una volta una ragazzina bellissima, ma povera e sfortunata, che divenne una… principessa! Anzi: la sultana del Marocco. Sembra l’inizio di una favola irreale, ma è pura realtà. Tutto ciò accadde nel Settecento. In quegli anni in Europa al potere c’erano due potenti imperatrici donne: Maria Teresa d’Austria a Vienna e la zarina Caterina la Grande in Russia. Lei era invece sul tono del sultanato del Marocco. Si chiamava Martha Franceschini.

M cosa ci faceva – tre secoli fa - una donna, con quel cognome comune in Trentino, in Marocco? Martha Franceschini benché potesse far pensare a possibili sue radici locali, non era originaria delle nostre valli. Pare fosse nata in Corsica anche se qualche storico ritiene fosse di origini genovesi. Certo è che Martha era di origini italiane. All’età di soli 7 anni venne rapita dai corsari barbareschi e, essendo cristiana, portata prigioniera in Africa a Tunisi. Lì, qualche anno dopo, venne “venduta” a emissari marocchini che, conquistati dalla sua straordinaria bellezza, la offrirono all’harem del sultano Muhammad III Ben Abdallah a Meknes. Questi non appena la vide la considerò, da subito, “la più bella rosa del suo serraglio”. Martha, che evidentemente non era solo bellissima .ma anche estremamente intelligente, non tardò a distinguersi: si convertì all’islam assumendo il nome di Lalla Dawija (“la luminosa”) e non tardò è imporsi come la favorita del sultano che, come testimoniato dagli scrivani di corte, “rimase impressionato dalla sua bellezza, della sua grazia e dal suo spirito”. Da schiava, a concubina, a moglie del sultano la strada – benché tutta in salita – per Martha “la luminosa” era segnata. Fu così che nel 1789 divenne ufficialmente moglie del sultano. In Marocco, ancor oggi, Dawija Franceschini, è amatissima: un autentico mito.

Esattamente all’apposto è invece la fama che accompagna la famiglia del marito Mohammed III. In particolare suo nonno, il crudele e spietato sultano Mulay Ismail ibn Ali Sharif. Questi fu un personaggio che con terrore aveva costruito il suo potere smisurato tanto da portare la dinastia alawide al massimo della sua potenza. Mulay Ismail, malato di megalomania, aveva , ad esempio, fatto costruire a Meknes un palazzo reale circondato da mura lunghe più di 20 chilometri e una stalla che potesse contenere i suoi 1200 cavalli. Ma non solo: si vantava di possedere 500 concubine e di essere anche il padre di oltre mille figli, mentre le sue carceri erano zeppe di migliaia di prigionieri e di poveretti costretti a vivere in attesa della morte.

Una conferma indiretta del suo crudele dispotismo è anche uno dei luoghi meno conosciuti del Marocco: la Kasbah Boulaouane. Si tratta di un imponente compesso dfensivo cinto da alte mura, che venne costruito nel 1710 su un promontorio, di selvaggia e suggestiva bellezza, che domina un’ansa del fiume Oum er Riuba. E’ il corso d’acqua che geograficamente divide in due il paese separando il nord agricolo dal desertico e stepposo sud. Kasbah Boulaouame si trova a metà strada tra Casablanca e Marrakech, ma per arrivarci occorre percorrere una ventina di chilometri di una strada che metterebbe in difficoltà anche un buon 4x4. Nella cittadella, racchiusa in un quadrilatero rinforzato da torri e contrafforti, ci sono anche l’antica moschea e le carceri sotterranei. Lì - dove la luce e l’aria entrano solo da precari fori aperti nel soffitto – Mulay Ismail rinchiuse decine di migliaia di schiavi e detenuti che lì trovarono nient’altro che la morte.

L’imponente Kasbah Boulaouane è oggi un sito che senz’altro merita una visita. E questo non solo per la sua straordinaria collocazione scenografica che ne fa uno dei capolavori dell’arte alawuita inserito incredibilmente in un contesto di grande suggestione nel cuore di un maestoso scenario naturale, ma è anche un sito che induce a una riflessione sulle tragedie dell’onnipotenza umana.















Altre notizie

L'operazione

Hashish nascosto nell’ascensore: sequestrati 6,7 chili

Scoperti oltre sei chili e mezzo di hashish nascosti nella fossa di un ascensore in uno stabile di via Palermo. La segnalazione di un tecnico manutentore ha permesso ai carabinieri di intervenire e sequestrare 66 panetti di droga

Attualità