Cinema

“The brutalist”, un film  sull’America e sul dolore 



The brutalist, il film diretto da Brady Corbet vincitore di tre premi Oscar 2025, per il miglior attore protagonista (Adrien Brody), per la colonna sonora (Daniel Blumberg) e per la fotografia (Lol Crawley), è un film sull’America, anzi, sul rapporto fra America e resto del mondo, e sul dolore, quello prodotto dalla Shoah, che non termina certamente con la chiusura dei campi di sterminio, e per estensione quello sempre prodotto dalla Storia sui singoli individui.

Anche se un po’ fuori tempo – molti dei lettori ormai lo avranno già visto – non mi sembra inutile tornarci su, soprattutto con riferimento al primo aspetto, e tenendo conto del cambio di percezione sull’America che si è prodotto in Europa in poche settimane, dopo l’elezione di Donald Trump.

Il film – lunghissimo per gli standard abituali, tre ore e mezza - racconta la storia di László Tóth, ebreo ungherese, architetto formatosi alla prestigiosa Bauhaus, che nelle prime sequenze approda in nave a New York, assieme a tanti emigranti. Lo vediamo emergere dal sonno, e dalla penombra di una stiva affollata, dove tutti corrono di qua e di là raccattando le loro cose, al ponte, alla luce. La sua prima visione è quella che tanti espatriati hanno visto prima di lui, la statua della Libertà. Dalla sua prospettiva, però, è curiosamente rovesciata, e reclinata.

Un percorso dal buio, dal caos, alla chiarezza, in ogni modo. Da un’Europa in macerie, percorsa dai fantasmi delle dittature, della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, all’America delle opportunità, del lavoro, del benessere. L’America della Pennsylvania.

La prima parte del film (intitolata “L’enigma dell’arrivo”, un omaggio a V.S. Naipaul, nobel per la letteratura di origini caraibiche trapiantato in Inghilterra) ci racconta una storia che conosciamo. L’abbiamo vista e letta tante volte. L’abbiamo sentita raccontare. Forse qualcuno di voi l’ha persino vissuta di persona. L’opportunità che l’America offre a tutti. La scalata verso il successo che l’America consente a chi ne abbraccia il sogno, se lo fa con tenacia, se non si lascia abbattere. Sì, una storia scontata, direte. Ma di questi tempi, tempi di chiusura e di immigrati inseguiti sul confine fra USA e Messico dalla polizia a cavallo, non poi tanto.

László a Filadelfia è ospite del cugino Attila, anglicizzato, spostato con una cattolica e proprietario di un negozio di mobili. Mobili prosaici, adatti al gusto “medio” di una borghesia in ascesa. Molti lontani da quelli che l’architetto “brutalista” ha in mente. Ma l’occasione arriva comunque: realizzare una biblioteca privata nella villa-castello di un miliardario, Harisson Lee Van Buren, a Doylestown. Come in ogni schema narrativo improntato sul “viaggio dell’eroe” che si rispetti, László deve riprendersi dopo due cadute: l’apparente fallimento del suo progetto, che il committente respinge con arroganza, e inoltre essere cacciato ingiustamente dalla casa del cugino, riducendosi a trovare riparo in un dormitorio pubblico, un afroamericano come unico amico.

Ma il riscatto alla fine arriva. Il magnate riconosce il suo talento. Ed essendo un uomo dai molti agganci, riesce anche a fare arrivare dall’Europa la moglie Erzsébet, accompagnata dalla nipote adolescente Zsófia.

Fin qui, insomma, siamo perfettamente in linea con il tradizionale racconto dell’uomo che si fa (o si rifà) da sé, e alla fine trionfa sulle avversità.

La seconda parte mostra l’altra faccia del sogno americano e del rapporto America-resto del mondo. Senza spoilerare troppo, mi limiterò a dire che il miliardario ha commissionato a László un’opera gigantesca, l'Istituto Van Buren, monumentale centro polivalente comprensivo di biblioteca, palestra, e una chiesa. László progetta un edificio ardito, imponente, sinistro, che la piccola aristocrazia cittadina comprende a metà, ma sembra avere l’appoggio incondizionato del suo mentore. L’appoggio, però, termina bruscamente. László scopre di essere appena “tollerato”, e solo fin quando il suo lavoro è funzionale al soddisfacimento delle ambizioni di chi lo sta utilizzando. Più in là nel film, quando l’azione si sposta anche in Italia, nel paesaggio straordinario delle cave di marmo di Massa Carrara, il rapporto fra il ricco americano e l’architetto europeo sfocerà persino nella violenza.

Questa è, insomma, l’altra faccia del sogno americano. Un sogno che nasconde degli incubi, ben rappresentati da una fotografia impeccabile, senza alcuna scivolata nell’eccesso, nell’effetto gratuito.

L’epilogo, che si svolge alla biennale di architettura di Venezia nel 1980, forse un po’ sbrigativo, chiude i conti, rivelando cose che non sapevamo riguardo agli antefatti, e ci illumina anche sulle scelte architettoniche di László. Ci illumina anche su un altro aspetto che attraversa tutto il film, il dolore che il protagonista cova, che si è stampato sul suo viso, che lo spinge ad eccessi di autodistruttività, e che in parte condivide con la moglie (nel suo caso, però il dolore, terribile, è anche fisico) e la giovane nipote (che per i traumi subiti non riesce a pronunciare parola).

C’è anche un altro aspetto del film che merita di essere considerato. “The brutalist”, che racconta la “finta biografia” (il personaggio di László è inventato) di un architetto, e prende il nome da una corrente architettonica sviluppatasi nel secondo dopoguerra sulla scorta delle intuizioni proprio della Bauhaus (funzionalità, guerra agli orpelli, uso del cemento a vista, forme geometriche e massicce) è un film che curiosamente parla piuttosto poco di architettura e nel quale alla fine si vede solo un cantiere, quello del centro Van Buren. La ragione è data forse dal fatto che il suo altro “messaggio nascosto” vuol essere più universale, e potremmo sintetizzarlo così: ci sono persone di talento che riescono a realizzare la loro visione solo a metà, che si lasciano alle spalle opere incompiute, comprese dal pubblico e dalla critica tardivamente.

Vittime degli eventi esterni, delle circostanze della storia, ma anche delle ferite che si portano dentro, per quanto si sforzino, per quanto si battano, sono destinate a inciampare, a cadere. Non sempre il “viaggio dell’eroe” è a lieto fine. Eppure, curiosamente, nel finale viene pronunciata una frase che è un’apologia non del cammino, o del viaggio, ma dell’approdo, del risultato finale. A spiazzare, nel finale, c’è anche una canzone dei La Bionda, che apparentemente non c’entra nulla. Giudicate voi.

 













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