Una Pasqua sotto le bombe



Prima si inginocchia sull’orlo di una delle tantissime fosse comuni. Poi scende in quel labirinto indefinito di terra, di sangue, di lacrime e di dolore. E porta un respiro, un soffio di vita fra i morti che quella sabbia copre pietosamente. Non è una tradizionale Via Crucis. È una preghiera intima e silenziosa che diventa un grido universale. È un gesto di rara potenza, quello dell’inviato del Papa in Ucraina. A Borodjanka, una delle zone più martoriate dai bombardamenti russi, il cardinale Konrad Krajewski ha trasformato ogni passo in una stazione. Ogni gesto in un simbolo. In quelle tombe collettive, uguali a quelle che abbiamo visto in altre terre devastate dalla guerra, e davanti a quel che resta di un uomo abbandonato sotto un lenzuolo lungo la strada, l’inno delicato alla fede si fa inno disperato alla pace. Per qualche minuto che sfida quest’infinito tempo d’angoscia e di distruzione, la Pasqua di resurrezione fa più rumore della guerra. Come ha detto il Papa rivolgendosi non solo a chi ha il dono della fede, «Dio non smette di salvare il mondo, anche se il mondo è in guerra e ha scelto Caino». In Ucraina si combatte da più di 50 giorni, ormai. Sono passati dunque dieci volte i cinque giorni che ad avviso di Putin (e di chi l’ha consigliato, ammesso e non concesso che lo zar accetti consigli) sarebbero bastati per piegare un’Ucraina che non arretra, che non cede, che non si piega. Orgoglio e disperazione sono muri che reggono e che non si sbriciolano. Nemmeno di fronte ai 900 civili uccisi anche ieri mattina. Nemmeno al cospetto di imminenti minacce nucleari. Nemmeno davanti a una Russia che non vuole accettare anche la sola idea di perdere una guerra che in realtà ha però già perso da settimane. Basta ancora una volta un’immagine, a disegnare il viso del pugile russo costretto in un angolo. L’incrociatore Moskva che si inabissa al largo di Odessa sotto i colpi ucraini, portando con sé i sogni d’onnipotenza: la supposta grandezza di un invasore che sparisce nell’acqua come un castello di sabbia. E un’altra immagine potente arriva da Roma, dove due donne - un’infermiera russa e un’infermiera ucraina - portano, insieme, una vicina all’altra, una croce nella silenziosa Via Crucis voluta da Papa Francesco («Sostiamo in un silenzio orante. Che ciascuno nel proprio cuore preghi per la pace nel mondo»). Sorreggendo quella croce di legno che pesa sulle spalle dell’universo, sono ancora una volta delle donne a ricordarci che sono loro le prime incolpevoli vittime di ogni guerra: uccise, stuprate, calpestate, abbandonate, dimenticate. «Mancano le lacrime, mancano le parole», come ha detto ancora Krajewski. Manca la volontà di costruire una pace possibile, auspicabile, necessaria. L’opzione diplomatica sembra svanita, schiacciata - insieme a questa Pasqua - da missili e bombe. Il crudo realismo americano parla di un conflitto che potrebbe durare un anno. Un peso troppo grande e troppo doloroso, per il mondo.

















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